Un enigma fra IV e VII secolo: l’ampolla di San Nicola e il fuoco sull’acqua tra mydiacon e fuoco greco
Un enigma fra IV e VII secolo: l’ampolla di San Nicola e il fuoco sull’acqua tra mydiacon e fuoco greco
Di Simona Mazza
Rileggendo la Legenda aurea di Jacopo da Varazze (XIII secolo), mi sono fermata su un episodio della vita di Nicola di Mira, il vescovo che la tradizione occidentale chiamerà poi “di Bari” dopo la traslazione delle reliquie. In mezzo a miracoli marittimi e salvataggi di naviganti emerge un dettaglio di sorprendente concretezza: un composto capace di accendersi sull’acqua e di intaccare anche la pietra.
Questo particolare apre una domanda di cronologia. Nicola appartiene al IV secolo (la tradizione colloca la morte intorno al 343), mentre le cronache bizantine collocano lo sviluppo di un celebre incendiario navale nel VII secolo, attorno al 670, nella tradizione legata a Callinico di Eliopoli. Lo scarto è netto e chiede misura: la somiglianza riguarda davvero la stessa materia, oppure elementi diversi che condividono una proprietà analoga? Per capirlo conviene restare aderenti alla scena agiografica e seguire i suoi dettagli
Un inganno costruito sul linguaggio del culto

L’episodio procede con una logica precisa. Il demonio vuole colpire il santuario di San Nicola a Mira, in Licia, meta di pellegrinaggi, e sceglie una via indiretta: usare un gesto che i pellegrini riconoscono come legittimo. Prepara un’ampolla che, all’apparenza, contiene un unguento da offerta; poi assume l’aspetto di una donna devota, raggiunge il gruppo in viaggio e consegna il vaso con una richiesta netta: portarlo in chiesa e spalmare il contenuto sulle pareti come dono e memoria.
Ebbene, qui scatta una trappola che si appoggia a un codice condiviso. La spalmatura richiama infatti l’unzione, atto di consacrazione e protezione: nella tradizione biblica si cospargono re e sacerdoti, e lo stesso titolo “Cristo” significa “l’Unto”. In definitiva, l’olio è il segno visibile di una benedizione invocata. Proprio per questo la richiesta appare plausibile. Peccato però che l’unguento custodisca un preparato combustibile.
La prova in mare: quando la chimica entra nel miracolo
Durante la navigazione Nicola appare ai pellegrini, chiarisce l’inganno e ordina di gettare l’ampolla in mare. Tuttavia, non appena il recipiente tocca l’acqua e libera il contenuto, il liquido inizia a prendere fuoco, con grande stupore degli astanti. La narrazione insiste parecchio sul carattere anomalo dell’evento, perché la combustione avviene proprio dove l’esperienza comune si aspetta lo spegnimento. Poi arriva il dettaglio più duro: quel materiale, oltre a bruciare sull’acqua, viene detto capace di consumare anche la pietra.
Qui la pagina di Jacopo fa qualcosa di preciso: descrive l’evento con un livello di concretezza insolito. Il senso religioso passa attraverso una prova chimica: l’acqua sostiene la fiamma, e la minaccia acquista peso perché appare “verificabile”, quasi da resoconto. Per questo l’intervento del santo risalta di più: si muove dentro un pericolo che ha consistenza.
A questo punto la domanda diventa inevitabile: di quale sostanza parla la Legenda aurea?
Un nome che suona tecnico: mydiacon e l’“olio mediaco”
In alcune tradizioni, la materia dell’episodio viene indicata con un nome specifico, attestato in più grafie (mydiacon, mydiaton e forme affini). Una linea interpretativa collega questa denominazione alla Media, regione dell’altopiano iranico associata, nelle tradizioni antiche e tardoantiche, alla nafta e a prodotti affini, come bitume e pece naturale. In questa chiave si comprendono espressioni come oleum mediacon/medianum (“olio mediano”) e, per estensione, la formula “fuoco mediano”. Ovviamente, il punto non consiste nel trasformare questa lettura in certezza assoluta. Conta, piuttosto, ciò che offre, ovvero un collegamento fra nome e geografia della materia. La leggenda, così, conserva un frammento di lessico che sa di rotte, mercati e provenienze, e lo innesta in una scena dove la proprietà fisica diventa decisiva.
Fuoco greco, “fuoco mediano” e nafta: una proprietà che ricompare
A questo punto il confronto con il fuoco greco nasce quasi da sé, perché la proprietà descritta dall’episodio ricompare nelle cronache bizantine dell’incendiario navale, circa trecento anni dopo. Nella tradizione storica, quell’arma è celebre proprio per la capacità di continuare a bruciare sul mare. Il registro, però, cambia. La storiografia si sofferma sull’uso militare, sulla tecnica e sulla strategia; nella pagina nicolaiana, il focus si sposta sul miracolo.
Al netto di tutto, la coincidenza sul materiale infiammabile merita attenzione e suggerisce almeno due ipotesi.
La prima legge l’episodio come traccia narrativa di una proprietà già circolante: un “fuoco sull’acqua” che appartiene all’esperienza mediterranea e che, più tardi, la guerra navale codifica e concentra in forma d’arma.
La seconda separa i piani: stessa anomalia fisica, materie diverse. In questo scenario il racconto conserva una sostanza distinta, legata, come abbiamo già accennato, a un circuito orientale (la Media come provenienza, la nafta come famiglia), mentre l’incendiario bizantino appartiene a un’altra linea, più strettamente militare, con segreti di composizione e procedure d’impiego. In questa sede, ciò che ha suscitato il mio interesse è cosa sapeva Jacopo e cosa ha voluto narrarci.
Jacopo da Varazze: consapevolezza o tradizione?
Un autore colto del XIII secolo vive dentro un Mediterraneo che sicuramente conosce, almeno per fama, il “fuoco greco”. L’idea di un incendio che corre sull’acqua circola come notizia, racconto, meraviglia tecnica. Dentro questo orizzonte, la Legenda aurea compie una scelta: conserva un nome diverso e una cornice diversa.
Da qui nasce l’intrigo finale.
Una pista riguarda la tradizione. Jacopo può fissare un episodio già formato e trasmetterlo nella sua lingua, mantenendo lessico e scena. In questa prospettiva la pagina privilegia la trama del santo, ovvero il miracolo che si costruisce attraverso un pericolo concreto e la sua neutralizzazione.
Un’altra pista riguarda la materia. La presenza di un nome specifico (mydiacon e affini), inserito in un contesto agiografico, può indicare effettivamente una tradizione distinta, vale a dire, due sostanze affini per comportamento ma separate per circuito e identità. Resta anche una terza possibilità, più sottile e narrativa: Jacopo, conoscendo la fama del fuoco di mare, può sfruttare una proprietà “credibile” per dare spessore alla minaccia e, per contrasto, alla salvezza, senza spostare il racconto sul terreno della tecnica militare. Ma cosa hanno detto gli storici a riguardo?
Nodo storiografico
La storiografia, fin qui, ha lavorato soprattutto sul nome e sulla materia. Robert F. Seybolt tratta oleum mydiacon/mydiaton come questione storico-lessicale; J. R. Partington riconduce l’oleum Mydiacon all’“olio mediano”, dentro l’orizzonte della nafta orientale. Il risultato è chiaro: la leggenda conserva un termine che rimanda a una geografia concreta della materia. Tutto resta confinato sul piano razionale e tangibile.
Jacopo, invece, compie un’operazione diversa. Prende quel dato fisico e lo usa come prova dentro l’agiografia. E questa scelta, dentro una scena di miracolo, con una proprietà così precisa — continua a tenere aperta la parte più interessante dell’enigma.