SUL CINEMA POVERO: sulla recitazione di Maurizio Mazzotta 9/13
In un mio libro, Il cinema povero, ho raccolto la mia esperienza di filmaker, mettendo in risalto le differenze tra questo cinema e quello delle grandi produzioni. Presento anche la mia produzione proprio per mostrare i limiti di questo cinema e spiegare come e perché sia povero, e se c’è qualche pregio potrebbe essere dovuto – quasi un paradosso – proprio dalla povertà dei mezzi. In fondo a questo articolo si legge una breve sinossi del cortometraggio che si presenta, poi ci sono una foto e il LINK per vederlo su ONE DRIVE.
Sulla recitazione
Aver a che fare con interpreti che non sono attori è stimolante. Accade nel cinema povero.
Nell’altro cinema invece accade che il regista spiega, illustra all’attore professionista ciò che vuole che si esprima con una determinata battuta, o con la mimica; chiede e l’attore esegue, spesso interpretando a modo suo la richiesta, e il risultato funziona. Altrimenti si ripete. Un attore è in grado di modificare la sua performance. Regista-attore, un team di creatività. Come con gli altri artisti del set: fotografo, scenografo, costumista.
Ma a una persona che si trova la prima volta davanti alla macchina da ripresa o alla telecamera, che non ha mai interpretato un ruolo a teatro, insomma che si trova nelle condizioni di dover esprimere emozioni e sentimenti che non sono suoi, che non prova realmente, cosa può dire il regista del cinema povero? Non gli può chiedere nulla. E allora?
Visconti era un mago o sapeva come fare? Proprio con “La terra trema” (1948), ispirato ai “Malavoglia” del Verga,dove dei veri pescatori diventano interpreti di un dramma sociale, Visconti si è imposto nel panorama del Neorealismo italiano. Il film, che doveva essere il primo di una trilogia siciliana, narra la storia di una famiglia di pescatori che non accetta che altri controllino il mercato del pesce. Il grande regista affida a interpreti non professionisti le espressioni di personaggi all’interno di un tema che tratta di ribellione, gente che lavora contro gente che non lavora e pure detta legge e si impone.
Un capolavoro, ma non un caso unico. Molti altri registi hanno provato e ci sono riusciti. Ora poi col cinema povero diventa una necessità. Ma nel cinema povero non sempre riesce, anzi di rado i registi “tirano fuori” l’interprete da una persona che non ha alcuna esperienza di recitazione. Forse il più grave limite di questo cinema. La carenza che si nota di più nei festival.
Quale la via da seguire, pure se rimane irta di difficoltà?
Ci vuole una premessa, che il regista del cinema povero sia “sensibile” alla recitazione. Se il regista sceglie come interlocutori soltanto il direttore della fotografia e l’operatore, il suo corto avrà cattivi attori. Essere “sensibili” alla recitazione vuol dire avere le conoscenze per individuare il buon risultato nella interpretazione, sapere cosa significa essere un interprete che esprime in modo convincente il personaggio, che ne comunica gli stati emotivi; vuol dire anche avere il gusto della interpretazione, del mettersi nei panni di un altro. Il regista del cinema povero deve preoccuparsi sin dall’inizio che nella sceneggiatura si utilizzi il dialogo con parsimonia, solo frasi essenziali, e che si faccia più affidamento alla recitazione “muta”, quella appunto che può essere controllata dal regista, come dirò tra breve, spiegandola.
Se esistono tali premesse il regista del cinema povero, che dirige appunto attori che non hanno mai interpretato o che hanno difficoltà, deve “studiarsi” queste persone, proprio come persone, nel senso che deve apprendere quali possibilità offrono le loro espressioni facciali, le posture, i gesti. Per prendere a loro insaputa ciò di cui ha bisogno. Questa si può definire “recitazione muta e inconsapevole”.
Nel cinema povero far recitare un “non attore” è veramente un continuo problem solving. Si può a ragione dire che il risultato è merito del regista e del fotografo. Poco tempo fa, al termine di un’anteprima di un mio corto, alcune persone, che avevano applaudito, commentavano che l’interprete era stato “veramente bravo, aveva reso bene il personaggio”. Il direttore della fotografia, che conosceva come me i segreti del film, ed io ci siamo guardati perché di quei complimenti potevamo a buon diritto impadronirci noi due. Non volevamo svelare il nostro segreto ma con gli sguardi ci scambiavamo il merito e la soddisfazione.
Non voglio togliere nulla alla persona che ha accettato con entusiasmo l’esperienza di interpretare un ruolo in un film e che ha mostrato la propensione a lasciarsi guidare, caratteristica imprescindibile che deve avere il “non attore”, intanto qui accenno a un momento del set per fare un esempio concreto e spiegare la “recitazione muta e inconsapevole”.
A un certo punto della storia narrata il “mio non attore” doveva esprimere sconcerto. Lo sconcertoè difficile già per un attore, figurarsi per una persona che non ha mai provato a recitare. Invito voi che state leggendo a pensare a un evento inaspettato, che colpisca per esempio la vostra autostima, mettetevi davanti allo specchio e cercate di esprimere ciò che dovreste provate. Sarete poco convincenti. Così il fotografo e io avevamo questo problema.
Dopo vari tentativi ho pensato che se l’interprete fosse stato “ripreso in primo piano”, avrebbe mostrato inequivocabilmente che la sua espressione non era consona con ciò che avrebbe dovuto provare, e quindi non avrebbe comunicato agli spettatori lo sconcerto del personaggio. Così ho proposto una soluzione drastica: riprendere un primo piano, ma di profilo. Immaginate la guancia del personaggio che sta vedendo insieme allo spettatore l’evento che lo sconcerta. In questo modo lo spettatore non vede la sua espressione, ma la immagina. E il direttore della fotografia subito dal canto suo ha pensato di creare un’ombra che incupisse. Il risultato era accettabile. Meglio ancora se dopo qualche secondo il personaggio gira un poco la testa, rivela interamente il profilo e lentamente si allontana. La sua scarsa reazione espressiva può essere scambiata per “un restare perplesso” di fronte all’evento. Il risultato è migliorato. Così insieme al fotografo ho costruito lo sconcerto del protagonista.
Il viaggio del rimorso
Procurare una dolce morte a chi soffre e chiede di essere aiutato può avere, al di là della religione e della legge, un altro impedimento quando chi chiede di morire è la persona amata
Per vederlo: Il viaggio del rimorso. English Subt..mp4
Si entra in ONE DRIVE. Se appare lo schermo buio muovere il cursore verso il basso per far apparire la linea del tempo, su cui premere prima il pallino blu e poi la freccetta
