Unione Europea: l’utopia tradita tra fallimenti, ipocrisie e complicità
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di Pompeo Maritati
C’è una verità scomoda che molti cittadini europei iniziano a sussurrare tra le pieghe del malcontento crescente: l’Unione Europea, così come oggi si presenta, è un edificio politico svuotato di anima, spesso privo di coerenza, e sempre più distante dai principi su cui è nata. Era stata concepita come un faro di pace, solidarietà, giustizia e prosperità condivisa tra popoli storicamente divisi da guerre e ideologie. Ma alla prova dei fatti, ciò che si osserva è una struttura tecnocratica che troppo spesso abdica alla propria missione fondativa, trasformandosi in un’arena di compromessi al ribasso, dominata da logiche finanziarie, sudditanze geopolitiche e miopie nazionalistiche.
Il primo tradimento avvenne sotto i riflettori del mondo intero: la vergognosa austerità imposta alla Grecia. Un Paese ridotto in ginocchio da un debito insostenibile, aggravato da anni di speculazioni, corruzione interna e complicità internazionale. L’UE, anziché praticare la solidarietà prevista dall’articolo 1 della sua Carta dei diritti fondamentali, scelse la via della punizione, imponendo tagli draconiani che affamarono un popolo intero. Ospedali senza medicinali, pensionati in lacrime davanti agli sportelli delle banche chiuse, giovani costretti all’emigrazione di massa. L’Europa della finanza vinse su quella dei diritti. E nessuno, ancora oggi, ha mai chiesto scusa.
Poi venne la pandemia. La tragedia del Covid-19 mise a nudo le gravi falle di un sistema senza visione comune. All’inizio, fu il caos: ogni Paese per sé, mascherine trattenute alle frontiere, mancanza di coordinamento sanitario, chiusure unilaterali. Solo in seguito, sotto la pressione dell’opinione pubblica e della disperazione economica, si giunse a uno sforzo congiunto – il Recovery Fund – che fu più un miracolo di disperazione che una prova di maturità istituzionale. E anche quel fondo, presentato come rivoluzionario, fu vincolato a logiche di controllo e riforme imposte, più che a una visione solidale e lungimirante.
La guerra in Ucraina ha rappresentato un ulteriore banco di prova. Lungi dall’essere un attore diplomatico in grado di tessere dialoghi e smussare tensioni, l’Unione si è appiattita completamente sulle posizioni NATO-statunitensi, contribuendo al riarmo diffuso, ignorando ogni tentativo di mediazione autonoma e alimentando un’escalation bellica che oggi grava soprattutto sui cittadini europei: caro energia, inflazione, stagnazione, migrazioni incontrollate. Dove è finita l’autonomia strategica tanto sbandierata? Perché l’Europa non ha avuto il coraggio di cercare una soluzione negoziata prima che il conflitto deflagrasse?
Il fallimento più grave, tuttavia, si sta consumando sotto gli occhi del mondo a Gaza, dove da mesi si consuma un vero e proprio genocidio del popolo palestinese. Qui, l’Unione Europea ha toccato il fondo della propria irrilevanza morale: divisa, pavida, silente, quando non complice. Mentre piovono bombe su scuole e ospedali, mentre muoiono bambini in coda per un tozzo di pane, Bruxelles balbetta dichiarazioni ambigue, si affida ai soliti distinguo e non osa nemmeno pronunciare le parole “cessate il fuoco”. Un’Europa incapace di dire no a un massacro, o forse peggio, non desiderosa di farlo. I valori fondanti di giustizia e umanità sono stati calpestati in nome di alleanze strategiche, interessi energetici, diplomazie asservite.
Il capitolo del riarmo è ancora più inquietante. Di fronte alle crisi globali, l’UE ha scelto di aumentare le spese militari in una corsa armata che arricchisce le multinazionali del settore e sottrae fondi a scuola, sanità, transizione ecologica e diritti sociali. I fondi Next Generation, nati per rilanciare l’economia e costruire un futuro più giusto, rischiano di essere risucchiati nella spirale delle armi, come se la pace potesse essere garantita con i cannoni. È questa l’Unione dei popoli?
Il disegno originario di un’Europa federale, unita, democratica e sociale, sembra oggi distante anni luce. Troppi governi egoisti, troppe lobby silenziose che dettano l’agenda, troppa incoerenza nelle scelte strategiche. I migranti affogano nel Mediterraneo mentre i Paesi si rimpallano le responsabilità, gli agricoltori protestano ma Bruxelles preferisce le regole del mercato globale, i giovani chiedono lavoro e giustizia climatica, ma l’UE finanzia nuove trivellazioni e assegna fondi ai colossi digitali statunitensi o cinesi.
La solidarietà interstatale, principio cardine dell’articolo 1 della Carta, resta sulla carta. Gli Stati membri agiscono spesso come piccoli principati chiusi, incapaci di accordarsi su una politica estera comune, su una vera difesa europea autonoma, su una fiscalità condivisa. Il parlamento europeo, unico organo eletto dai cittadini, ha poteri ancora limitati. E le decisioni cruciali vengono prese da Commissioni non elette, troppo spesso influenzate da gruppi di interesse e poteri opachi.
Non è un atto di disfattismo denunciare tutto questo. È un atto di amore verso un progetto che potrebbe essere grande, che potrebbe davvero salvare il continente, ma che oggi naufraga nella sua incoerenza strutturale. I cittadini europei, quelli veri, quelli che lavorano, studiano, crescono figli, curano malati, lottano per il clima, per la pace e per la verità, meritano un’Unione diversa. Non un carrozzone burocratico che foraggia guerre, appoggia governi repressivi quando fa comodo, reprime i dissensi e tradisce i suoi principi.
L’Unione Europea, così com’è oggi, non è ancora un’Unione. È un mercato comune con ambizioni politiche mal realizzate, è una promessa mancata, è un esperimento incompiuto che rischia di collassare sotto il peso delle sue stesse contraddizioni.
Eppure, il sogno europeo non è morto. Ma richiede coraggio. Richiede verità. Richiede una rivoluzione etica, culturale e istituzionale che rimetta al centro le persone, i diritti, la pace, la giustizia sociale e ambientale. Se non ora, quando?