Sulle tracce del Genio “Sulle orme di Dino Campana”
Quando la cultura scende in strada per riparare ai suoi ritardi
di Riccardo Rescio
C’è un paradosso che attraversa come un fiume sotterraneo la storia della cultura occidentale, l’istituzione culturale, che dovrebbe essere la prima a riconoscere il genio, è quasi sempre l’ultima a farlo.
Lo si è ricordato il 30 luglio scorso al Gabinetto Vieusseux di Firenze, in occasione della presentazione del volume “Come lavora un genio” a cura di Leonardo Chiari e Walter Scarpi.
E lo si è confermato, con un gesto teatrale e insieme civile, il 20 agosto successivo, quando un gruppo di attori e spettatori ha percorso le strade della Toscana sulle orme del poeta di Marradi.
Due eventi, due date, un’unica, coerente visione, che la cultura non può più permettersi il lusso di arrivare in ritardo.
Deve imparare a riconoscere il genio mentre vive, mentre soffre, mentre crea.
Non solo dopo, quando il pericolo è passato e la sua opera è divenuta patrimonio comune.
La società, nel suo tentativo di preservare un ordine prestabilito, ha spesso etichettato come follia ogni pensiero divergente, ogni sensibilità acuta che non rientrasse nei canoni della normalità produttiva e conformista.
Il genio, quando non è conformista, viene spesso riconosciuto solo dopo aver subito le conseguenze della sua stessa diversità.
Il manicomio, e per Dino Campana quello di San Salvi fu una tragica realtà, diventa la metafora estrema di una società che teme ciò che non comprende.
Solo a posteriori, quando il pericolo è passato, la cultura si riappropria di quei nomi, trasformando la follia in genio e la ribellione in profezia.
Ma il percorso, per chi lo ha vissuto sulla propria pelle, è segnato dal dolore e dalla solitudine di un ostracismo che nessuna celebrazione successiva potrà mai davvero risarcire.
Questo meccanismo si è acuito quando le voci fuori dal coro hanno messo in discussione non solo l’estetica dominante ma anche i ruoli sociali e di genere.
Le donne hanno pagato un prezzo doppio, la loro ricerca di autonomia veniva letta come isteria o squilibrio mentale.
Il primo, tragico esempio è Ipazia, la filosofa e matematica greca uccisa nel 415 non per pazzia, ma per la sua libertà di pensiero.
Quella riflessione, però, non poteva restare chiusa tra le mura di un salotto letterario.
Doveva fare i conti con la polvere delle strade, con i luoghi reali che quel genio aveva abitato.
Ed è per questo che il 20 agosto scorso, sulle orme di quelle parole, un gruppo di persone ha intrapreso un viaggio.
Organizzato da Chille de la Balanza, la compagnia teatrale che da decenni ha fatto dell’impegno civile la sua ragione d’essere, ricordare non per sterile celebrazione ma per partecipazione attiva, stimolare la consapevolezza non solo negli attori ma nel pubblico che numeroso li segue.
Il viaggio è stato molto più di una gita culturale,
siamo è partiti da San Salvi, luogo che per Campana fu prigione e che per i partecipanti è ormai diventato il simbolo di quella società che rinchiudeva ciò che non comprendeva.
Da lì, in una performance teatrale itinerante, si sono attraversati i luoghi della sua vita, Marradi, dove il museo a lui dedicato custodisce le tracce della sua infanzia e della sua poesia, Lastra a Signa e Castelpulci, tappe di un’esistenza frammentaria e ribelle.
Ogni sosta è stata un atto di restituzione.
Perché se la cultura ufficiale ha impiegato decenni, e talvolta secoli, per riconoscere il genio, gli attori di Chille de la Balanza e il pubblico che li ha seguiti hanno scelto di farlo mentre camminavano, mentre ascoltavano i versi di Campana riecheggiare nei cortili e nelle piazze, mentre il corpo degli attori e lo sguardo del pubblico restituivano dignità a chi quella dignità gli era stata negata in vita.
Il viaggio si è chiuso laddove era iniziato, a San Salvi, non per tornare indietro, ma per compiere un gesto estremo e necessario, trasformare quel luogo di reclusione in un palcoscenico di liberazione.
La performance finale, bellissima e coinvolgente, come quelle musicali e di lettura fatte su ogni luogo di sosta, ha fatto ancora una volta di quelle mura, che un tempo rappresentavano la condanna della diversità, il teatro della sua riabilitazione.
Il senso profondo di questo percorso, dalla presentazione del 30 luglio al viaggio del 20 agosto, è stato uno solo, non aspettare che sia la storia a fare giustizia.
La cultura deve scendere dai piedistalli e mettersi in cammino, sulle strade polverose di chi è stato dimenticato.
Questo è l’insegnamento che ci lascia Dino Campana.
E questo è il testamento che Chille de la Balanza, con questo viaggio, ha scritto per tutti noi, che la memoria non è un monumento, ma un movimento.
Che il genio non si celebra, si abita.
E che il miglior modo per onorare chi è stato chiamato folle è dimostrare, con i piedi per terra e il cuore in viaggio, che la sua follia era l’unica, vera, scomoda ragione.