Tradizioni salentine, il brodo di piccione
di Rocco Boccadamo
Prolificano più che mai, abbondano e imperversano, i “piccioni”, e però,
attenzione, almeno in questo caso, niente allusioni allegoriche o sagaci e
maliziosi accostamenti al pianeta, assai di moda e chiacchierato, delle escort
e/o massaggiatrici.
Oggetto e protagonista delle presenti note è il piccione inteso come volatile –
con accezione più aggraziata e gentile, detto anche colombo – appartenente
all’ordine dei “columbi formi”, selvatico per natura, ma facilmente
addomesticabile.
La sua immagine tipica – fagottino compatto di piume, punteggiato da due
occhietti dal bordo nitido e arrossato, che se ne va volando di qua e di là alla
ricerca del cibo, cui poi attinge col becco pronto caracollando sul terreno –
rimanda a scenari antichi, a tradizioni passate rimaste impresse nella mente.
Per via delle sue carni leggere e gustose, quasi “nobili”, nel Salento, fino a
qualche decennio addietro, il piccione era allevato da tutte le famiglie
abbienti; anzi, alcune di esse destinavano a tale attività specifiche
caratteristiche costruzioni, erette nei giardini o nelle campagne, chiamate
proprio “colombaie” (in dialetto palummari), contenenti all’interno centinaia
di cellette con funzioni di “case” per i pennuti, che in quei siti solevano
puntualmente ritirarsi per covare le uova, per allevare i piccoli e per dormire.
Sulle mense dei ricchi, perciò, le pietanze a base di carni di piccione erano
consuete e frequenti. Così non succedeva, invece, per la gente povera: ma
anche quest‘ultima – almeno in certe circostanze, specialmente in occasione
dei parti – non mancava mai di procurarsi, al caso acquistandolo, appunto
uno o qualche piccione.
Si affaccia ancora emozionante, in chi scrive, il ricordo delle zuppiere,
contenenti porzioni del volatile e relativo brodo, servite amorevolmente dai
familiari a una povera mamma all’atto della nascita dei tre più piccoli di casa,
tra fratellini e sorelline.
Quanto ai seguiti economici, a parte la costruzione delle colombaie, crescere i
piccioni non costava pressoché niente, il loro nutrimento essendo costituito
da larve, bacche, qualche frutto sfatto sui rami o ai piedi delle piante, isolati
resti di cibo rinvenuti in giro.
Negli ultimi tempi, così come sono usciti letteralmente stravolti tanti schemi e
modelli dell’esistenza umana, sembra che ogni cosa si sia modificata pure nel
vivere del piccione, al punto che la sua stessa immagine non è più vista alla
maniera del passato.
Si rammenta, da tutti, che gli stormi di piccioni costituivano un gradevole
ornamento di certi larghi spazi, come Piazza del Duomo a Milano e Piazza S.
Marco a Venezia; ora, al contrario, i pennuti in parola sono più che altro
considerati come fonte di gravi danni e di degrado per monumenti, edifici e
manufatti in genere, e ciò a causa degli elevati indici di ripopolamento e, in
particolare, dei loro… escrementi.
Ovunque, sia nelle città, sia nei piccoli centri e in campagna, la presenza dei
piccioni, tranne che per l’orecchiabile tubare, prima non era proprio avvertita;
oggi, al contrario, esiste purtroppo ovunque un vero e proprio problema
piccioni.
Non si possono stendere i panni ad asciugare senza il rischio di abbondanti e
sgradevoli macchie, i balconi, le terrazze, gli infissi e le ringhiere ricevono
copiose piogge non pulite né salutari, pare insomma di trovarsi di fronte ad
una vera e propria “emergenza piccioni”. Si discute, non senza contrasti, su
eventuali rimedi, preventivi o repressivi, ma intanto lo stato critico permane
diffusamente.
Il fenomeno, purtroppo, colpisce finanche le arterie cosiddette eleganti di
questa città. Difatti, lungo tali strade, a causa della ricordata opera dei
piccioni, consistenti sezioni delle facciate degli edifici appaiono talvolta
ridotte a uno stillicidio di bianco-grigie “stalattiti” di escrementi, penzolanti o
incollate sulle pareti e sulle vetrate: stalattiti, che, in genere, si stagliano
gradevoli agli occhi, quando s’incontrano nelle grotte, mentre, nella
fattispecie, si presentano con effetti negativi, quasi stomachevoli.
E’ proprio il caso di dirlo, si tratta di autentiche e moleste impertinenze di
volatili.
Per approfondire i temi legati alla cultura mediterranea, alla memoria storica e al pensiero contemporaneo, possono essere utili anche questi contributi pubblicati dalla rivista:
Salento che cambia: cresime, padrini e madrine, doni e regali – IL PENSIERO MEDITERRANEO
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