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Trump, Hegel e il ritorno all’età della pietra: il paradosso di una storia che, avanzando, ritrova l’origine

Trump, Hegel e il ritorno all’età della pietra: il paradosso di una storia che, avanzando, ritrova l’origine

Di Simona Mazza

Donald Trump ha prorogato di due settimane la scadenza del suo ultimatum all’Iran, dopo avere minacciato di riportare il Paese “all’età della pietra”. Lo stop ai bombardamenti viene presentato come subordinato a una condizione precisa, l’apertura completa, immediata e sicura dello Stretto di Hormuz. Nello stesso passaggio, però, Trump ha parlato anche di un accordo ormai vicino e di una possibile pace a lungo termine, definendola una vittoria totale e completa. È proprio dentro questa oscillazione tra annientamento evocato e composizione promessa che si riapre una domanda profonda: la storia conduce davvero verso una coscienza più alta, oppure il progresso, nel suo punto più avanzato, può piegarsi fino a ritrovare il proprio fondo primitivo?

I vaneggiamenti di Trump

La parola politica e il suo sottosuolo simbolico

Nel paesaggio geopolitico attuale, segnato da tensioni persistenti e da equilibri sempre più instabili, la frase declamata dal Tycoon americano risuona come una minaccia brutale, ma anche come il sintomo di una precisa postura mentale. I sedicenti “esportatori della democrazia” vi si atteggiano infatti con una sicumera quasi pavoneggiante, esibendo la propria superiorità tecnica e militare e ventilando, con compiaciuta arroganza, la possibilità di ricacciare il nemico “all’età della pietra”. Ma proprio questa immagine, brandita come insulto supremo, merita di essere interrogata, seppur in maniera volutamente provocatoria. Essa presuppone infatti che l’origine coincida con la barbarie e che il massimo sviluppo dei mezzi equivalga, di per sé, a un più alto grado di civiltà. È proprio questa equivalenza, tanto radicata quanto raramente messa in discussione, a rendere la formula politicamente efficace e simbolicamente rivelatrice.

Il paradosso del progresso che genera il proprio rovescio

Proprio qui la minaccia di “riportare all’età della pietra” smette di apparire come una semplice iperbole bellica e diventa una questione più radicale. Costringe infatti a interrogare il rapporto tra sviluppo e regressione, tra potenza e civiltà, tra accrescimento dei mezzi e maturazione della coscienza. La modernità ha innalzato la capacità d’intervento dell’uomo a un livello senza precedenti: ha esteso la presa tecnica sul reale, ha accelerato i processi, ha moltiplicato gli strumenti dell’azione, del controllo e della distruzione. A questa espansione, tuttavia, non ha corrisposto con la stessa intensità un analogo approfondimento interiore. È proprio nel punto più alto della capacità di dominio che riaffiora una possibilità di regresso, e questa possibilità assume il volto del primitivo.

Questo primitivo possiede due significati distinti, che conviene tenere uniti senza confonderli. Da una parte designa il regresso morale: la riemersione della forza nuda, la contrazione del diritto a fragile rivestimento, il ritorno di una logica elementare fondata sulla sopraffazione. Dall’altra richiama, almeno sul piano simbolico, una condizione originaria nella quale l’uomo si avvertiva come parte di un ordine più vasto e non ancora radicalmente separato dal mondo. Il ritorno all’origine, dunque, può coincidere con una caduta nella brutalità, ma può anche riaprire, per contrasto, la memoria di ciò che la civiltà tarda ha smarrito.

Il punto non consiste certo nel trasfigurare la rovina in una nostalgia dell’arcaico. Un eventuale “ritorno all’età della pietra”, dentro una scena di guerra contemporanea, si darebbe come effetto della violenza tecnologicamente organizzata, non come ripresa armonica di un ciclo naturale. Eppure proprio questa violenza estrema mette a nudo una contraddizione decisiva: la civiltà che più ostenta i propri mezzi può diventare anche quella che prepara il proprio abbassamento simbolico, il proprio impoverimento interiore, la propria ricaduta.

Hegel e la storia come autocoscienza dello Spirito

Su questo terreno entra in gioco la lettura diHegel, per il quale la storia universale coincide con il processo attraverso cui lo Spirito si esteriorizza nelle forme concrete del mondo — istituzioni, conflitti, ordinamenti, civiltà — e attraverso esse giunge progressivamente al sapere di sé. In questa prospettiva anche le crisi e le guerre entrano nella dinamica del divenire: rappresentano i punti in cui una forma storica consuma il proprio principio e prepara il proprio superamento. Il movimento storico assume così il senso di un avanzamento della coscienza, di una presa di consapevolezza sempre più alta dello Spirito entro la realtà.

Qui si apre anche il punto più controverso della costruzione hegeliana. Se la storia è il luogo in cui lo Spirito prende coscienza di sé, allora anche il negativo rischia di venire assorbito in una razionalità più vasta. È precisamente questa l’obiezione che Marx ed Engels rivolgeranno a Hegel: il pericolo che il reale, in quanto momento necessario del processo, finisca per apparire giustificato. La grandezza del suo pensiero sta nell’avere colto un ordine nella storia; il limite affiora quando la razionalità del divenire sembra scivolare verso una legittimazione dell’esistente, quasi che anche la violenza storica, in quanto iscritta nel processo, trovi da sé una forma di assoluzione speculativa.

Il Kali Yuga e il doppio volto del ritorno

La visione ciclica evocata dalKali Yugaconduce invece in una direzione differente. Il tempo non si lascia leggere come progressiva ascesa della coscienza, ma come successione di età qualitativamente decrescenti. All’inizio del ciclo si colloca una condizione più integra, simbolicamente riconducibile all’età dell’oro; seguono poi fasi di progressivo ispessimento, di perdita, di oscuramento, fino all’ultima età, quella più degradata e più lontana dal principio. In questa logica, il decadimento appartiene al termine del processo assai più che al suo inizio. L’origine, allora, smette di equivalere automaticamente a una barbarie elementare e può apparire, almeno sul piano simbolico, come prossimità perduta a un ordine più alto.

Il confronto tra queste due visioni diventa allora particolarmente chiaro. Come detto, per Hegel il ritorno dell’origine resta interno alla dialettica dello Spirito e coincide con una figura del suo sviluppo; nella logica del Kali Yuga, invece, il tempo storico può accompagnarsi a una regressione interiore, a un impoverimento che cresce proprio insieme all’avanzamento temporale. In un caso la storia porta in sé un principio di autocoscienza; nell’altro il processo reca l’impronta di un progressivo allontanamento dal centro. La minaccia di “riportare all’età della pietra” acquista così un rilievo filosofico inatteso: da una parte indica una ricaduta brutale, imposta dalla violenza e dalla distruzione; dall’altra incrina il dogma moderno secondo cui il più tardo vale sempre di più e il più antico sempre di meno.

La profezia di Einstein

Al netto di tutto, un terzo personaggio merita, a mio avviso, una menzione, per la lucidità di una formula che oggi appare terribilmente profetica: Einstein.

Il fisico tedesco diceva «Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale, ma la Quarta sarà combattuta con bastoni e pietre», offrendo forse l’immagine più efficace di quel punto in cui la potenza tecnica genera il proprio contrario. E allora la domanda resta aperta, forse più di prima: il progresso conduce davvero a una forma più alta di civiltà, oppure può spingere l’uomo fino a un culmine da cui riemerge, per via violenta e tragica, ciò che credeva di avere lasciato per sempre alle spalle?

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