IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Una riflessione-intervista sul film “L’ultimo turno”

Una riflessione-intervista su "L'ultimo turno"

Elia Carnimeo

[articoloeintervistescrittiesvoltitrasettembreeottobre2025]

Il film “” (“Heldin”; tradotto, “Eroina”) è l’ultima opera alla regia di Petra Volpe, in concorso al 75esimo festival del cinema di Berlino.

Il titolo in questione ha una trama molto semplice: in sostanza tratta del turno pomeridiano in un ospedale svizzero dell’operatrice sanitaria Floria Lind (interpretata da Leonie Benesch). Viene dunque seguita, passo passo, l’attivitm lavorativa svolta dalla protagonista, dal suo ingresso, alla sua uscita dalla struttura ospedaliera.

L’autrice qui coglie nel segno, imbastendo una pellicola di poco più di 90 minuti che racconta il mondo della sanitm e la sua situazione per niente positiva nella nazione elvetica. Situazione che, spostando lo sguardo verso l’Italia e facendo un esercizio di comparazione tra il film e la realtm italiana, non risulta migliore. Anzi, il film pare descrivere, attraverso gli eventi da esso raccontati, una situazione italiana parimenti simile a quella denunciata relativa alla Svizzera.

Andando, nello specifico, a parlare del film, da come la protagonista entra nell’ospedale e inizia il suo turno, il ritmo del girato accelera e porta lo spettatore a provare un senso di frenesia. Nonostante il silenzio generale del film, questa frenesia è sottolineata soprattutto da un piano suonato su toni acuti e molte riprese non fisse, che seguono i passi e gli spostamenti della suddetta protagonista. A ciò si aggiunge il continuo incedere delle richieste, che si inseriscono nella già fitta lista di persone da visitare, che Floria riceve da parte di colleghi, pazienti e parenti di questi.

Richieste di ogni tipo e poste in diversi modi: alcune in modo cortese, da pazienti più calmi e gentili, altre poste, invece, in modo sgarbato da pazienti arroganti ed esigenti.

Inoltre, a ciò si aggiunge anche il dover seguire l’attività di una giovane tirocinante e il correggerne gli errori, forse complici di un’esperienza lavorativa ancora acerba.

Sono, quindi, tante le richieste, tanti i dubbi, tante le paure dei pazienti, tanto l’impegno e il carico emotivo che travolgono Floria. Il contatto, soprattutto quello emotivo, con una persona, la porta a conoscere e, in un certo senso, a farsi carico della sua situazione, non solo sanitaria. Vediamo, nel film, che ad ogni persona sono collegate tante vite e che anche ognuna di queste porta con sé un vissuto del quale la protagonista si fa ulteriormente carico. Tutte queste metaforiche piccole gocce fanno poi traboccare il proverbiale vaso.

Viene così messa in scena una dicotomia non scontata: il caregiver con chi ha a che fare? Con pazienti e quindi, per certi versi, numeri e codici, “pratiche” di passaggio da sbrigare o con persone, ciascuna delle quali con un proprio vissuto? L’empatia della protagonista la porta a stare molto vicina ai vari pazienti, portandola a dialogare con loro sulla loro situazione, non solo sanitaria, ma anche, per esempio, famigliare. Floria si sobbarca le richieste altrui e viene coinvolta nelle dinamiche relazionali e, conseguentemente, emozionali, che intercorrono tra i pazienti e le loro famiglie. Ciò la porta a spendere molte energie per seguire queste dinamiche divenendo via via più stanca e incapace di controllare le proprie emozioni, fino a che, sovraccaricata da questa situazione, scoppia in lacrime.

Non solo la vita lavorativa colpisce la protagonista, ma anche la vita privata turba la sua serenitm. La separazione dal marito e la gestione della figlia, inquietano ulteriormente Floria, che, in balia di queste numerose dinamiche che pian piano la travolgono, contribuiscono all’accumulo di stimoli e pensieri che la porteranno al pianto.

Attraverso questa costruzione e narrazione, il lavoro nella sanitm viene presentato come usurante e provante per i caregiver, ma necessario per salvare vite altrui.

Vediamo, infatti, a fine proiezione, una protagonista stanca e affaticata, la quale ha dovuto affrontare un turno massacrante. La fatica non è dovuta soltanto al continuo accumularsi di richieste, oltre alla gestione dei pazienti in senso stretto, ma anche alla mancanza di personale nella struttura, o, meglio, nel sistema sanitario svizzero in generale, come sottolineato all’inizio dei titoli di coda del film.

La mancanza di personale, e strutture sanitarie in generale, è un problema che colpisce anche l’Italia, come tristemente messo in luce dall’emergenza Covid. Durante questo periodo, gli operatori della sanitm erano stati glorificati e paragonati ad eroi. Tuttavia, non sembra che questi ruoli siano valorizzati come meriterebbero. È infatti emblematica la canzone scelta per accompagnare lo spettatore verso la fine della pellicola: “Hope there’s someone” di Anohni and the Johnsons: titolo che, tanto in Svizzera, quanto in Italia, è significativo per descrivere sentimenti e preoccupazioni indirizzati alla sanitm pubblica dei due Paesi. Tradotto il titolo significa “Spero che ci sia qualcuno”: di nuovo, molto probabilmente si fa riferimento al lento svuotamento degli ospedali e delle strutture sanitarie, pubbliche in particolare, dal punto di vista del personale.

La sanità pubblica italiana, dopo i grandi sforzi fatti durante il periodo della pandemia, vede meno risorse destinate ad essa, soprattutto rispetto agli altri Paesi, trovandosi in una conseguente condizione di arretratezza o di inefficienza.

Quindi, in un clima in cui il personale ospedaliero, infermieristico in particolare, è insufficiente rispetto alle necessità, è incontinuo calo e non riesce ad attrarre nuove risorse, vuoi per la poca attrattività della professione dal punto di vista remunerativo o dal punto di vista delle condizioni di lavoro, per lavorare nella sanità ci vuole coraggio. Non a caso (forse), il titolo originale del film vuol dire “Eroina”…

La storia-denuncia narrata da questa pellicola ha fatto da scintilla per questa intervista. Gli eventi narrati nel film e sopra

brevemente riportati, sono divenuti stimoli per domande da sottoporre agli intervistati che potranno brevemente descrivere il loro vissuto nelle strutture ospedaliere in cui operano.

Domande [risposte raccolte tra settembre e ottobre 2025]:

Antonio;

Fabio;

Isabella.

  • Breve sintesi del tuo percorso di studi in ambito sanitario,del tuo ruolo e dell’azienda/struttura sanitaria in cui lavori (va bene mantenersi sul generico per garantire l’anonimato delle parti)

A: Corso di laurea triennale in fisioterapia;

FF: Laurea in medicina, un anno di guardia medica in struttura privata convenzionata, prossimo ad iniziare specialistica;

I: Infermiera di sala operatoria.

  • Facendo un confronto con la vostra esperienza, trovate che quanto accade nel film sia verosimile? Trovate che i vostri turni siano altrettanto frenetici e irrequieti?

A: Trovo che il film rappresenti bene la realtà, i turni in ospedale risultano frenetici e con poche possibilità di pause. Lavorando a stretto contatto con loro penso che gli infermieri siano quelli più sotto pressione rispetto agli altri;

FF: So che nel pubblico è così, nel mio contesto privato ci sono turni frenetici e pesanti come turni molto leggeri;

I: Sì.

  • Riprendendo il continuo presentarsi di richieste, da quelle strettamente collegate alla condizione dei pazienti a quelle non legate all’attività lavorativa in senso stretto, sempre che vi sia capitato, quanto è difficile gestirle e accontentarle tutte? È, forse, un’abilità che si può acquisire col tempo e con l’esperienza?

A: Sicuramente bisogna imparare con l’esperienza a mettere dei paletti con i pazienti, altrimenti, essendo persone che in quel momento necessitano di aiuti sotto più punti di vista, tenderanno a sfruttarti al massimo con conseguente burn out dell’operatore. Nella mia esperienza ho compreso che bisogna far comprendere alla persona che il rapporto operatore-paziente è un rapporto di tipo asimmetrico, quindi nonostante l’operatore possa essere la persona più gentile del mondo è lì per lavorare e non per assecondare tutte le richieste;

FF: Nel tempo si impara a gestire più cose contemporaneamente, si. Agli inizi è difficile conciliare e prioritizzare compiti e richieste;

I: È difficile gestirle tutte , l’esperienza aiuta e il tempo aiutano ma non riducono la quantità di richieste che si presentano sempre in maggior quantità è sempre meno tempo per accontentarle tutte.

  • Le professioni sanitarie, intrinsecamente, richiedono una certa empatia?

A: Io sono dell’idea che per fare questo lavoro sia fondamentale l’empatia in modo da offrire la miglior prestazione possibile al paziente, che sarà messo nella posizione di aprirsi maggiormente con l’operatore e rendere le sedute più piacevoli. Ciò non toglie che si possa fare questo lavoro anche con mancanza di empatia, pena una minor compliance del paziente, che si fiderà meno del professionista;

FF: Assolutamente si;

I: Assolutamente si.

  • Quanto il “peso” delle vite altrui incide sulla vostra, o quantomeno, sul vostro lavoro? In poche parole, ci si fa carico più del problema (sanitario) o della persona nel suo complesso?

A: Questo è a mio avviso il punto peggiore del lavorare in sanità, bisogna essere bravi a scindere attività lavorativa e vita personale. È un lavoro in cui si ha per forza a che fare con la sofferenza delle persone e bisogna essere bravi a non venir toccati o condizionati da questo, sennò una volta uscito dal luogo di lavoro non riesci a staccare la testa. Il lato negativo di questa cosa è che per riuscire a distaccarsi dalla sofferenza altrui (e come ho detto è fondamentale farlo) si rischia di passare per persone poco empatiche, ma la differenza tra le 2 cose è sostanziale. Un ruolo fondamentale lo gioca il posto di lavoro e la tipologia di pazienti con cui si ha a che fare. Quindi, rispondendo alla domanda, bisogna cercare di farsi caricare solamente dal problema sanitario ma avendo l’empatia necessaria con la persona nel suo complesso;

FF: La priorità è il benessere della persona, ed il lavoro del sanitario è cercare, nei limiti del possibile, di far raggiungere ai pazienti il benessere;

I: Per quanto riguarda la mia professione (infermiere) si prende in carico sempre la persona in senso olistico e non solo il problema sanitario.

  • Quanto, perciò, è difficile, anche in relazione alla domanda precedente, separare e conciliare la vita privata e la vita lavorativa di un c.d. “caregiver” e far sì che l’una non incida sull’altra?

A: Come ho detto prima bisogna essere empatici con le persone ma senza farsi travolgere dai problemi che i pazienti ti vomitano

addosso (e lo fanno spesso in quanto stanno male e vedono qualcuno che è lì per aiutarli). Purtroppo non è una cosa per nulla semplice;

FF: Alcune situazioni pesano, specie agli inizi. È veloce, però, il processo di distacco;

I: Abbastanza difficile all’inizio della carriera, poi grazie all’esperienza si riesce a creare una sorta di barriera da una parte lavoro e dall’altra vita privata. Ma in qualche modo c’è sempre un a piccola parte che si porta a casa dopo un turno di lavoro, perché alla base c’è proprio l’empatia.

  • Ci sono supporti a coloro che sono impiegati nel sistema sanitario per aiutarli a preservarsi? O dovete adottare delle tecniche in autonomia (ad es., riprendendo una domanda precedente, spersonificando il paziente per non prendersi carico del suo vissuto e/o carico emotivo)?

A: Non che io sappia, almeno nel mio posto di lavoro non viene offerto nessun supporto;

FF: Credo che il condividere momenti drammatici assieme a colleghi riesca a rendere le cose molto meno pesanti;

I: Nella mia azienda dopo l’esperienza covid è stato messo a disposizione un supporto psicologico ma ci si può accedere solo se si ha un problema nell’ambito lavorativo e non solo per poter alleggerire il carico emotivo.

  • Trovate che, attualmente, le strutture in cui operate o avete operato possano sempre rispondere efficacemente alle emergenze sanitarie del singolo, prima ancora che collettive?

A: Penso di sì, per fortuna non ho mai dovuto prendere parte ad emergenze da risolvere;

FF: La struttura in cui mi trovo attualmente è in grado, ma non penso che le strutture pubbliche abbiano i mezzi per fare lo stesso, visti i grandi tagli;

I: No.

  1.    Visti i recenti eventi legati alle professioni sanitarie, tra cui lo svuotamento dei reparti e il calo di iscrizioni alle facoltm infermieristiche, come richiamato sopra, ritenete che di questo passo ci sarm ancora qualcuno a prendersi cura di voi (“there will be someone?”)?

A: Bisognerebbe incentivare la scelta a queste professioni in quanti fondamentali ed in quanto non ci si può permettere un calo così drastico, che sia con incentivi remunerativi o con benefit lavorativi; FF: La speranza è che si torni a finanziare il contesto sanitario pubblico, per evitare che anche la salute diventi un bene riservato alle classi agiate. Se così non sarà, la situazione andrà peggiorando; I: No. Se non si trova una soluzione a lungo termine, il sistema collasserà.

  1. Di poco tempo fa la notizia della morte di un medico di base dovuta all’eccesso di lavoro. Muore una professionista che ha anteposto le cure altrui alle proprie, sobbarcandosi una mole di lavoro eccessiva, dovuta anche alla mancanza di colleghi che potessero prendersi carico dei pazienti in eccesso. Cosa ritieni sia necessario fare per evitare il ripetersi di simili eventi?

A: Mi collego alla domanda precedente, si eviterebbe tutto questo se ci fosse una maggior adesione a queste professioni, in modo da avere turni di lavoro umani;

FF: Aumentare le assunzioni e regolare i ritmi di lavoro;

I: Aumentare il personale , iniziando a valorizzare con i dovuti meriti e non solo monetarie queste professioni. A volte lo stesso cittadino/

utente non ha idea della suddivisione dei ruoli , cosa veramente è un infermiere e cosa veramente fa. Non è valorizzata come professione e di conseguenza non attira nuovi giovani.

  1. Vi sentite un po’ “eroi” ad operare in queste condizioni?

A: Onestamente no, solitamente sono gli infermieri che se la tirano (frecciatina del tutto evitabile chiedo scusa haha);

FF: No, anzi: il termine “eroe” rischia di glorificare una situazione non normale. Siamo medici, infermieri, OSS: non deve esserci eroismo; devono esserci sussidi, assunzioni e ferie umani;

I: No. Ci sentiamo svalorizzati, usati, siamo demoralizzati.

  1. Qual è un vostro pensiero in generale sulla sanitm pubblica italiana e quali potrebbero essere, secondo voi, anche in base al vostro vissuto lavorativo e non, le azioni che andrebbero intraprese per renderla più efficiente e lavorativamente attrattiva?

A: L’iter per le visite è troppo lungo, un po’ per liste d’attesa troppo lunghe un po’ perché i medici di medicina generale non seguono le linee guida comuni, prescrivendo esami o visite sbagliate, non dando importanza ai sintomi od essendo troppo scrupolosi in certi casi. Per renderla più attrattiva come ho detto investire di più nel pubblico, in modo da remunerare meglio i dipendenti, fatto questo più persone verranno a lavorare nel pubblico con conseguente miglioramento dei turni;

FF: Aumentare stipendi e assunzioni. Non c’è altra strada;

I: Valorizzare la professione, meritocrazia, chi non lavora bene non deve fare questa professione. Aumentare il personale dando incentivi anche economici. Non esistono infermieri di categoria A e infermieri di categoria B, tutti devono essere valorizzati e valutati per il lavoro che svolgono. Aumentare le risorse riorganizzando quelle che si hanno già. La soluzione non è la continua riduzione dei posti letto, ma la ri-distribuzione delle risorse. Al centro del sistema sanitario ci deve essere il paziente e non i soldi; negli uffici dei dirigenti ci devono andare i meritevoli, quelli con i titoli e le capacità.


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