Una lettura analitico-pragmatistica de Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi
La legge come fatto empirico e previsione
di Ivan Pozzoni
Per emancipare l’opera collodiana dall’idealismo pedagogico, occorre adottare il realismo del pragmatismo giuridico statunitense, sintetizzato da Oliver Wendell Holmes: il diritto non è un sistema logico-deduttivo autosufficiente, è una pratica istituzionale il cui significato si misura attraverso la previsione degli effetti concreti delle decisioni giudiziarie. Nella celebre formulazione di Holmes, «the prophecies of what the courts will do in fact, and nothing more pretentious, are what I mean by the law» («The Path of the Law», in Harvard Law Review, 10/8, 1897, 461). Sotto tale lente, Le avventure di Pinocchio si rivelano un laboratorio analitico nel quale le regole dell’interazione sociale non acquistano efficacia nella loro formulazione astratta, ci riescono attraverso le procedure con cui vengono interpretate, applicate e fatte valere dagli apparati istituzionali. La legge, in altri termini, non coincide interamente con il testo che la enuncia: essa prende corpo nell’azione degli organi che la applicano, nelle aspettative dei destinatari e negli effetti prodotti dalla sua concreta esecuzione. I carabinieri, i gendarmi, i magistrati e le altre figure istituzionali che attraversano la vicenda di Pinocchio cessano di apparire come semplici incarnazioni allegoriche di una legge trascendente; diventano operatori di una macchina normativa concreta, nella quale l’esito dell’interazione dipende dalla capacità degli attori di riconoscere, interpretare e applicare regole entro situazioni sempre parzialmente imprevedibili.
A questa torsione realistica del diritto corrisponde una torsione pragmatica del linguaggio. La filosofia di Ludwig Wittgenstein permette di sottrarre il significato giuridico all’illusione di una corrispondenza astratta fra parola e realtà: «the meaning of a word is its use in the language» (Philosophical Investigations, §43, Blackwell, 2009, 20). Nel mondo di Pinocchio, il linguaggio giuridico e istituzionale è sottoposto a questa verifica pragmatica: un comando, un’accusa, una condanna o una promessa non valgono soltanto in virtù del loro contenuto proposizionale, ma in funzione degli usi sociali che li rendono operativi e delle conseguenze che producono sui corpi e sui comportamenti. La distanza fra ciò che una norma dice e ciò che accade quando essa viene pronunciata, interpretata o applicata diventa uno dei luoghi fondamentali della comicità e, insieme, della critica ius-filosofica collodiana. È qui che il problema della razionalità istituzionale incontra la teoria del diritto di H. L. A. Hart. Contro una concezione ingenuamente formalistica, Hart insiste sul fatto che le regole generali non possono determinare anticipatamente ogni possibile situazione concreta: «there is a limit, inherent in the nature of language, to the guidance which general language can provide» (The Concept of Law, Clarendon Press, 1994, 126). La norma possiede dunque una inevitabile «open texture»: esistono casi nei quali la classificazione giuridica non è automaticamente ricavabile dalla formulazione generale della regola e nei quali l’organo chiamato ad applicarla deve esercitare un margine di giudizio. Le figure istituzionali negative di Collodi devono essere comprese entro questa zona di attrito fra norma, interpretazione e comportamento. Esse non sono necessariamente agenti di una razionalità perfetta che applica meccanicamente un codice; sono operatori situati, dotati di informazioni incomplete, vincolati da procedure e sottoposti alle contingenze dell’interazione sociale. La loro «razionalità limitata» non implica, quindi, l’assenza di regole: implica, al contrario, che le regole acquistino significato soltanto attraverso pratiche interpretative e decisionali che possono produrre effetti sproporzionati, paradossali o persino contrari alla funzione dichiarata della norma.
Il dramma ius-filosofico di Pinocchio non discende da una ribellione contro la legge. Il burattino entra continuamente in conflitto con dispositivi normativi dei quali non comprende il funzionamento pragmatico: non riesce a prevedere quali conseguenze istituzionali deriveranno dalle sue parole, non sa distinguere la validità formale di una dichiarazione dalla sua efficacia concreta e, sopratutto, incontra continuamente istituzioni nelle quali il significato della regola dipende dalla posizione di chi la pronuncia e dal potere di chi la esegue. La sua esperienza è di una radicale asimmetria comunicativa: egli parla dentro un sistema di regole senza possederne pienamente i codici d’uso.
Il fallimento pragmatico della comunicazione diventa il principio strutturale della narrazione. Pinocchio non è semplicemente colui che «disobbedisce» alla norma; è colui che scopre, attraverso una successione di sanzioni, equivoci e fraintendimenti, che tra la proposizione normativa e il suo effetto sociale esiste uno spazio irriducibile di interpretazione. La legge non gli appare mai come un ordine ideale, sta come una sequenza di atti linguistici, procedure, minacce, giudizi e conseguenze materiali. In questo senso, Collodi costruisce inconsapevolmente un laboratorio di pragmatica giuridica ante litteram: il diritto emerge come pratica comunicativa istituzionalizzata, nella quale il significato della norma viene continuamente negoziato, imposto o deformato nel passaggio dal linguaggio all’azione, e non come architettura immobile di prescrizioni. La lettura realista consente di rovesciare anche il significato pedagogico tradizionalmente attribuito alla vicenda. Pinocchio non apprende semplicemente che «bisogna obbedire»: apprende, attraverso il dolore e l’assurdo, che ogni ordine sociale è costituito da una complessa rete di aspettative, procedure e poteri interpretativi. La sua progressiva socializzazione coincide con l’apprendimento di una grammatica istituzionale nella quale conoscere una regola non significa ancora sapere come essa verrà utilizzata, da chi verrà applicata e quali effetti produrrà. È precisamente in questa distanza fra norma e applicazione, parola e uso, prescrizione e conseguenza che la fiaba collodiana acquista una sorprendente modernità giuridica.
Il fallimento performativo: l’arresto di Geppetto come errore categoriale
Il primo cortocircuito analitico del racconto si consuma nel capitolo terzo, durante la collisione nella pubblica via:
«Alla fine… capitò un carabiniere, il quale, sentendo tutto quello schiamazzo e credendo si trattasse di un puledro che avesse levata la mano al padrone, si piantò coraggiosamente a gambe larghe in mezzo alla strada, coll’animo risoluto di fermarlo e di impedire il caso di maggiori disgrazie… Il carabiniere, senza punto smoversi, lo acciuffò pulitamente per il naso […] e lo riconsegnò nelle proprie mani di Geppetto» [III, 20, 1883].
Dal punto di vista dell’analisi del linguaggio, l’operatore compie un errore categoriale: applica a un’entità ontologicamente ambigua (il burattino ligneo animato) il protocollo d’azione codificato per un animale domestico. Secondo Gilbert Ryle, un errore categoriale consiste nell’attribuire a un oggetto proprietà afferenti a un tipo logico diverso. L’atto di acciuffare il fuggiasco per il naso costituisce una soluzione pragmatica efficace per il ripristino della viabilità, ma è privo di validazione inquirente. Il collasso della razionalità giuridica si aggrava laddove l’istituzione interagisce con gli enunciati performativi della folla:
«Intanto i curiosi e i bighelloni principiavano a fermarsi lì dintorno e a fare capannello. Chi ne diceva una, chi un’altra. “Povero burattino! – dicevano alcuni, – ha ragione a non voler tornare a casa! Chi lo sa come lo piccherebbe quell’omaccio di Geppetto!…” […] Insomma, tanto dissero e tanto fecero, che il carabiniere rimise in libertà Pinocchio e condusse in prigione quel pover’uomo di Geppetto. Il quale, non avendo parole lì per lì per difendersi, piangeva come un vitellino…» [III, 20, 1883].
In termini austiniani, la moltitudine produce atti linguistici illocutori (accuse extragiudiziali, giudizi ipotetici) che, reiterati cumulativamente, acquisiscono una forza perlocutoria superiore alla realtà empirica. Come osserva Austin, «to say something is to do something» ( How to Do Things with Words, Harvard University Press, 1962, 94). La parola pronunciata nello spazio pubblico non si limita quindi a descrivere una situazione: concorre a modificarla, orientando il comportamento degli altri partecipanti all’interazione. Come evidenziato da John Searle, i fatti istituzionali sussistono esclusivamente in virtù di un riconoscimento collettivo di validità: «institutional facts can exist only within human institutions» (The Construction of Social Reality, Free Press, 1995, 2). Il carabiniere adotta una scelta pragmatica: per sedare il disordine pubblico, convalida la narrazione eterodiretta della massa. L’arresto di Geppetto emerge quale esito di un bilanciamento costi-benefici poliziesco che sacrifica il singolo alla stabilizzazione dell’ordine sociale. Il pianto di Geppetto formalizza l’afasia di chi è escluso dai giochi linguistici del diritto.
La razionalità strumentale: i gendarmi e la logica del budget violento
Il medesimo utilitarismo procedurale governa l’azione dei gendarmi nel teatro di Mangiafuoco. Quando il sovrano decide di graziare Pinocchio, la necessità empirica di completare la cottura del pasto impone l’individuazione rapida di una risorsa alternativa:
«“Invece di te, metterò a bruciare sotto lo spiedo qualche burattino della mia Compagnia… Olà, giandarmi!” A questo comando comparvero subito due giandarmi di legno, lunghi lunghi, secchi secchi, col cappello a lucerna in testa e colla sciabola sfoderata in mano. Allora il burattinaio, disse loro con voce rantolosa: “Pigliatemi lì quell’Arlecchino, legatelo ben bene, e poi gettatelo a bruciare sul fuoco. Io voglio che il mio montone sia arrostito bene!”» [XI, 58/59, 1883].
I gendarmi incarnano la pura sottomissione alla regola formale, svuotata di contenuto assiologico: secondo la formula di H.L.A. Hart, le norme giuridiche esistono in quanto riconosciute quali criteri di guida del comportamento dai funzionari del sistema. Nel gioco linguistico dell’ordinamento di Mangiafuoco, ‘giustizia’ diviene sinonimo di esecuzione di un ordine formale del superiore. L’innocente Arlecchino viene catturato non in forza di un accertamento di colpevolezza; secondo una logica di allocazione efficiente delle risorse: per l’istituzione, il valore d’uso di un burattino combustibile supera il costo amministrativo di una verifica dibattimentale (poiché, per Charles Sanders Peirce, il significato di un concetto si risolve nei suoi effetti pratici concepibili). La sciabola sguainata non punisce il reato, ma garantisce l’adempimento della transazione economica. La dinamica deve essere, ulteriormente, precisata attraverso la filosofia normativa di Robert Brandom. Nel suo modello pragmatista, gli individui partecipano a pratiche nelle quali vengono loro attribuiti determinati status normativi – impegni, responsabilità, autorizzazioni- attraverso atteggiamenti e riconoscimenti reciproci. Brandom sintetizza questa struttura sostenendo che «normative statuses such as commitment, responsibility, and authority are instituted by social practices of reciprocal recognition» (A Spirit of Trust: A Reading of Hegel’s Phenomenology, Harvard University Press, 2019, 709).
Conclusione
Questa diagnosi pragmatistica trova conferma nella figura del magistrato-scimmione di Acchiappacitulli e nelle vicende del capitolo XXVII. Il giudice gorilla che condanna Pinocchio alla reclusione in quanto parte lesa di una truffa, e i carabinieri che lo traggono in arresto dopo il ferimento di Eugenio, operano secondo una stretta logica di semplificazione procedurale. Nei sistemi giudiziari di Collodi, l’outsider privo di status linguistico rappresenta l’anomalia agevole da neutralizzare per archiviare il fascicolo: secondo Donald Davidson, comprendere un’azione significa interpretarla entro uno schema di razionalità attribuita all’agente. Come scrive Davidson, «in order to understand the speech or actions of another person we must suppose that the person is rational» (Inquiries into Truth and Interpretation, Clarendon Press, 1984, 183). La dimensione analitico-pragmatistica dimostra che l’ordinamento positivo in Collodi si rivela ‘ingiusto’ poiché strutturato per privilegiare l’efficienza burocratica rispetto alla verità empirica dei fatti e non per iniquità metafisica. La giustizia umana si manifesta come un gioco linguistico autoreferenziale, governato da regole proprie che escludono e penalizzano chi non possiede i codici per parteciparvi; d’altronde, come rilevato da Willard Van Orman Quine, non sussiste una traduzione unica tra schemi concettuali differenti. Quine formula radicalmente questa tesi affermando che «translation is indeterminate» (Word and Object, MIT Press, 1960, 27). Il dramma di Pinocchio è la parabola dell’individuo che scopre a proprie spese che la legalità positiva non costituisce un’estensione dell’etica, ma una tecnica sociale di gestione del caos. Si ravvisa la convalida della tesi di Hilary Putnam: non esiste una realtà giuridica indipendente dagli schemi concettuali che la descrivono. Come osserva Putnam, «the mind and the world jointly make up the mind and the world» (The Many Faces of Realism, Open Court, 1987, 36).