Un’ Etica del Raccontare nella Babele delle lingue

di Paolo Protopapa
Saluto un’alba tarda, ma promettente, ricca di pensieri e di scrittura nuovi. Io cominciai alcuni anni fa, ma era già tardi. Fui mosso da una premura che, nel tempo, diventava sempre più assillante, cioè costatare che i miei archivi viventi si sarebbero portato con sé il patrimonio che avevano impersonato. Persone, diventate personaggi proprio per questo compito ‘tradito’, cioè oralmente trasmesso e raccontato, che non avevano scritto nulla. E che per lunghi anni avevano proseguito, appropriandosi, storie e racconti secolari.
Mi resi conto che nella nostra grande campagna, periferica e lenta, il tempo stava cambiando irreversibilmente; che, insomma, il tramonto del passato avrebbe decretato, tra i tanti rimorsi demartiniani, forse il più insalvabile e irrecuperabile dei rimorsi, ossia la biografia sociale e spirituale dei suoi protagonisti e, diciamolo enfaticamente, aedi e cantori. Mi convinsi, inoltre, che almeno in parte, avrebbe potuto essere stato il liceo, col suo rigore serio e talvolta arido, reverente e spocchioso, ad averci impedito per decenni di osare, di continuare quel dovere, di scrivere noi, senza vili genuflessioni ancillari. Non per diventare noi scrittori, perché non lo siamo, ma per raccogliere brani, scorie, brandelli di tempo che altrimenti si perdono e aspettano inutilmente un risarcimento di significanza. E, invece, con l’oblio imposto dai chierici, raffinati e separati, ci abbreviano la vita. Perché, separandola e imprigionandola e feticizzandola nel ‘si dice’ impersonale e anonimo del protocollare, la uccidono.
Uno può scrivere di tutto o di niente, naturalmente; ma se scrive compie sempre e comunque un’azione etica. Il che significa neppure tanto lo scrivere con belle parole, infiorettate sintatticamente con minore o maggiore decenza. No. Significa, secondo noi, dare conto (Intanto a sé stessi per interna pulsione) di un tempo e di un luogo, intrecciati con tanti tempi e tanti luoghi. A patto che quei luoghi siano, anzi siamo noi stessi. E se noi stessi ‘siamo’ (e non ci stiamo solo dentro cose esteriori e impersonali), allora l’ethos è tutto. È nient’altro che il sentimento impegnativo di un dovere con sé stessi e verso gli altri. I quali, nel filo complicato del racconto, finiscono di essere altri e ‘trans-umanano’ in nesso umano tra l’intimo vissuto che impersoniamo e il mondo che ci vive integralmente. Dunque l’io-tu e il noi-voi appaiono consapevolmente come unico mondo. Complicato e grande, però intero, pulsante e pieno di cose.
Il miracolo eterno delle scritture, pure nell’enorme loro eterogeneità dei ‘tòpoi’, è il loro presente. Esattamente come i riti e le memorie e le nostalgie collettive di queste nostre Pasque di Salento e di Grecìa, e di tutti i paesaggi contemporanei dell’anima. Presente è l’Annunziata di Castro, presente la mia Candilora, più potente e viva e palpitante l’Iliade, esaltata dal Genio, sicuramente, ma niente da escludere se il nostro è altrettanto epico e memoriale. Etica appare, allora, la potenza – in buona misura ineffabile – del dire. Sia esso il nostro bozzetto paesano dilettantesco, sia l’universale architettura dell’epos letterario sacralizzato. Comunque c’è lo scrivere.
Oggi usa dire ‘Story telling’, mi pare si dica così nel mio sconosciuto inglese. Probabilmente perché la microstoria ha svelato, un secolo fa, la ricchezza moltiplicativa dei fatti e degli uomini; dei labirintici intrecci dentro cui ci cacciamo sempre e ovunque ci capita di nascere e di vivere, di agire e di morire.
Epperò è qui che il racconto non può mai essere atto separato. Non si limita all’ osservare, come si pretende dalla necroscopia scolastica dei modelli standardizzati. Conculcati in algido distacco dal mondo in cui sei stato, stai e ti accorgi di voler rimanere da sveglio.
Il grande arabista Francesco Gabrieli, figlio del grecista griko Giuseppe, raccomandò in uno scritto eccellente (Calimera. Mi pare scritto nel 1960 o 61) di non lasciare la lingua e il patrimonio trasmesso da questa lingua “agli specialisti”. Vale a dire – ecco l’ammonimento etico! – di non fidarsi degli specialisti di alcunché, presuntuosi guardiani di una morta carcassa di vita già vissuta. Perché questa è vivente nei gesti, nelle parole, nei suoni riverberanti in chi e tra chi quell’anima la sa e la rivive sempre e ancora nelle vene del ri-cordo che centra il cuore che è tale se pulsa. Se e quando noi ricordiamo raccontando e raccontiamo ricordando, lo specialismo si attenua, stinge sino a morire quasi del tutto. E trapassa, appunto, nel vissuto. La processione dell’Annunziata di Castro, la banda dell’Assunta di Martano, l’apparentemente morto e ieratico Megalite di Giurdignano o il Masso della Vecchia, se raccontati, lievitano e si animano di nuova vita. Noi e loro, tramite il sentimento linguistico , che non può che essere lingua sentimentale, risorgiamo. Così “il tavolo anatomico”, aborrito dallo specialista, quale Gabrieli teme di essere, scompare. Tanti piccoli ‘raccontatori’ di paesi e di contrade, si riaffacciano alla vita e, con un filo labirintico ricamato, tessono e tramano, congiungono e riannodano, confermano e smentiscono e, in una parola, inventano.
La ‘novitas’ scotellariana, ribadita e purificata nel verso dell’Alba nuova, moltiplica i poeti, gli affabulatori, gli scrittori, gli innumerevoli imbrattatori di carta e di carte, senza lauree e pergamene supponenti e vane. E sono, questi tanti e troppi testimoni etici, cercatori di uno scoglio o entusiasti di un campo o estasiati di una radura col toponimo strano. E Questi sono i nostri benefattori.
Si dirà, certo, che ingolfano gli occhi e saturano le menti di oziose mediocrità; e che, specialmente, annaspano in inutili edificazioni sentimentali e passatiste. Figuriamoci se questa non è anche una verità condivisibile! Questo lo si dirà a giusta ragione. Perciò teniamoci, vivaddio, gli odiati ‘anatomisti’ gabrieliani, che qui scopriamo quale risultato di un’autocritica laterale tanto poco intima e occultata. Se, tuttavia, ne cogliamo la verità più profonda e possibile, percepiamo nella Castro di tutti noi, periferici universalistici di un mondo non solo ‘di carta’, l’urgenza etica di sapere. La passione, forse, fortemente preclusa, di recuperare, con ‘le temps perdu’ una morale dell’esistenza, una onestà del vivere assai ardua nel mondo grande del ‘Nonsenso’ dominante nella Babele delle sofferte lingue che sanno parlare.






