IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista culturale online di filosofia, letteratura, arte e dialogo mediterraneo

Una giornata tra i Sicani – Sicilia, circa 10.000 a.C.

di Giuseppe Tizza

L’alba non ha un nome, ma tutti la riconoscono.

La luce arriva prima del sole: una striscia pallida che scivola lungo la parete della grotta e accende le pietre levigate dal tempo. È il segnale che la notte ha finito di parlare.

La famiglia dorme raccolta: corpi vicini, pelli intrecciate, il respiro che sale e scende come il mare lontano. La donna più anziana è già sveglia. Non apre gli occhi: ascolta. Il vento, l’umidità dell’aria, il silenzio degli uccelli. Se il silenzio è troppo fitto, oggi non si va lontano.

Quando il sole tocca l’ingresso della grotta, il padre si alza. Prende una selce scheggiata la sera prima. La passa sul palmo: è buona, taglia senza ferire la mano. Oggi servirà.

I bambini escono per primi. Conoscono il sentiero tra i cespugli, sanno dove la terra cede e dove le pietre rotolano. Raccolgono bacche scure, tuberi, piccoli molluschi lasciati dalla marea. Ogni gesto è insegnato senza parole: guardando, ripetendo, sbagliando poco.

La donna più giovane macina semi su una pietra concava. Il ritmo è lento, costante. Non è lavoro: è continuità. La polvere chiara che si forma è cibo e promessa. Accanto a lei, una ciotola d’argilla cruda asciuga al sole. Non serve che sia bella. Serve che duri.

Gli uomini scendono verso la pianura. Non parlano molto. Il silenzio serve a sentire la terra. Le impronte sono messaggi: un cervo è passato da poco, una capra selvatica ieri. Decidono insieme, senza decidere. Il corpo sa prima della mente.

A mezzogiorno il sole è alto. La luce è forte, quasi pericolosa. Nessuno la guarda a lungo. La luce è viva, entra negli occhi, scalda le ossa, ma può anche accecare. Per questo la rispettano. L’ombra è un dono quanto il sole.

Nel pomeriggio rientrano. La caccia è stata buona: non abbondante, ma sufficiente. La carne viene divisa subito. Nessuno prende più di quanto serve. Ciò che resta viene affumicato: il fumo è un altro modo di parlare al cielo.

Prima del tramonto, la famiglia entra di nuovo nella grotta. La luce del sole, ormai bassa, penetra fino a un punto preciso della parete interna. Lì c’è un segno inciso: non rappresenta un animale, né un uomo. È una linea curva, attraversata da un solco. Ogni volta che la luce la colpisce, qualcuno posa la mano sulla roccia.

Non pregano come si farà un giorno.

Ricordano.

Ricordano che la grotta è ventre, che la terra nutre e riprende, che il cielo manda segni e stagioni. Ricordano che loro sono di passaggio, ma il ritmo resta.

La notte scende. Il fuoco viene acceso con gesti antichi. Le ombre danzano sulle pareti. Un bambino chiede perché il sole muore ogni sera. Nessuno risponde subito. Poi l’anziana dice solo:

“Non muore. Cammina sotto.”

Il sonno arriva presto. Domani la luce tornerà.

E finché tornerà, il mondo è in ordine.

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