Una frase d’amore incisa nella pietra. Ramses II e Nefertari
Di Simona Mazza
Nell’antico Egitto una dichiarazione d’amore poteva assumere la forma della pietra e la misura del cosmo. La frase che Ramses II dedica a Nefertari colpisce proprio per questo: in poche parole concentra una visione del sentimento che altrove la poesia sviluppa in forme più ampie
La misura di una formula

Accade di rado che una frase d’amore basti interamente a sé stessa. “Colei per cui sorge il sole” appartiene a questo ordine di espressioni. In poche parole, la donna amata viene collocata nel luogo stesso da cui la luce prende avvio, e il sentimento manifestato, pur nella sua estrema concisione, acquista un’ampiezza che oltrepassa la sfera privata. L’amata entra infatti in un principio che regge il mondo.
Ed ecco il motivo per cui la formula continua a parlarci con una freschezza singolare. Proviene da una civiltà remotissima, e tuttavia tocca un’esperienza ancora intelligibile.
Ramses II e la regalità del Nuovo Regno
Per misurare davvero il peso della dedica, conviene entrare nella civiltà che l’ha prodotta. Nell’Egitto faraonico la parola incisa possiede una qualità diversa dalla parola affidata alla voce, perché la pietra le conferisce permanenza, autorevolezza e, ovviamente, visibilità. Ciò che viene scolpito entra nella memoria pubblica, si lega al culto, alla regalità, al tempo lungo del regno. È da qui che bisogna partire per comprendere Ramses II, sovrano del XIII secolo avanti Cristo e figura capitale del Nuovo Regno, in una stagione in cui l’Egitto unisce pienezza politica, intensità religiosa e straordinaria energia costruttiva.
Il faraone, in questo mondo, esercita il potere e insieme custodisce l’ordine che regge il rapporto fra uomini, dèi e cosmo; perciò la sua funzione si collega profondamente a Maat, principio di verità, giustizia, misura ed equilibrio. Ramses II diede a questa idea di sovranità una forma particolarmente evidente, disseminando il proprio nome in Egitto e in Nubia attraverso templi, colossi, rilievi e iscrizioni. In un contesto simile, una frase dedicata a Nefertari acquista subito un valore più alto di quello che avrebbe in una semplice dichiarazione privata, perché entra nello stesso luogo della memoria regale e riceve dalla pietra una durata che trasforma il sentimento in presenza.
Nefertari e il posto che occupa accanto al sovrano
Ma conviene avvicinarsi meglio alla destinataria di questo verso carico d’amore. Nefertari occupa un posto di primo piano nella vita di Ramses II, e proprio questo rende così significativa la formula a lei dedicata. La sua figura appartiene al cuore della regalità egizia. Grande sposa reale, associata anche alla sfera di Hathor, ella emerge come una presenza in cui prestigio dinastico, rilievo religioso e riconoscimento personale si tengono strettamente uniti.
Utile precisare che la posizione della regina, nell’Egitto faraonico, varia secondo le epoche e secondo la fisionomia del regno. Alcune consorti restano raccolte entro il ruolo dinastico; altre acquistano una visibilità molto più forte. Tiye, accanto ad Amenhotep III, riceve ad esempio una presenza pubblica di grande rilievo. Nefertiti, nella stagione amarniana, appare con una visibilità di straordinaria intensità, quasi compartecipe della riforma religiosa e della rappresentazione del potere.
Nefertari, tuttavia, occupa un posto d’onore. La sua tomba, il tempio a lei dedicato, la qualità della sua presenza nelle immagini ufficiali mostrano che Ramses II le riconobbe un ruolo di eccezionale rilievo, e questa estrema considerazione aiuta a comprendere anche il tenore affettivo della dedica. A questo punto, rechiamoci, seppur idealmente, nel luogo dove è possibile ammirare questa iscrizione: Abu Simbel.
Un nido d’amore eterno
Il sito di Abu Simbel si trova in Nubia, in una regione che Ramses II volle segnare con la propria presenza, e i templi scavati nella roccia appartengono a un disegno più ampio, in cui potere, culto e memoria si tengono insieme. Nel tempio minore, consacrato a Nefertari e a Hathor, la regina compare sulla facciata con statue della stessa altezza di quelle del faraone; un dettaglio che, in una civiltà in cui la proporzione delle figure traduce il rango, chiarisce immediatamente la posizione che le viene riconosciuta.
Da qui si comprende meglio anche il senso della dedica. Ramses II non affianca semplicemente Nefertari alla propria immagine pubblica, ma la introduce nel centro stesso della rappresentazione regale, e proprio questo passaggio rende pienamente leggibile la formula “Colei per cui sorge il sole”. L’onore monumentale e la parola incisa si richiamano a vicenda: il primo prepara il significato della seconda, mentre la seconda restituisce al monumento una qualità più intima.
In questo punto preciso il legame fra i due prende forma con particolare evidenza. Nefertari partecipa alla dimensione pubblica, religiosa e dinastica della regalità; nello stesso tempo, attraverso quella formula, entra in uno spazio più raccolto, in cui la luce stessa del mondo sembra riferirsi alla sua presenza. Il risultato è una coincidenza rara fra sentimento e rappresentazione: ciò che appartiene alla memoria del regno conserva insieme il tono di un rapporto vissuto.
La profondità della formula
La frase, a questo punto, può essere ascoltata più da vicino. “Colei” introduce una singolarità precisa, una donna riconosciuta nella sua irripetibilità. “Per cui” esprime una relazione causale e finale insieme, perché il sole sorge in rapporto a lei, orientato verso di lei. “Sorge il sole” porta con sé la totalità della luce, del giorno e della vita. Nel pensiero egizio questa immagine acquista un valore ancora più intenso, perché il sole appartiene al cuore stesso dell’ordine religioso e regale, rinnova la stabilità del mondo, riapre il giorno, conferma la continuità del cosmo.
L’insieme produce così una concentrazione straordinaria. La persona amata viene collocata in un punto da cui il mondo stesso riceve orientamento. In termini moderni si potrebbe dire che l’amore riorienta la percezione del reale; in termini egizi, quella stessa verità trova una forma immensamente più alta. Il sole sorge per lei.
L’amore nell’antico Egitto tra lirica e regalità
Questo rilievo si coglie ancora meglio se lo si colloca accanto a un’altra dimensione della civiltà egizia, quella della poesia amorosa. Il Nuovo Regno ha lasciato testi di notevole finezza, in cui l’amore si esprime attraverso giardini, canali, fiori di loto, acque tranquille, profumi, uccelli, incontri attesi, desideri custoditi. Il sentimento appare insieme corporeo e musicale, concreto e sottilissimo.
Questa tradizione mostra che l’Egitto conosce il linguaggio dell’intimità. Sa parlare della persona amata con grazia, tenerezza, attenzione al tremito dell’attesa e alla gioia della vicinanza. Sa riconoscere la pienezza di una presenza che investe il paesaggio sensibile. La formula di Ramses II si colloca in una zona più solenne, ma resta in consonanza con questo orizzonte. Tempio e lirica, pur appartenendo a registri diversi, rispondono alla medesima esigenza, dare all’amore una forma all’altezza della sua intensità. Nel canto amoroso egizio prevale la prossimità della voce; nella dedica regale, la gravità del monumento. Il nucleo resta però affine e riguarda la capacità della persona amata di irradiare senso.
Quando una frase basta
Da qui il discorso può aprirsi, con misura, anche a un confronto più ampio con la letteratura d’amore. La poesia, quasi sempre, ha bisogno di spazio: torna sulle immagini, le varia, le approfondisce, lascia che il sentimento maturi attraverso un lavoro più lungo della parola. La formula egizia segue invece un’altra via. In una sola frase Ramses consegna a Nefertari una centralità assoluta, e lo fa con un linguaggio che appartiene insieme all’affetto, alla regalità e al cosmo.
Proprio in questo consiste la sua forza duratura. L’amore, nella sensibilità moderna, viene spesso detto come confessione personale; qui entra invece nell’ordine del mondo, riceve la luce del sole, la stabilità della pietra, la solennità della memoria regale. Per questo la dedica a Nefertari continua a imporsi con una forza così netta. Non amplia il sentimento: gli dà forma. E proprio questa forma, tanto breve quanto necessaria, basta a far capire perché una civiltà intera abbia potuto affidare all’amore il linguaggio del sole.