IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Un mondo che brucia mentre la gente comune chiede solo pace

Economia e potere

Di Pompeo Maritati

Ma cosa sta succedendo a questo mondo? È una domanda che rimbalza ovunque, nelle case, nei bar, nei social, nei giornali, come un’eco che non trova risposta. Viviamo nel secolo che avrebbe dovuto consacrare la pace, la cooperazione, la tecnologia al servizio dell’umanità, e invece ci ritroviamo immersi in un panorama che sembra uscito da un manuale di storia del Novecento, quando le guerre erano considerate inevitabili e la diplomazia un lusso. Oggi, nel XXI secolo, assistiamo impotenti a un’escalation di conflitti che si moltiplicano come metastasi: Ucraina e Palestina sono fronti aperti da anni, Afghanistan e Pakistan sono nuovamente in fiamme, e ora persino gli Stati Uniti minacciano un attacco all’Iran, come se il mondo non fosse già abbastanza sull’orlo del baratro. Possibile che questa miserabile umanità non sappia fare a meno della guerra?

Possibile che, dopo due guerre mondiali, genocidi, bombe atomiche, conflitti civili, rivoluzioni e tragedie di ogni genere, non abbiamo ancora imparato nulla? La risposta, purtroppo, sembra essere sì. E la cosa più atroce è che la gente comune non vuole la guerra. Non la vuole in Ucraina, non la vuole in Palestina, non la vuole in Afghanistan, né in Pakistan, né in Iran, né in nessun altro angolo del pianeta. La gente comune vuole vivere, lavorare, crescere i figli, costruire un futuro dignitoso. Vuole sicurezza, stabilità, serenità. Vuole poter discutere, dissentire, negoziare, trovare compromessi. Eppure, nonostante questo desiderio universale di pace, le guerre continuano a esplodere come incendi in una foresta secca. Perché? Perché la guerra non nasce dal basso. Non nasce dal popolo. Non nasce dalle persone che vivono la quotidianità. La guerra nasce dall’alto. Nasce dai palazzi del potere, dalle stanze dove si decidono strategie, profitti, equilibri geopolitici, interessi economici. Nasce da chi ha tutto da guadagnare e nulla da perdere.

La verità più amara è che la guerra è un affare. Un affare immenso. Un affare che muove miliardi. Un affare che coinvolge industrie, governi, lobby, multinazionali, apparati militari, contractor privati, banche, fondi di investimento. La logica è semplice e brutale: si distrugge per poi ricostruire. Si vende armi per poi vendere cemento. Si destabilizza per poi “stabilizzare”. Si crea il caos per poi offrire la soluzione. È un ciclo perverso, un meccanismo che si autoalimenta, una macchina che non può fermarsi perché troppi interessi dipendono dal suo funzionamento. E mentre i potenti accumulano ricchezze, la gente comune paga il prezzo più alto: vite spezzate, case distrutte, economie collassate, generazioni traumatizzate.

Il conflitto in Ucraina è l’esempio più evidente di come la diplomazia sia stata sostituita dalla logica della forza. Una guerra che poteva essere evitata, che poteva essere fermata, che poteva essere gestita diversamente. E invece no: si è preferito alimentare la spirale dell’escalation, rifornire armi, irrigidire posizioni, trasformare un conflitto regionale in una questione globale. Il risultato? Migliaia di morti, città devastate, un continente destabilizzato, un mondo più insicuro. La Palestina è una ferita che sanguina da decenni. Una ferita che nessuno ha mai voluto davvero curare. Ogni tanto si parla di “processo di pace”, di “soluzioni a due Stati”, di “negoziati”, ma sono parole vuote, rituali diplomatici che non portano mai a nulla. Intanto, la popolazione civile continua a vivere sotto assedio, tra bombardamenti, restrizioni, violenze, disperazione. Anche qui, la gente comune vuole solo vivere. Ma i giochi di potere, gli interessi strategici, le alleanze internazionali impediscono qualsiasi soluzione reale. Afghanistan e Pakistan sono tornati nel caos, come se vent’anni di interventi, ritiri, trattative e promesse non fossero serviti a nulla. È come se la storia si ripetesse all’infinito, come se nessuno imparasse nulla, come se ogni tentativo di costruire pace fosse destinato a fallire. E anche qui, chi paga? Sempre gli stessi: i civili.

Le dichiarazioni aggressive contro l’Iran aprono scenari inquietanti. Un conflitto in quella regione avrebbe conseguenze devastanti: economiche, energetiche, umanitarie. Eppure, la retorica della forza continua a prevalere. Come se la diplomazia fosse un optional. Come se la guerra fosse una soluzione. Come se il mondo non fosse già abbastanza fragile. Perché l’umanità non riesce a fare a meno della guerra? Forse perché il potere è una droga. Chi governa vuole lasciare un segno, dominare, controllare. Forse perché la guerra è un motore economico potentissimo. Forse perché ideologie, religioni, nazionalismi diventano armi. Forse perché la paura è più facile da manipolare della speranza. Forse perché la propaganda è più efficace della verità. Forse perché la diplomazia richiede pazienza, intelligenza, compromesso, mentre la guerra offre soluzioni rapide, anche se devastanti. Ma c’è un altro elemento, forse il più inquietante: la guerra è diventata normale. È diventata parte del paesaggio. Non ci scandalizza più. Non ci indigna più come dovrebbe. È come se ci fossimo abituati.

Eppure, un’altra strada esiste. La storia dimostra che la pace è possibile. Che i conflitti possono essere risolti. Che la diplomazia può funzionare. Che i popoli possono convivere. Che le differenze possono essere superate. Ma per farlo serve coraggio. Serve volontà politica. Serve una visione. Serve la capacità di mettere al centro l’essere umano, non gli interessi economici. Serve un cambiamento culturale profondo. Serve, soprattutto, che la gente comune — quella che non vuole la guerra — faccia sentire la propria voce. Siamo in un momento storico delicatissimo. Un momento in cui il mondo sembra scivolare verso il caos, ma in cui esiste ancora la possibilità di invertire la rotta. La domanda “Ma cosa sta succedendo a questo mondo?” non è solo uno sfogo: è un appello. È un invito a riflettere, a reagire, a non accettare passivamente ciò che accade. Perché la guerra non è inevitabile. Non è un destino. Non è una legge naturale. È una scelta. E come tutte le scelte, può essere cambiata. La gente comune vuole vivere in pace. E forse, un giorno, anche i potenti saranno costretti ad ascoltare.


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