IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Ulisse trasloca ancora? Tra scienza, ipotesi e titoli ad effetto

Ulisse e il Cavallo di Troia

Ogni estate sembra avere il suo Ulisse.

di Pompeo Maritati


Negli ultimi anni Ulisse sembra non trovare pace. Ogni tanto qualcuno annuncia di aver scoperto la sua vera reggia, qualcun altro individua la vera Itaca, altri ancora sostengono che il celebre Cavallo di Troia non fosse affatto un cavallo, ma una nave. Adesso arriva un’altra notizia destinata a far discutere: il regno dell’eroe omerico non sarebbe dove lo abbiamo sempre collocato e l’isola descritta da Omero potrebbe addirittura non essere stata un’isola.

Chi ama la storia e l’archeologia non può che guardare con interesse a queste ricerche. La conoscenza avanza proprio perché qualcuno mette in discussione ciò che sembrava acquisito. Se Colombo avesse creduto che tutto fosse già stato scoperto, probabilmente non avrebbe mai attraversato l’Atlantico. Il dubbio è il motore della ricerca e nessuno può pretendere che la storia resti immobile.

Eppure, ogni volta che compare una notizia di questo tipo, rimane una sensazione difficile da ignorare. È davvero una scoperta destinata a cambiare ciò che sappiamo oppure siamo davanti all’ennesima ipotesi che, nel passaggio dagli studi specialistici ai mezzi d’informazione, viene trasformata in una verità già acquisita?

Non è la prima volta che accade. Solo qualche tempo fa fece il giro del mondo la notizia secondo cui alcuni archeologi avrebbero individuato la reggia di Ulisse proprio nell’attuale Itaca. I giornali parlarono della “casa di Ulisse” come se il mistero fosse finalmente risolto. Eppure, a distanza di anni, quella scoperta continua a essere oggetto di discussione fra gli studiosi e nessuno può dire che rappresenti una conclusione definitiva.

Lo stesso è accaduto con il Cavallo di Troia. Alcuni studiosi hanno proposto che non si trattasse di un cavallo di legno, ma di una nave o di una macchina d’assedio. Sono interpretazioni interessanti, nate da analisi filologiche e storiche tutt’altro che superficiali. Ma fra l’affermare che esiste un’ipotesi plausibile e scrivere che “il Cavallo di Troia non era un cavallo” corre una distanza enorme.

Il problema, forse, non riguarda tanto gli archeologi quanto il modo in cui certe notizie vengono raccontate. Lo studioso, per formazione, usa quasi sempre il condizionale. Parla di probabilità, di elementi compatibili, di dati che sembrano convergere verso una determinata conclusione. Il titolo di giornale, invece, vive di certezze. Così il “potrebbe essere” diventa “è”, il “forse” si trasforma in “finalmente scoperto” e il lettore finisce inevitabilmente per credere che tutto ciò che sapeva fino al giorno prima sia stato definitivamente smentito.

Naturalmente non si può escludere che una nuova teoria finisca davvero per rivoluzionare le nostre conoscenze. La storia della scienza è piena di idee inizialmente contestate e poi dimostratesi corrette. Sarebbe quindi sbagliato liquidare ogni nuova ricerca come un semplice esercizio di fantasia. Al tempo stesso, però, sarebbe altrettanto sbagliato presentare ogni nuova ipotesi come una rivoluzione già certificata.

Forse bisognerebbe recuperare il gusto dell’attesa. Lasciare che gli studiosi discutano, che i dati vengano verificati, che altri ricercatori provino a confermare o a smentire quelle conclusioni. È così che la conoscenza cresce: lentamente, con pazienza e con il confronto fra idee diverse.

Per questo, più che domandarci se Ulisse abitasse davvero a Itaca, a Cefalonia o altrove, dovremmo forse porci una domanda diversa: quanto è sottile il confine che separa una seria ipotesi scientifica da una notizia costruita per stupire? Perché è proprio su quel confine che si gioca oggi gran parte della credibilità della divulgazione storica e archeologica.


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