Taranto tra riti pasquali, crisi industriale e progetti di cittadinanza

Taranto
di Enrico Conte
Una chiacchierata con Gladys Spiliopoulos, economista ambientale dell’Associazione culturale e di cittadinanza “Tracce”.
Taranto, periodo pasquale. La città si presenta umida e sotto la pioggia, la stessa scrociante e insistente che ha interessato l’Italia meridionale, con invasi d’acqua mai così colmi, come colmi di una certa rabbia, diffusa e sorda, sono certi tarantini.
Dopo il sequestro degli Altiforni del 2012 per il loro pesante impatto sul territorio per ragioni sanitarie e ambientali, sembra essersi aperta per la città una fase nuova, a seguito della pronuncia della Corte di Giustizia UE del giugno del 2024, e quindi del Tribunale di Milano, che hanno fissato il principio che, se vengono prodotti pericoli gravi e rilevanti per ambiente e salute l’attività di un impianto industriale deve essere sospesa, non essendo ammesse proroghe ripetute e indefinite degli adempimenti ambientali, e posto che le autorizzazioni AIA devono valutare tutte le emissioni nocive, anche non considerate inizialmente.
Su questa premessa il Tribunale di Milano ha introdotto un meccanismo condizionato: l’impianto può funzionare solo se vengono rispettate le prescrizioni ambientali entro tempi certi e tramite azioni misurabili. Il tempo per farlo scadrà nell’ agosto 2026.
Mi incontro con l’economista Spiliopoulos a pochi passi dal ponte girevole. Taranto, con il suo skyline fatto di ciminiere che sovrastano incombenti il territorio urbano nella sua interezza, sembra essere l’avamposto di un insieme di crisi: quella industriale dell’ex Ilva, i cui Commissari sono alle prese con la valutazione di offerte di acquisto e gestione e per le quali dovrebbe aversi un acquirente entro la fine di aprile. Quella del lavoro, delle sue condizioni di sicurezza (negli ultimi mesi si registrano due morti), e della sua continuità/riconversione e quella ambientale e sanitaria, crisi che, trovata udienza presso la Corte di Lussemburgo, sembrano avviarsi verso una diversa fase, quella della consapevolezza e presa in carico dei problemi e dell’avvio, pur graduale, di azioni per migliorare l’impatto della fabbrica.
D: Possiamo parlare, sotto questo profilo, di speranze e di un avvio di rinascimento?
GS: Quello che sta accadendo oggi è sicuramente un passaggio importante. Le pronunce della Corte di Giustizia dell’Unione Europea e del Tribunale di Milano segnano un punto di discontinuità: introducono un principio molto chiaro, cioè che la produzione industriale non può più essere separata dalla tutela della salute e dell’ambiente. Non è un dettaglio tecnico, è un cambio di paradigma. Per la prima volta, il funzionamento dell’impianto viene subordinato a condizioni verificabili, con tempi certi e responsabilità precise.
Questo, però, non è ancora un rinascimento. È piuttosto la fine di una lunga sospensione, in cui per anni si è continuato a produrre dentro una zona grigia fatta di deroghe, proroghe e compromessi. Oggi quella zona grigia si restringe, e questo apre uno spazio nuovo, ma ancora tutto da costruire. La vera questione è cosa succede dentro quello spazio. Se la risposta resta interna allo stesso modello allora parleremo semplicemente di un prolungamento della crisi, magari con strumenti più sofisticati marchiati da “greenwashing”. Se invece questo passaggio viene colto come occasione per ripensare radicalmente il rapporto tra economia, ambiente e società, allora sì, possiamo iniziare a parlare di un possibile rinascimento. E quando quel momento arriverà, sarà il risultato di una scelta collettiva: quella di uscire definitivamente da un modello che ha prodotto valore per alcuni e costi enormi per la comunità, e costruirne uno nuovo, capace di tenere insieme lavoro, ambiente e dignità. È una possibilità reale. Ma, come tutte le possibilità, non è garantita. Ci vuole coraggio e visione. Ed è qui che si inserisce il lavoro che stiamo portando avanti con Tracce.
D: Si registrano molteplici iniziative di cittadinanza delle quali, l’Associazione Tracce, costituisce il sintomo di un approccio più consapevole e strutturato ai problemi, complessi e intrecciati. Un clima culturale inimmaginabile quando Alessandro Leogrande scriveva i suoi “Delle macerie” e “Fumo sulla città”.
GS: Sì, ed è forse uno degli elementi più importanti di questa fase. I libri di Alessandro Leogrande hanno avuto il merito enorme di restituire una realtà senza filtri: una città in cui il conflitto tra lavoro e salute sembrava insolubile, e in cui la partecipazione civica era spesso frammentata, isolata, senza strumenti reali di incidenza.
Oggi il contesto è diverso, e non tanto perché i problemi siano diminuiti – anzi, in molti casi sono più evidenti – ma perché è cambiato il modo in cui una parte della cittadinanza li affronta.
Quello che si registra è un passaggio da una cittadinanza prevalentemente reattiva, spesso costretta a inseguire emergenze e decisioni calate dall’alto, a una cittadinanza che prova a costruire visioni, strumenti e proposte. Tracce nasce esattamente in questo spazio. Non come semplice associazione, ma come tentativo di mettere insieme competenze diverse – economiche, urbanistiche, ambientali, sociali, archeologiche, scientifiche – per affrontare la complessità del territorio con un approccio strutturato. La differenza rispetto al passato è che oggi, accanto alla narrazione delle macerie, comincia a emergere una narrazione della possibilità. Non una narrazione ingenua o consolatoria, ma una possibilità concreta, fondata su competenze e visione.
La differenza, se vogliamo, sta proprio qui: non limitarsi alla denuncia, ma provare a costruire alternative credibili.
Nel nostro caso, questo significa partire da una lettura ecosistemica del territorio. Taranto non è solo il luogo della crisi industriale, ma è anche un sistema di risorse straordinarie – il Mar Piccolo, il Mar Grande, la biodiversità, il patrimonio culturale – che per decenni sono stati considerati marginali rispetto alla fabbrica, mentre in realtà rappresentano la base, storico-naturalistica, per qualsiasi futuro possibile.
Lavorare su questi elementi vuol dire cambiare il modo in cui si definisce lo sviluppo. Significa, ad esempio, tradurre i servizi ecosistemici in criteri operativi: non più un concetto astratto, ma parametri che orientano le scelte pubbliche e permettono di valutarne gli effetti nel tempo.
D: Pasolini definiva Taranto una “città perfetta” nella sua forma pre-industriale e nella quale conviveva storia, paesaggio, mare e un rapporto armonioso tra acqua luce e presenza umana……cosa c’è di attuale in quella definizione?
GS: “La città perfetta” descrive un sistema in cui paesaggio, storia, mare e vita quotidiana sono intrecciati in modo organico, senza fratture. Quello che è accaduto dopo, con l’industrializzazione pesante, è stato proprio una rottura di quell’equilibrio. Taranto non ha perso solo qualità ambientale, ha perso continuità: tra città e mare, tra comunità e territorio, tra economia e vita quotidiana. È quella che definiamo una vera e propria frattura socio-ecologica.
Eppure, quella definizione di Pasolini oggi non è del tutto superata. Non è attuale nel senso descrittivo – sarebbe difficile dirlo guardando lo skyline industriale – ma è attualissima come chiave di lettura e, soprattutto, come direzione. Perché ci dice una cosa molto semplice: che il valore di Taranto non nasce dalla fabbrica, ma da una relazione profonda tra elementi naturali, culturali e sociali. Il punto è che oggi abbiamo anche gli strumenti per leggere questa intuizione in modo più rigoroso. Quello che Pasolini coglieva in forma poetica, oggi possiamo tradurlo, ad esempio, nel linguaggio dei servizi ecosistemici. Non sono elementi “intangibili”, sono componenti reali del nostro sistema economico e sociale.
E se guardiamo alle prospettive di rigenerazione, ripristinare l’accesso al mare, ricucire il rapporto tra città e costa, valorizzare il Mar Piccolo, costruire infrastrutture bioculturali come i lidi urbani: sono tutte azioni che vanno esattamente nella direzione di ricomporre quell’equilibrio originario, che vide Pasolini, ma in una forma contemporanea.
Quindi, più che chiederci se quella “città perfetta” esista ancora, forse la domanda giusta è: può tornare a essere una prospettiva concreta?
Io credo di sì.
D: Cosa può fare il mondo della cittadinanza attiva per migliorare questa grande e unica città del mezzogiorno?
GS: Può fare molto, ma a una condizione: smettere di pensarsi come soggetto “a margine” e riconoscersi come infrastruttura attiva della transizione.
Per anni, a Taranto, la cittadinanza è stata chiamata soprattutto a reagire – protestare, opporsi, denunciare. Tutto necessario, ma non sufficiente. Oggi il salto di qualità è un altro: costruire capacità di incidere, dotarsi di strumenti, entrare nei processi.
Il primo contributo è proprio questo: produrre conoscenza. Non in senso accademico, ma civico.
Il secondo livello è la co-progettazione. La cittadinanza attiva oggi non può limitarsi a dire “no”, deve essere in grado di dire “come”. Questo vuol dire costruire proposte credibili, che tengano insieme sostenibilità ambientale, fattibilità economica e impatto sociale.
C’è poi un terzo elemento, spesso sottovalutato: la ricostruzione del tessuto comunitario. Taranto ha pagato un prezzo altissimo anche in termini di fiducia, relazioni, senso di appartenenza. La cittadinanza attiva può ricucire questo strappo, creando spazi di incontro, percorsi educativi, pratiche di partecipazione reale. Non è un aspetto “soft”: è la base su cui si costruisce qualsiasi trasformazione duratura.
Un altro ruolo fondamentale è quello di fare da ponte tra livelli diversi. Tra istituzioni e cittadini, tra saperi locali e conoscenze tecniche, tra territorio e reti nazionali ed europee. La complessità della transizione tarantina è tale che nessun attore, da solo, può governarla. La cittadinanza attiva può diventare il luogo in cui queste connessioni si costruiscono.
Infine, c’è una dimensione più politica, nel senso più alto del termine: tenere aperto lo spazio del possibile. In contesti come Taranto, il rischio è sempre quello di restringere il dibattito a poche opzioni considerate “realistiche”. La cittadinanza attiva serve anche a questo: a rimettere in discussione ciò che viene dato per inevitabile, a evitare nuovi lock-in – industriali, economici, culturali – e a mantenere viva una visione alternativa.
In fondo, se guardiamo alla storia recente, le trasformazioni più importanti non sono mai partite solo dalle istituzioni o dal mercato. Sono nate quando una parte della società ha iniziato a organizzarsi, a produrre visione e a costruire strumenti.
Taranto oggi è in un passaggio delicatissimo. La cittadinanza attiva può fare la differenza proprio qui: non sostituendosi agli altri attori, ma alzando il livello del gioco. Portando dentro i processi più trasparenza, più competenza e, soprattutto, più capacità di immaginare e costruire futuro.
D: Mentre il suono delle Troccole della processione dei Misteri continua ad entrare in risonanza con il nostro parlare chiedo infine: come vede il futuro rapporto tra Impianto siderurgico e città?
GS: Io non credo che il futuro di Taranto possa ancora essere costruito attorno all’impianto siderurgico. Non è una posizione ideologica, è una valutazione ormai supportata da evidenze ambientali, sanitarie e anche giuridiche. Le condizioni per una convivenza tra fabbrica e città, così come le abbiamo conosciute, non esistono più. E continuare a inseguire un equilibrio tra produzione e tutela della salute, in questo caso, rischia di essere un’illusione.
La vera domanda non è come far convivere impianto e città, ma come uscire da questa dipendenza in modo giusto, governato e credibile.E qui entra un tema decisivo, che spesso nel dibattito manca: la transizione ha bisogno di una base fiscale e finanziaria strutturata. Se guardiamo alle esperienze internazionali – dalla Ruhr a Bilbao – non troviamo solo buone idee progettuali, ma architetture economiche molto precise. A Bethlehem, in Pennsylvania, ad esempio, la rigenerazione è stata sostenuta anche da strumenti come il Tax Increment Financing: un meccanismo che vincola le nuove entrate fiscali generate dalla trasformazione di un’area al reinvestimento nello stesso territorio, creando un ciclo virtuoso di rigenerazione.
È esattamente il tipo di leva che è mancata a Taranto, dove per anni la spesa pubblica è stata utilizzata per mantenere in vita un modello in crisi, invece che per costruirne uno nuovo.
Ma non basta la leva finanziaria. C’è un altro elemento altrettanto importante: il capitale intellettuale. Tutti i casi di successo che cito hanno costruito reti internazionali, scambi, contaminazioni. La Ruhr, Bilbao, Pittsburgh non si sono trasformate da sole: hanno attivato università, centri di ricerca, partnership internazionali, programmi di scambio di competenze. Taranto deve fare lo stesso.
Questo significa attivare programmi di exchange strutturati con territori che hanno già attraversato la transizione post-industriale: portare qui competenze, modelli di governance, know-how tecnico; ma anche mandare fuori giovani, tecnici, amministratori, per formarsi e riportare conoscenza sul territorio. Non è un elemento accessorio, è una condizione abilitante. Ed è esattamente su questo che noi, come Tracce, stiamo lavorando.
Abbiamo aperto diversi canali di dialogo con la Ruhr, che resta uno dei casi più rilevanti di riconversione industriale in Europa. In questo contesto, il confronto con il prof. Stefan Berger – uno dei principali studiosi europei di patrimonio industriale e trasformazioni post-siderurgiche – è stato fondamentale per capire come la memoria industriale possa diventare leva attiva di rigenerazione e non solo eredità passiva.
Allo stesso modo, abbiamo attivato un confronto diretto con Bilbao: sia con l’associazione Bilbao Metropoli 30, che ha guidato il processo di trasformazione della città, sia con l’amministrazione pubblica, attraverso un dialogo con l’assessorato all’urbanistica. Questo ci ha permesso di entrare nel merito delle scelte di governance, che sono state decisive tanto quanto gli investimenti.
Parallelamente, stiamo costruendo una rete accademica con università come l’Università di Padova, l’Università di Siena, l’Università Lumsa e altri centri di ricerca, per integrare competenze economiche, territoriali e ambientali. Non è solo collaborazione scientifica: è costruzione di una piattaforma di conoscenza che possa sostenere la transizione nel tempo.
Questo lavoro di rete è fondamentale perché evita un errore che Taranto ha già fatto: pensare di poter risolvere problemi complessi con soluzioni isolate. La verità è che la transizione è un processo collettivo, multilivello, che richiede visione ma anche strumenti, relazioni, apprendimento continuo.
E proprio per questo, nonostante tutto, io sono ottimista.
Non perché i problemi siano piccoli – sono enormi – ma perché per la prima volta Taranto non è più sola. Se questa traiettoria si consolida Taranto può davvero diventare qualcosa di diverso: non più simbolo di crisi industriale, ma laboratorio europeo di transizione giusta.
E questa, oggi, non è più solo una visione. È una possibilità concreta.
Rileggendo le risposte dell’ing. Gladys Spiliopulos mi tornano in mente le parole di John Maynard Keynes nell’ultima pagina della Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, del 1936…”presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, a essere pericolose, nel bene o nel male”.
