IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Tiya Miles, Il sacco di Ashley, Storia di tre generazioni di donne nere americane, traduzione di Norman Gobetti

Foto della copertina del libro

di Marisa Cecchetti

Era il 1921 quando Ruth Middleton, a Filadelfia, ricamò queste frasi su un vecchio sacco da granaglie: La mia bisnonna Rose / madre di Ashley le diede questo sacco quando / fu venduta all’età di 9 anni in South Carolina / conteneva un vestito sbrindellato 3 manciate di / noci pecan una ciocca di capelli di Rose. Le disse / Sia pieno del mio Amore sempre / non la vide mai più / Ashley è mia nonna. / Ruth Middleton 1921.

Tiya Miles, rinomata storica americana, autrice e vincitrice del premio MacArthur, specializzata nella storia degli afroamericani, dei nativi americani e delle donne, scrive pagine dolorosamente illuminanti sullo schiavismo nelle regioni costiere e poi nell’interno e verso ovest, prima della guerra civile del 1865 che portò, sulla carta, alla fine della schiavitù. Non nella concretezza, perché i proprietari terrieri e comunque tutti i padroni di manodopera nera mal si adattavano a perdere i loro privilegi, pertanto continuarono a lungo le violenze, i soprusi, le umiliazioni, gli stupri. Charleston, nel South Carolina, risulta il centro di maggiori traffici di schiavi.

Le tre donne di cui cerca di ricostruire la storia sono Rose, sua figlia Ashley e la pronipote Ruth, colei che si ritrovò in mano il vecchio sacco che l’antenata aveva consegnato alla figlia di nove anni, quando fu separata da lei. Dentro c’era un vestitino sbrindellato, tre manciate di noci pecan e una ciocca di capelli della madre. E tanto amore. Sembra poco a noi che siamo abituati alla abbondanza, in effetti era quasi un miracolo per una madre schiava poter disporre di un sacco, di un vestitino vecchio, di noci. Gli schiavi, in quanto oggetti, non potevano possedere oggetti. Quel sacco ora rattoppato che si trova in un museo, era andato perduto, ma è ricomparso nel 2007, trovato da una donna bianca in un cesto di stoffe al mercato delle pulci a Nashville nel Tennessee. Il sacco dato a Ashley è “la più breve slave narrative del mondo, ridotta all’essenziale, arrivata fino a noi attraverso il tempo come un messaggio in bottiglia.»

Rose ha fatto un grande dono riuscendo a recuperare un abitino che la proteggesse, considerando che una ragazzina di nove anni era già sottoposta agli sguardi famelici dei bianchi che non si peritavano a scoprire i corpi degli schiavi messi all’asta. Le noci pecan erano cibo, ma potevano diventare seme, e la ciocca di capelli era il legame fisico, la continuità dell’amore tra madre e figlia. Il sacco poteva servire anche a nascondere la intimità di Ashley, se necessario.

“La sua preparazione negli anni Cinquanta dell’Ottocento, la sua conservazione a cavallo fra i due secoli, il ricamo negli anni Venti del Novecento, testimonia un retaggio famigliare che si pone come alternativa al cinico capitalismo sostenuto dalla schiavitù […]  Quando intorno al 1918 arrivò a Filadelfia, Ruth aveva con sé il sacco di cotone che Rose aveva preparato per Ashley… il sacco della bisnonna. Quando a sua volta stava per diventare madre, decise di ricamarci.”

La separazione dei figli dalle madri era un aspetto determinate dello schiavismo. Se poteva avvenire in ogni momento a seconda delle esigenze economiche del padrone, il momento più terribile era quello della morte del padrone stesso, quando gli schiavi inventariati venivano messi all’asta, separati, dispersi. E come successe a Rose nei confronti della figlia, spesso non si vedevano più.

“Questo «spettro della separazione», conosciuto intimamente dai nostri antenati non liberi, assilla anche noi, con qualità diverse ma con la stessa importanza, oggi che l’odio e la discontinuità gettano la loro ombra sui nostri mondi sociali e politici. La nostra vita è un’agonia quando i figli di migranti vengono strappati ai genitori da agenti governativi, quando politici e opinione pubblica accantonano le buone maniere e quando la nostra specie sconvolge il clima del pianeta su cui abitiamo fin dal Pleistocene. Separazione, distanza, inimicizia e perdita sembrano i segni distintivi della nostra epoca,” scrive Tiya Miles.

Non è stato facile risalire a Rose perché gli unici documenti che vengono in aiuto sono gli inventari di schiavi tenuti dai proprietari, e perché compaiono molte donne nere dello stesso nome, in quanto ai bianchi piaceva dare loro nomi di fiori o comunque di  significato ironico, senza distinguere gli schiavi con un cognome:si tratta dunque di “interpretazioni fondate su indizi, confronti e analisi contestuali, ma anche ipotesi frutto di immaginazione, riconoscendo che ci sono moltissime cose che non possiamo sapere con certezza riguardo al passato, soprattutto quando si tratta di vite poco documentate e per lo più fraintese.”

Se quella individuata nell’inventario è proprio la madre di Ashley, a lei era stato attribuito un valore di settecento dollari, la donna più costosa di tutta la proprietà di Martin, forse perché era nel fiore degli anni, o era molto competente, o sessualmente appetibile, anche se il pensiero crea disagio.

Presumibilmente Rose apparteneva alla famiglia dei Martin, arrivati a Charleston nella seconda ondata, quella che vide la coltivazione estensiva del cotone, dopo la fase iniziale di riso adatto alle zone allora paludose del South Carolina. All’epoca della Rivoluzione americana era una delle città più ricche del paese grazie al sistema schiavistico. 

Tiya Miles, ricostruendo questa storia familiare da un reperto che sembra umile, invece è di grande valore, ci porta in mezzo alle storie della sua gente, alle sofferenze, alle privazioni; ci racconta di persone oggetto date in affitto, di quei pochissimi che sono riusciti a pagarsi la libertà, della gelosia e della violenza delle padrone bianche nei confronti delle schiave nere, degli stupri… di una madre che ha ucciso la figlia quando ha sentito arrivare chi gliela avrebbe strappata. Ma anche delle origini della schiavitù: “alcuni coloni inglesi approdarono a Barbados, dove cercarono di coltivare tabacco e cotone prima di ripiegare sullo zucchero…Entro gli anni Ottanta del Seicento, quella barbadiana era la società schiavista più estesa, articolata e redditizia fra tutte le colonie inglesi, e il suo successo economico dipendeva interamente e «imprescindibilmente» dalla degradazione di esseri umani.”

Poi i barbadiani furono di insegnamento a quelli del South Carolina, un ampio tratto di terra sulla costa sudorientale del Nordamerica donata a otto aristocratici inglesi dal re Carlo II. E ci parla di tanto altro ancora.

Parlare di violenze del passato, di conquiste ottenute a caro prezzo, è sempre doloroso, ma potrebbe essere una consolazione pensare che l’uomo abbia imparato dalla Storia, invece non lo è stato. Tiya Miles ha lo sguardo attento ai nostri giorni, alle grandi urgenze di oggi, al “maltrattamento dei bambini migranti da parte del governo, il disinteresse culturale per il retaggio africano americano, il tradimento politico dei principi democratici, il crescente aumento del divario fra ricchi e poveri e l’ombra globale di una minaccia esistenziale – per quelle donne, la schiavitù; per noi, il cambiamento climatico.”


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