IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Vanini, vino e san Martino

busto di G. C. Vanini, scolpito da Eugenio Maccagni 1886, villa comunale di Lecce

busto di G. C. Vanini, scolpito da Eugenio Maccagni 1886, villa comunale di Lecce

di De Florio Pietro

Il Santo e i simbolismi

L’11 novembre si celebra san Martino e la sua cosiddetta estate che dura “due o tre giorni e un pochino”, quando, generalmente, si attenuano le piogge dell’ultima decade di ottobre e ritorna un po’di tepore. La tradizione agiografica narra che Martino donò, recidendolo con la spada, parte del suo mantello a un povero infreddolito e, proprio in quel momento, cessò il freddo e tornò il bel tempo [1]. Il miracolo coincide con le fasi conclusive della fermentazione del mosto, quindi è consuetudine che il vino si inizi a gustarlo nel mese di novembre e, come recita il proverbio: “di san Martino ogni mosto diventa vino”. Tuttavia un tempo i primi giorni di questo mese coincidevano con il Capodanno celtico o Samuin, quando i morti entravano in comunanza con i vivi, per una sorta di rigenerazione vitale e “rimescolamento cosmico”, dopotutto, celta era Martino (315 ca. 397), soldato romano (successivamente vescovo) originario della Pannonia (Ungheria) [2].

Il buon vino è pronto per essere degustato proprio in questi giorni, non è una semplice bevanda, ma un prodotto della madre Terra, sovrabbondante di significati sedimentati in secoli di storia. Il vino è documentato fin dalle origini delle civiltà mediterranee, risulta essere un rilevante elemento rituale (e di piacere) nell’antica mitologia dionisiaca e bacchica greco – romana, lo si trova sia nella Bibbia (Noè, Lot, ecc.), sia nei Vangeli (Ultima Cena, Nozze di Cana, Gesù e la vite, Mt, 26, 26-29; Mc, 14, 22 -25; Lc, 22, 14 -20; Gv, 2, 1-12 e 15, 1- 7). Inoltre, nella teologia medievale, il vino insieme al pane fu oggetto di accese dispute filosofiche, Berengario di Tours (nato nel 1088), con il principio della consustanziazione sosteneva che la sostanza del pane e del vino (l’accidente è imprescindibile dalla sostanza) permanesse nell’Eucarestia insieme al corpo e sangue di Cristo. San Tommaso, invece (1274 -1225), con la transustanziazione riteneva che la sostanza del pane e del vino si trasformasse nel corpo e sangue di Cristo. Insomma “questo sangue della terra”, come definisce il vino santa Caterina da Siena [3], fonte di fecondità e vita diventa “simbolo e sangue di Cristo fattosi botte per la salvezza dell’umanità” [4], mantenendo (al di là dell’ironia) fino ai nostri giorni, la funzione di aggregatore sociale.

Il Vanini

Giulio Cesare Vanini nacque a Taurisano nel 1583, fu un valente filosofo e sostenitore della libertà di pensiero, nei suoi studi assimilava ogni aspetto della realtà con la materia, per queste idee venne accusato di blasfemia e ateismo e condannato al rogo a Tolosa nel 1619. In alcune pagine delle sue opere [5] smitizza la metafisica teologica del vino, si tratta semplicemente di una bevanda che dona sollievo, distende l’animo e mette di buon umore la persona. Nel dialogo I Meravigliosi segreti della natura regina e dea dei mortali del 1616 (d’ora in avanti solo Meravigliosi), oltre ai due protagonisti Giulio Cesare (il dotto, alludendo a sé stesso) e Alessandro (un allievo di fantasia) i quali discutono argomenti fisica, biologia, medicina e altre discipline, trattati materialisticamente secondo il principio naturale di causa naturale ed effetto, compare per la prima volta una terza figura, cioè il coppiere Tarsio. L’intero dialogo dei Meravigliosi si sviluppa in un’intera giornata (probabilmente dopo Pasqua), interrotto da varie pause ristoratrici. Alessandro invita il proprio maestro a bere un po’ di vino e dice: “Alleviamo con il vino la noia di questa difficilissima questione (si parlava in termini aristotelici se più materie potessero mescolarsi in una pluralità di forme, N.d.A.). Questi calici di vetro sono così lindi che invitano a bere” [Meravigliosi, 2, 28, p.173]. Evidentemente il vino rilassa, ci rende predisposti all’ascolto e, nel prosieguo del pranzo di mezzodì, tra le varie portate di carni bevande e dolci, questo liquore, afferma Alessandro, irrora le vene permette la digestione e il benessere, poi soggiunge: “com’è bello il colore di questo vino! Lo berrò non tutto d’un sorso, ma a poco a poco, con lentezza e con sorsi prolungati” [Ivi, pp.176 – 177]. Ecco il sapiente modo di bere vino: assaporarlo a piccoli sorsi, l’autentica degustazione sta nella durata prolungata del piacere, apprezzarne la limpidezza o la corposità, il colore e il sapore e, soprattutto, lasciare che il suo effetto produca il giusto ed equilibrato senso di leggerezza e calma. “Se bevuto in piccole quantità non estingue la sete, né spegne il calore, ma lo accresce. Come nella fucina di un fabbro i carboni fossili, bagnati da umide scope, bruciano più violentemente, così con i piccoli sorsi si accende il desiderio di bere e non si assopisce affatto” [Ivi, p. 178]. Insomma il piacere del bere sta nel prolungamento temporale e non nella quantità. Asserisce Giulio Cesare: “il palato percepirà più a lungo il piacere e l’intestino sarà più abbondantemente bagnato, perché il liquore persiste più a lungo ed impregna con il suo umore le parti aride” [Ivi, pp.177 – 178], del corpo. E mentre Tarsio coppiere versa il vino, anzi questo “nettare” nelle tazze, Alessandro osserva che: questo “liquore […] rigenera gli spiriti” (nella medicina umorale di derivazione ippocratica – galenica, gli spiriti corporali sono entità meccaniche e fisiologiche perlopiù paragonabili al sistema nervoso N.d.A.), congratulandosi con il suo interlocutore per il banchetto (o simposio) “degno di un dio” [Ibidem]. Insomma il vino viene liberato da tutti i suoi significati mistici, metafisici e teologici, per essere una bevanda in sé, capace semplicemente di arrecare piacere e rendere l’intelletto idoneo a filosofare.

Inoltre, sostiene Giulio Cesare, il vino possiede proprietà terapeutiche, cioè “impedisce che si formino le pietre nella vescica, perché ne apre gli orifizi e vi riduce i calcoli che si sono generati” [Ivi, p.179] e, rimanendo in ambito organico, aggiunge che il vino produce anche benefici effetti sul sesso. Sono “Cerere e Bacco” che forniscono il vigore per l’amplesso, altrimenti “la voglia sessuale si spegne” [Anfiteatro dell’eterna provvidenza, 28, p. 157]. “I vini generosi – argomenta Giulio Cesare – dolci e schietti”, insieme ai cibi idonei, “hanno la capacità di eccitare e solleticare il desiderio […] la cui energia fa bollire il seme il quale si riscalda per bene e diventa bianco”, tutto ciò permette “di far erigere i genitali e di far eiaculare lo sperma” [Meravigliosi, 3, 39, pp. 247 – 244]. Insomma la sacralità metafisica del sesso, assimilabile al concetto aristotelico / scolastico di potenza – atto e compiutezza formale, viene ridimensionata e, rimarcando la visione deterministica, Giulio Cesare ribadisce che “i vini generosi dolci e schietti”, oppure semplicemente quelli dolci, sono adatti per sviluppare calore funzionale per il seme [Ivi, 3, 48, p.323], stimolando la giusta carica sessuale [Ivi, 3, 39, p.248].

Per concludere si riporta un passo in cui l’autore (Vanini – Giulio Cesare) dice che se è “di animo eccellente e di aspetto gradevole […], ciò dipende dal fatto che mio padre, benché vecchio […] ed una consorte piuttosto giovane […] scaldò nell’amplesso le sue membra, fattesi fredde per la vecchiaia. Per di più riscaldato dal vino, bevuto con moderazione, si accinse a rappresentare la commedia di Venere” [Ivi, 3, 48, p.322].

Il Mito

Come si è visto, per il Vanini il vino è un buon coadiuvante per le prestazioni sessuali e, a tal riguardo, facendo un lungo salto indietro nel tempo fino al IV secolo a. C., pare che questa idea trovi riscontro nella raffigurazione su un cratere a colonnetta in stile attico, presente nel museo Castromediano di Lecce, del Pittore di Leningrado. Si vedono sulla pancia del vaso tre sileni intenti a lavorare l’uva (tema dionisiaco), quello a sinistra sta con il membro in erezione e regge un acrotophorum, cioè un grande recipiente utilizzato per contenere il vino puro non mescolato con l’acqua (mentre nei crateri il vino veniva miscelato), quello centrale pigia con un ginocchio l’uva dentro un sacco da cui fuoriesce il mosto, l’altro sileno a destra reggendosi con le mani a due ganci pesta l’uva in una tinozza. Insomma vari erano i modi di produrre vino [6], ma ciò che occorre sottolineare è il collegamento tra la figura itifallica (quale auspicio di fertilità riproduttiva e abbondanza) e la produzione vinicola (Figg. 2, 3). 

Part. Pancia del cratere
Fig.2 – Part. Pancia del cratere
Fig. 3 – Foto di Fabrizio Garrisi in Wikimedia Commons con liberatoria

Nel museo di Lecce, oltre questo vaso, ci si imbatte nella copiosa pittura vascolare greca che riporta, per il Salento, tutto un pantheon dionisiaco e vitalistico di menadi, scene bacchiche, sileni itifallici e altro ancora. Vale la pena ricordare un passo dell’Antigone di Sofocle dove il coro esalta il dio Dioniso: “Orgoglio di Semele (cioè Dioniso), dio dai molteplici nomi, figlio di Zeus, signore del tuono, che l’Italia proteggi” e, quando si parla d’Italia, non si può non alludere all’Italia meridionale o alla Magna Grecia [7]. Anche Platone, nelle Leggi, registra la diffusione del culto dionisiaco nel Salento: “a Taranto, presso i nostri coloni, durante le Dionisie, ho visto tutta la città in stato di ebrezza; presso di noi non c’è niente di simile” [8].  In epoca romana la città jonica fu un importante centro di diffusione del culto bacchico – dionisiaco e, contro la superstizione e il pericolo di sovvertimento sociale, il Senato di Roma promulgò il senatusconsultum de Bacchanalibus nel 186 a. C. Il provvedimento stroncò, anche con numerose esecuzioni capitali, la diffusione incontrollata di questo culto orgiastico, ormai dilagante in tutto il Salento [9].                

Note

[1] A. Cattabiani, Lunario, Mondadori Cde Milano, 1994, p.338.

[2] A. Cattabiani, Calendario, Rusconi Milano, 1988, p. 311.

[3] G. Mantovano, L’Avventura del cibo, Gremese Roma, 1989, p. 27.

[4] Ivi, p. 32.

[5] G. C. Vanini, Tutte le Opere, Monografia introduttiva, Testo critico e Note di F. P. Raimondi; traduzione di F. P. Raimondi e L. Crudo, appendici di M. Carparelli, Bompiani, Milano, 2010. D’ora in avanti tutti passi riportati sia da I Meravigliosi segreti della natura regina e dea dei mortali (1616), sia dall’Anfiteatro dell’eterna provvidenza. Divino – magico, cristiano – fisico, nonché astrologico – cattolico, contro gli antichi filosofi atei, epicurei, peripatetici e stoici (1615), sono tratti dall’opera citata e i titoli abbreviati (anche nel testo) in Meravigliosi e Anfiteatro.

  Per saperne di più cfr. www.ilgrandesalento.it/le-origini-delluomo-nellevoluzionismo-pre-scientifico-di-giulio-cesare-vanini/; www.ilgrandesalento.it/la-metafisica-dei-cieli-in-giulio-cesare-vanini/; www.ilgrandesalento.it/giulio-cesare-vanini-e-il-discorso-sul-sesso/ (oppure singolo link copia e incolla direttamente sul motore di ricerca)

[6] M. Bernardini, I Vasi attici del Museo Provinciale di Lecce, Congedo Galatina, 1981, p. 84 – 85.

[7] Sofocle, Antigone, a cura di E. Romagnoli, Zanichelli Bologna, 1924, p. 77. 

[8] Platone, Le Leggi, a cura di F. Ferrari, S. Poli, Rizzoli Bur Milano, 2005, par. 637 b – d.

[9] A. Berardi, Religione e religiosità, in La Storia, a cura di M. L. Salvatori, Utet Torino, 2004, vol. III, p.715.


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