IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Tafaluro di Sant'Andrea Foto di Visit-Melendugno-Tafaluro-Zuccala-

Tafaluro di Sant'Andrea Foto di Visit-Melendugno-Tafaluro-Zuccala

di Paolo Protopapa

Anch’io. E la ricordo nel passato. Perciò parlo di “un mare” e non del mare.
Sono due cose diverse.
Chi vive un luogo e chi passa da un luogo sono due persone diverse. E anche i luoghi sono diversi. Diversi non significa opposti, ma semplicemente e rispettivamente altri.
Altri per chi li vive e ne parla; altri per chi guardandoli con occhi simili, ne ricava, però, valori e sentimenti diversi.
Si può allora dire che (e in qualche modo), se i luoghi sono gli stessi in quanto a nominazione, non lo sono in quanto a frequentazione e in quanto al loro vissuto. Il luogo, dunque, è il vissuto di ‘quel luogo’.

Si può dire, pertanto, che il luogo è astratto nel nome, ma è concreto nel fatto. Participio del verbo fare, il fatto è il risultato del fare. E esso fatto implica un autore, ossia il realizzatore del manufatto o ‘naturaliter factus’. L’albero fatto dalla natura, tuttavia, non è la sedia che il falegname ricava dal legno dell’albero. L’artefice divino è diverso dall’artefice umano. Anche la storia – sia essa ‘res gestae’, sia essa ‘historia rerum’ gestarum’ – altro non è che un insieme di fatti. Fatti e protagonisti e comparse di fatti. Un tessuto fittissimo di luoghi reali e mentali, di cose, eventi, precipitati, interpretazioni, immaginazioni, invenzioni, rotture e ricostruzioni, falsificazioni, rivoluzioni, restaurazione, cambiamenti e stagnazioni.
Luoghi della storia e Storia dei luoghi coincidono perché entrambi hanno vita ed evoluzione. La loro vita inizia da quando se ne comincia a parlare. Nessuno sa quando ciò avviene. Anche quando ne abbiamo fonti e notizie, testimonianze e dati, riferimenti e memorie, ricordi e suggestioni, nessun fondamento è originario. La genesi ci è preclusa, tranne che non sia processo di un lavoro di ricostruzione.
Perciò la definiamo ‘Ricostruzione razionale’. Opera complessa in cui le armi della mente si cimentano con – potremmo dire – tutto il resto. È questo resto a costituire il testo. Esposto sia alla composizione soggettiva, sia alla modificabilità interattiva.

Quando lo si vive, un luogo, è diverso (e altro) rispetto al ricordo che di esso si conserva. Ed è un errore immaginare che del luogo-fatto, ovvero ‘ob/iectum’, se ne conservi la veridicità ‘che ci appare di fronte’. I luoghi sono persone ‘vestite’ di relazioni sentimentali. Sono ‘tessuti’, vale a dire reti e artefatti densi di significati che si originano dall’incontro – scandito e declinato nella processualità storica – dell’intreccio tra noi e il mondo, entro cui stiamo. Nessuno sceglie dove, come, quando e perché stare. E ne deduce l’estrema mobilità, sia logica, sia epistemologica, sia filosofica, sia psicologica e, financo, ontologica di ciò che definiamo e-sistenza.
Lo star-fuori in quanto uscire fuori, forse e chissà, del nostro rimanere dentro. E/siste soltanto chi e ciò che appare alla vita. Dall’inconscio apparire al conscio sapere. L’enfasi idealistica, nel suo più alto consistere hegeliano, segnala il lungo cominciamento dalla mera percezione sensibile alla “coscienza di sé”, sino “all’autocoscienza e al passaggio al “per sé’..
La modalità ‘ontologica’ di un ‘in sé’ che si trasforma nella processualità storica del ‘per sé’ (ossia dall’intuizione dualistica tra soggetto e oggetto, alla consapevolezza monistica della conquistata unità tra uomo e natura) approda alla spiritualità piena. Quindi all’Io che sa di essere io. Non già, inteso come naturalistico ‘sensus sui’, quanto teoretica ragione universale.
Dal bruniano “copulare con l’universo”, all’approdo nella potenza infinita dell’universo (spinozianamente) ‘naturante’, e perciò all’Auto-coscienza Assoluta di uno Spirito “che non si limita a sentire, ma che giunge a sapere di essere spirito o “sapere assoluto”.

È da qui che inizia finalmente, nel fecondo connubio tra filosofia e scienza e prassi trasformatrice, l’accidentato cammino della nostra modernità di massa, pensante e agente. Dove questo “vero Concreto dell’Astratto’ (F. Hegel) trapassa epistemologicamente e materialisticamente e praticamente nel Concreto-concreto del reale. “Sintesi – come dirà Karl Marx – di molte determinazioni e, dunque, unità del molteplice”.


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