Tra i fili dell’esistenza: l’arte connessa di Paola Torsello
di Antonella Buttazzo
Immaginate per un istante.
Provate a sentire.
Quante volte la nostra mente vaga, tessendo pensieri, ricordi, desideri, come sottili fili invisibili che si connettono tra loro, creando una trama unica, complessa: la nostra personale ragnatela di significato.
Ma non siamo soli in questa tessitura.
Ogni giorno, consapevolmente o meno, intrecciamo questi fili con quelli degli altri, dando vita a legami, a connessioni profonde che arricchiscono la nostra esistenza.
Oggi ci immergiamo in questo affascinante universo di trame e interconnessioni, guidati da una donna che ha fatto della tessitura – sia essa artistica che relazionale – il cuore della sua ricerca. Un’artista che, con la sua sensibilità, sa dare forma a ciò che unisce, e una professionista che, con la profonda attenzione all’essere umano, ne accompagna la scoperta.
Parliamo di Paola Torsello.
Nel suo percorso, Paola ha dato vita a Ratatile, un progetto il cui nome, “ragnatela” in salentino, e il logo, l’antico simbolo Adinkra “Ananse Ntontan”, non sono solo un richiamo culturale, ma la metafora perfetta di un intento: quello di costruire ponti, di rivelare le trame nascoste che legano le persone, le idee, le culture e, in fondo, i diversi aspetti della nostra stessa mente. Un invito a esplorare come ogni filo, ogni connessione, contribuisca a definire il tutto.
Preparatevi a entrare in un dialogo che promette di svelare nuove prospettive sui legami che ci tengono uniti, a livello profondo e creativo.
- Paola, benvenuta. L’introduzione ci ha già immerso nella suggestione dei legami, dei fili e delle trame che la nostra mente e le nostre vite tessono. Partiamo proprio dal tuo progetto “Ratatile”: come è nato questo nome così evocativo e quale storia si cela dietro la scelta del simbolo Adinkra “Ananse Ntontan” come logo?
Innanzitutto grazie per questa opportunità. Tengo molto a ripercorrere la trama che intreccia i fili di Ratatile, in quanto solo dopo una serie di esperienze creative ho cominciato a vedere una Forma da raccontare.
Le prime “ragnatele” sono nate sui bordi delle agende, su foglietti sparsi, riviste, quaderni da studiare…
Disegnavo scarabocchiando senza pensare, e faccio ancora così. Se mi concentro per fare qualcosa di proposito, Ratatile non viene fuori.
Solo più tardi grazie agli scambi avuti con Nicola Valentino, ricercatore e socioanalista, che ha approfondito studi ed esperienze sugli Stati Modificati di Coscienza e la scarabocchiografia, ho capito che i segni e le linee che tracciavo, sono la narrazione di ciò che sento e vivo in un particolare momento in qualche ambiente.
Mi spiego meglio. Io non disegno mai quando sono da sola (naturalmente dove non rischio di sembrare maleducata… sorrido).
Per imbrigliare quei fili devo stare con gli altri, con le persone; ascoltare ciò che le loro voci dicono e non dicono e le infinite sfumature emotive che mi rimandano.
Disegno sul Sentire, non sul Pensare.
Molte opere sono nate nel Centro Diurno del Centro di Salute Mentale dove svolgo alcuni laboratori di Artiterapie. Sono nate un po’ per volta. Anche diluite in lunghi mesi. Dove approfitto del “fare insieme”, delle pause, oppure di una lettura ad alta voce, ma anche di quei silenzi espressivi durante una scrittura… e io sono lì a fare da sfondo, mettendo in figura quell’aura umana che si sprigiona.
Lavorare in un C.S.M. mi ha permesso di incontrare profondità insospettate, sensibilità indimenticabili, genialità fuori dal comune, e tutto questo sollecita la Creatività.
D’altronde preferisco definirmi una Creativa… non pretendo di scomodare l’Arte.
Forse il mio è un atto curativo, sicuramente una restituzione, un riconoscimento, un incontro estetico.
Inoltre, quei fili neri sul foglio bianco, la mia passione per le tradizioni di questa terra maltrattata, tutta la narrazione sulla Taranta… hanno fatto il resto.
- Il concetto di “ragnatela”, sia nel nome salentino che nel simbolo africano, suggerisce un’intricata rete di connessioni. Qual è la filosofia profonda che “Ratatile” intende tessere e quali sono gli obiettivi principali che si propone di raggiungere a livello di comunicazione e coinvolgimento?
La filosofia di Ratatile è legittimare ciò che culturalmente e umanamente viene trascurato, frainteso, o inascoltato. Riunire nei segni e nelle forme, emozioni, esperienze e incontri, tra me, gli altri e viceversa.
E’ offrire un po’ di memoria alla donna pizzicata dal ragno… Oramai sostituita da palchi scintillanti e clamori, magari utili e divertenti, ma lontanissimi dalla preziosità dei vissuti, dei sentimenti umani e dall’urgente necessità per tutti di recuperare il valore di storie personali e comunitarie…
E’ per questo che poi ad un certo punto ho deciso di rendere Ratatile anche scrittura.
Di raccontare attraverso la storia di un personaggio, alcuni dispostivi istituzionali e certe svelature…
Quando m’immergo in queste forme creative mi sento una specie di cassa di risonanza, una facilitatrice di voci, una confidente fidata. Non so se possa nutrire gli altri, ma a me fa bene.
Il simbolo africano l’ho scelto perché cercavo un logo a forma di cerchio per sottolineare l’importanza della circolarità, dell’unione paritaria… e poi, visto che nostro malgrado siamo ancora in un periodo storico piuttosto divisivo… ho scelto uno dei tanti simboli del Ghana antico.
Ne ho altri tre tatuati sulle braccia.
- La tua sensibilità artistica e la tua attenzione all’essere umano sono palpabili. Come la tua esperienza e la tua formazione, in particolare nel campo del counseling, influenzano la tua visione del mondo e, di conseguenza, il tuo approccio creativo e la scelta dei tuoi temi?
Forse in modo spontaneo. Del resto ognuno di noi è il prodotto delle proprie esperienze allora sicuramente la Gestalt influisce.
Praticarla mi dà un ritmo più armonico in ogni cosa, personale ed espressivo.
Tutti i Gestaltisti sono dei Creativi, dei ricercatori di risorse, dei partecipanti rispettosi. La Gestalt ha un approccio fenomenologico esistenziale; non giudica, non interpreta, è benessere puro, incontro, esperienza viva. - In che modo i principi della Gestalt guidano la tua comprensione delle dinamiche umane si manifestano concretamente nelle tue opere o nel tuo processo artistico? C’è un’opera specifica che senti particolarmente rappresentativa di questa unione tra arte e visione interiore?
In Gestalt si pratica il “Sentire”, le emozioni più profonde, l’autenticità. Quindi c’è una grande affinità tra il mio modo di lavorare (ma anche contattarmi in certi periodi complicati della vita…) e il mio modo di stare con gli altri anche quando disegno.
Per esempio qualche anno fa ho concepito un progetto che si chiama “Comedor” che in spagnolo significa “Sala da pranzo”. Tutti sappiamo che nelle sale da pranzo avvengono incontri, conversazioni, piccoli dialoghi empatici… Allora la proposta è di incontrarmi con chiunque voglia una restituzione “ratalitosa” della sua storia. Una sorta di biografia per immagini.
Oppure ho creato delle tessere con delle forme evocative per svolgere Relazione di Aiuto, delle narrazioni introspettive, 22, come i tarocchi; utili a terapeuti, artiterapeuti, counselor…
Si chiamano Paquita, come l’antica sciamana di Jodorowsky.
Non ho dei disegni a cui tengo particolarmente o che mi suscitano qualcosa si speciale. Quando un disegno è finito resta lì, in quell’incontro, e il nuovo foglio bianco diventa il presente.
Forse qualcuno mi piace un po’ di più, ma solo da un punto di vista artistico. Sicuramente mi piacciono quelli più imbrigliati, perché mostrano più tempo insieme. - Al di là della Gestalt, quali sono le tue principali fonti d’ispirazione? Ci sono artisti, movimenti, esperienze di vita o magari luoghi che stimolano particolarmente la tua creatività? E potresti descriverci il tuo processo creativo, dal primo spunto all’opera finita?
No non credo di vivere influenze artistiche, non potrei nella dissociazione dello scarabocchio.
Forse qualche tratto, qualche mescolanza casuale. Forse qualche vago dettaglio di Art Brut in qualche angolino. Ma sicuramente è solo ciò che colgo io…
Quando faccio le Ratatile autentiche non uso neanche il colore, al massimo qualche macchia.
Semmai il colore lo aggiungo dopo quando mi diverto a digitalizzare, ma diventa tutt’altra cosa. - Se dovessi scegliere una parola per descrivere cosa ti affascina di più nel fare arte e nel tessere queste “ragnatele” di significato, quale sarebbe? E cosa speri che chi osserva le tue opere o entra in contatto con il progetto “Ratatile” possa portare con sé?
La parola è sicuramente “Insieme”, tutti in cerchio.
La speranza potrebbe essere che chi le guarda colga il proprio Caos e che lo onori.