IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Sulla guerra in Ucraina … e non solo

di    Giuseppe  Marius  Conte  

             

       ὦ δόξα δόξα, μυρίοισι δὴ  βροτῶν  /  οὐδὲν γεγῶσι βίοτον ὤγκωσας μέγαν.  /  εὔκλεια δ’ οἶς μὲν  ἔστ’ ἀληθείας ὕπο,  /  εὐδαιμονίζω · τοὺς δ’ ὑπὸ ψευδῶν, ἔχειν  /  οὐκ ἀξιώσω πλὴν τύχῃ φρονεῖν  δοκεῖν.

Euripide, Andromaca, vv, 319-323.

Trad. : O fama, o fama, tu mille e mille uomini da nulla esalti a eccelsa vita. Ma io solo ammiro chi possiede meriti reali; e chi mendaci, io quello reputo che l’apparenza sola abbia, mercé della fortuna (Ettore Romagnoli).

                                    
Molti osservatori temono che il conflitto, in corso dal 24 febbraio, possa deflagrare in una terza guerra mondiale. Guerra tanto più perniciosa perché porterebbe inevitabilmente al micidiale impiego di armi non convenzionali.

Questa è la minaccia e questa è la preoccupazione del momento. E i ” mali governi” d’ Europa, travagliati da meschine rivalità, tesi al mantenimento di giganteschi interessi, non tengono in gran conto che i maggiori pericoli vengono da ben altre turbative. È nostra convinzione che la bomba più minacciosa e devastante per il prossimo avvenire dell’umanità non sia quella pronta ad esplodere e che giace nei tenebrosi arsenali degli armamenti nucleari, ma è quella che dolorosamente da molti secoli si vive oltre le acque del Mediterraneo, nel cuore del continente africano. Ed è la tragedia umana, la fame, la malattia, la complessità sanguinosa delle guerre tribali. E sono le miserie geofisiche, le disperazioni e gli odiosi feticci e i veleni che consumano la vita delle genti subsahariane.

Siamo persuasi che il mondo, se vorrà uscire dai traballamenti e se vorrà liberarsi delle attuali sofferenze e dei lutti insopportabili e delle paure che oggi sono così maledettamente ricorrenti, e se vorrà ricercare nuovi e più rassicuranti equilibri per la sua sopravvivenza, dovrà rivolgere più generose e più coraggiose attenzioni al volto buio dell’ Africa nera. Questo ci dice l’ osservazione di ciò che accade. E ciò ci suggerisce la lettura della stampa più autorevole. Da Franco Cardini ad Alessandro Orsini, ad Anna Politkovskaja, a Ettore Cinnella. Un autorevole studioso, Andrea Graziosi, dopo un’ analisi attenta e documentatissima della situazione e dei tristi rapporti tra Russia e Ucraina, così scrive nelle ultime righe del suo ultimo saggio: ” Il futuro dell’ Occidente,……. vale a dire il futuro della libertà, sta in primo luogo nella nostra capacità di vedere, capire, rispettare e riconoscere l’ altro da noi, dove la vita oggi pulsa, e questo altro è per l’ Europa soprattutto nell’ Africa subsahariana, con cui bisognerebbe dialogare ponendo fine alla faccia oscura del mondo bianco” ( L’ Ucraina e Putin, tra storia e ideologia – ed. Laterza 2022).

Dell’ Africa che dirò ? Hic sunt leones. Così gli antichi geografi designavano quel vasto luogo della terra, pur luminoso e tuttavia oscuro, magico e misterioso, che da sempre chiamiamo Africa. Luogo che un tempo non si conosceva o che, forse, non si voleva conoscere nella sua abissale stupefacente profondità. Tali e tante erano – e tante sono ancora – le complicazioni. Etniche, climatiche, territoriali. Perciò pareva saggio far finta di niente. Come se quel mondo di fatto non esistesse.
Più e meglio degli antichi geografi forse hanno fatto alcuni esploratori. Dal 18° secolo in avanti. Con motivazioni diverse. Alcuni di loro per voglia di avventura; altri per eccesso di curiosità; molti per interesse allo sfruttamento delle risorse di quella terra. Altri ancora – ma non molti – per ricerca di prestigiose affermazioni, volendo contribuire alla grandezza politica e colonialistica del proprio paese. I luoghi del loro “vagabondaggio” furono i territori del Grande Sahara, le lande predesertiche e più a sud la terra segnata dalla linea arcuata del Niger. Il corso intricatissimo di quel fiume era calamitante per chiunque. Un invito a squarciare il velo di un antico mistero o a voler leggere le cifre di un’oscura impenetrabile magia. Le ricerche richiedevano audacia, ma anche confidenza con i poteri insondabili dello spirito umano. Alcuni di quegli avventurieri seguirono il corso del fiume fino alla foce e fino al golfo della Guinea. E le loro scoperte rappresentarono un grande contributo alla migliore definizione del continente.


A questo punto della storia, oggi è bello rendere onore alle loro coraggiosissime imprese: esplorazioni che, pur viziate da ipotesi suggestive quanto fantasiose, ci regalarono notizie di straordinaria importanza. Di quei generosi è doveroso ricordarne alcuni. Lo scozzese Mungo Park, il francese René Caillé, l’italiano Romolo Gessi, il tedesco Heinrich Barth e, con loro, un autentico protagonista della fede, Charles De Foucauld. Uomini che, con sacrificio personale, mostrarono al mondo il vero volto dell’Africa, soprattutto nella sua parte più inquieta e più complicata. Una realtà affascinante, ma carica di infiniti patimenti. È vero, infatti, che, prima e dopo la disastrosa avventura di Annibale, su quelle mute vie da sempre è gravato come una maledizione il sonno di lunghi millenni. Non sono bastate le spedizioni romane di Settimio Flacco e di Giulio Materno, tra il 76 e l’86 d.c., sotto gli imperatori della dinastia Flavia, a modificare la realtà africana sui territori del lago Ciad e fino al favoloso regno dei Pigmei; né le penetrazioni di Cornelio Balbo oltre il fiume Niger e alle fonti del Nilo. Poteva, allora, sembrare soddisfacente il godimento delle notti di luna; ma quegli splendori di fatto erano più giovevoli alle trame della guerriglia tribale e, assai meno, alla pura contemplazione della pura bellezza. E potevano sembrare ancora rassicuranti i silenzi dorati, solo interrotti episodicamente dal rumoreggiare delle armi e dai temibili tamburi di guerra.
Qui la morte di coloro che venivano sconfitti in battaglia non ha mai avuto il riconoscimento della gloria né la lode del martirio, né mai fu ritenuta degna di un canto alla memoria. Pur oggetto di fraterna pietà, non fu mai motivo di vanto, né ragione di orgoglio. Così come era già stato per gli eroi leggendari nell’epopea omerica o per il più storico manipolo di Leonida alle Termopili.
Così è stato per millenni.
Ma oggi, in modo tragico e travolgente, l’ Africa sale.

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Per tornare al tema della guerra in Ucraina.

Alcuni ritengono che l’ invasione dei territori ucraini sia avvenuta per errore o, meglio,  per effetto di un’ illusione. L’ illusione – coltivata dal governo di Mosca –  per la quale sarebbe bastata una dimostrazione di forza, voglio dire un dispiegamento di colonne di carri armati in marcia verso il Donbas, per persuadere  gli ucraini ad una resa immediata. La partita per effetto di solo spavento si sarebbe conclusa in pochissimi giorni. “Operazione speciale”, il governo di Mosca si affrettò strategicamente a definirla. Non uno scontro, ma piuttosto un incontro con un popolo amico e fraterno. La qual cosa è in gran parte vera, se appena si considera la storica vicinanza dei due popoli: per le comuni vicende del loro lontano passato e per la commista provenienza delle famiglie e delle etnie, specie nei territori di confine. Vera sì, ma solamente in parte. Ora tutti sappiamo che non è propriamente così. È presumibile che Putin non avesse corrette informazioni: sullo stato delle proprie forze armate. Come anche che non avesse precise informazioni sulle aspettative del suo popolo. Ma, comunque, per conformità alla comune esperienza e per consolidati accordi internazionali, risulta sempre un calcolo errato l’ invasione di un territorio libero e sovrano. Decisione improvvida, ovunque ciò accada. Carica di lutti e di molte rovine. Disegno doloroso e sofferto. Ma esito assai più tragico, per aver compromesso e spento nel cuore della gente le confortanti certezze della vita: il godimento della bellezza, del sogno e della propria identità, la fiducia nei propri destini e nella propria libertà. Così, ragionevolmente, oggi non puoi concludere se non affermando che la guerra è sempre una stoltezza. La più distruttiva e disumana delle barbarie.

Il 1* dicembre del 2020, a Mosca, all’ età di 86 anni si spegneva Nina Ivanovna, insegnante di arte, cultura e letteratura russa. Madre di Pavel Levurda, giovane ufficiale dell’ armata russa, caduto in combattimento in Cecenia nel febbraio del 2002. Dal suo Comando onore alla memoria, con l’attribuzione di un alto riconoscimento. Ma per anni, la madre chiese disperatamente e cercò ossessivamente di riavere il corpo del figlio, morto per la patria.

In questa ricerca questa madre straordinaria si adoperò con ogni mezzo. Scrivendo petizioni al governo, ai dipartimenti degli alti ufficiali, agli amici del figlio. Viaggiando per mille luoghi. Visitando cimiteri. Facendo appelli sulla stampa. Ma fu tutto inutile. A nulla valsero l’ eroicità di un giovane che era morto perché aveva creduto in una buona causa del suo Paese, né persuase l’ amore di una madre, né giovò la pietas pubblica. Non gli fu mai eretto un monumento. E molti non seppero della sua fine. La guerra conosce e sperimenta tali oscenità La morte degli innocenti è sempre la più squallida delle vergogne. Così oggi, al dolore di Nina Ivanovna ci richiama il recente appello di papa Francesco e il suo invito a meditare sulla sofferenza di tutte le madri – ucraine e russe e ( noi aggiungiamo ) di ogni parte del mondo – penosamente destinate ad assistere e a sopravvivere alla morte dei propri figli.

Ma intanto che dire della Russia?  La Russia sicuramente ci appartiene. Appartiene all’Europa.          Sono persuaso che, in un futuro non molto lontano, questa ipotesi è destinata a farsi realtà. È destinata a divenire una nuova condizione politica. Non c’ è chi non sappia che tutta la storia, tutta la storia della Russia è indefettibilmente storia dell’ Europa. Letteratura, arte, modelli di società, ricerca scientifica, la poesia, la tecnica, la speculazione tra fede e ragione, le attività, il lavoro, il comune sentimento della vita: tutto, o quasi tutto, ci fa dire che quel vasto territorio – pur nella sua sconfinata varietà – è della stessa materia di cui è fatto il nostro mondo europeo. Come  Petr Tchaikovsky, come la “Quinta sonata per pianoforte” di Alexsandr Skrjabin, o La Corazzata Potemkin, o il “Blue de ciel” di Kandinskij o come il suicidio di Anna Karenina.