IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Vannacci, vacci piano

Vannacci, vacci piano

Di Simona Mazza

Tutto avrei voluto fare fuorché occuparmi di Roberto Vannacci. Non lo stimo, non condivido nulla delle sue posizioni e, francamente, trovo il personaggio molto meno interessante del fenomeno che rappresenta. Poi, durante l’intervista con Lilli Gruber, è arrivata una parola pronunciata con troppa disinvoltura, una parola che mi ha fatto scattare il campanello d’allarme: deportazione

La parola “deportazione” e il ritorno dei fantasmi

Non proprio “Quattro amici al bar”

Già la parola “remigrazione”, abbastanza inquietante nella sua freddezza burocratica, mi aveva fatto trasalire. Confesso però che ci avevo quasi riso sopra, per lo spessore e il trogloditismo etimologico che evocava. Oggi, però, riesce più difficile ironizzare. Nelle ultime uscite del generalissimo, infatti, non si parla più soltanto di rimpatrio, termine che tutto sommato appartiene a un terreno giuridico preciso, fatto di procedure, accordi internazionali e garanzie, ma di deportazione.

Una parola pronunciata durante l’intervista con Lilli Gruber, e non credo sia stato uno scivolone o un lapsus, che porta addosso il Novecento, i trasferimenti forzati, gli elenchi, i confini trasformati in strumenti di espulsione, la persona ridotta a categoria da spostare. Chi usa quella parola sa, o dovrebbe sapere, che cosa sta maneggiando.

Bisogna allora chiedersi cosa immagini davvero Vannacci quando parla di deportazione. Una procedura legale? Una movimentazione forzata? Un’enorme macchina di espulsione collettiva? O si tratta solo di una formula messa lì per incendiare il pubblico? In ogni caso, la parola apre uno scenario che va guardato senza isteria e senza ingenuità.

Perché essa, nella memoria europea, è stata una devastante tecnologia del potere. Ecco perché suscita orrore.

Il problema merita dunque più attenzione e meno superficialità. Innanzitutto una domanda è d’obbligo: perché uno che spesso sembra parlare come un avventore da bar dopo il terzo giro, per riprendere una pittoresca descrizione di Travaglio, riesce ad avere una presa così forte sulla collettività?

Il generale che conosce il rumore delle parole

La risposta più plausibile è che il generale abbia capito una regola elementare del nostro tempo: la frase populista, quella di pancia, ruvida e immediata, colpisce più della frase ragionata. In un momento in cui la destra governa senza risolvere davvero i nodi profondi del Paese, la sinistra fatica a intercettare il malessere sociale e persino il Movimento 5 Stelle ha deluso molte delle aspettative nate attorno alla sua promessa originaria di rottura, chi si presenta come novità radicale trova spazio.

Il suo elettorato è nostalgico in senso pieno? Bella domanda. A giudicare da certi raduni, una parte sembra esserlo eccome. Ma la storia insegna anche che basta poco per scalare le classifiche del consenso: qualche errore di calcolo, un assist servito al momento giusto, una classe politica convinta di poter utilizzare un fenomeno senza esserne utilizzata.

Al netto di tutto, chi guarda a Vannacci spesso è arrabbiato, disorientato, culturalmente fragile o semplicemente stanco di risposte percepite come deboli. Il generale entra lì, in quella zona grigia dove il disagio cerca un volto, una voce o, più semplicemente, una scorciatoia. Naturalmente non offre un’analisi complessa, ma una collisione. Quanto al metodo, è semplice, assertivo, militare. Insomma, in linea con il background del personaggio: poche idee, portate avanti a mo’ di caterpillar, senza oscillazioni, senza sfumature, senza quella pausa interiore che permette di riconoscere l’altro come essere umano.

Del resto, ricordando La guerra di Piero di De André, l’errore tragico del protagonista della ballata è proprio quello di fermarsi, guardare il nemico e intuire che dall’altra parte c’è un uomo. In certe retoriche politiche, invece, il nemico deve restare sagoma. Se diventa persona, la propaganda perde forza.

Il copione funziona perché è semplice. E proprio per questo è insidioso.

Un pericolo annunciato dal padre della psicoanalis

Freud, in Psicologia delle masse e analisi dell’Io, aveva già individuato un meccanismo simile. Le masse, nei momenti di crisi, tendono a cercare figure capaci di dare forma alle paure collettive. Non chiedono necessariamente soluzioni articolate. Cercano semmai identificazione, protezione, riconoscimento. Il capo diventa pertanto lo specchio in cui il gruppo vede legittimate le proprie frustrazioni.

Da qui nasce la forza di certi linguaggi politici, che anziché spiegare il mondo lo ordinano emotivamente. Individuano un “noi”, indicano un “loro” e promettono una sorta di purificazione. È da qui che si arriva al tema che più mi ha scosso: la questione dell’immigrazione clandestina.

L’immigrato come capro espiatorio

La questione migratoria esiste, e proprio per questo andrebbe sottratta alla propaganda. L’Italia convive da anni con una gestione confusa dei flussi, con centri sovraffollati, rimpatri lenti, accordi fragili con i Paesi d’origine, periferie lasciate sole e una distinzione troppo spesso mancata tra chi delinque e chi lavora, paga contributi, cura anziani, raccoglie prodotti agricoli, manda avanti cucine, cantieri, logistica e assistenza domestica.

La paura della criminalità esiste. La richiesta di sicurezza esiste. La fatica dell’integrazione idem. Ma trasformare l’immigrato nel contenitore unico di ogni problema italiano è una scorciatoia antica. Funziona perché semplifica, dà un volto alla rabbia e permette di spostare lo sguardo da salari bassi, evasione fiscale, capitali trasferiti all’estero, servizi pubblici fragili, sfruttamento del lavoro, crisi demografica e disuguaglianze territoriali.

La storia europea conosce bene questo meccanismo. Il nazismo caricò sugli ebrei la responsabilità simbolica di ogni male: crisi economica, sconfitta militare, inflazione, decadenza morale, disordine sociale. Naturalmente ogni riferimento al presente richiede prudenza storica, perché le epoche non si sovrappongono mai in modo meccanico. Tuttavia il dispositivo del capro espiatorio resta riconoscibile.

Vannacci lavora esattamente su questo terreno. L’immigrato diventa figura totale: problema di sicurezza, culturale, economico, identitario e chi più ne ha più ne metta. A quel punto ogni distinzione scompare. Chi arriva per lavorare, chi nasce in Italia da genitori stranieri, chi delinque, chi fugge da guerre, chi assiste un anziano, chi vive ai margini, chi paga contributi, chi sfrutta e chi viene sfruttato finiscono nella stessa immagine indistinta.

Dire “mandiamoli via” sembra allora una soluzione facile. Sim Sala Bim, puff! Spariti per magia? Nemmeno lontanamente. Quando la frase esce dalla piazza ed entra nei numeri, diventa infatti un labirinto. Scopriamo allora perché la tesi di Vannacci fa acqua da tutte le parti.

Il conto economico della “remigrazione”

Partiamo da un presupposto elementare: un rimpatrio non si fa caricando qualcuno su un pullman. Serve identificare la persona, verificarne la nazionalità, ottenere documenti dal Paese d’origine, trattenerla in strutture adeguate, garantirle assistenza legale, sostenere eventuali ricorsi, organizzare il trasferimento, pagare voli e personale di scorta. Ogni passaggio richiede tempo, denaro e cooperazione diplomatica.

Già oggi i centri per il rimpatrio sono costosi e poco efficienti. Secondo dati ripresi da Wired, nel 2022 la gestione dei CPR italiani costava circa 250 euro al giorno per persona trattenuta, contro circa 35 euro al giorno per l’accoglienza nei CAS e SAI. Il protocollo Italia-Albania, presentato come svolta, è stato stimato dal governo in circa 653 milioni di euro in cinque anni, mentre altre ricostruzioni arrivano a oltre 670 milioni. Openpolis ha evidenziato anche l’enorme peso delle spese logistiche e di personale legate all’operazione.

Infattibilità

Ora immaginiamo di applicare una logica di “remigrazione” su vasta scala. Anche restando lontani dalle fantasie di massa e ragionando su numeri contenuti, il costo salirebbe rapidamente a miliardi. Se per trattenere una persona servono centinaia di euro al giorno, se i rimpatri richiedono settimane o mesi, se ogni pratica coinvolge giudici, prefetture, questure, consolati, compagnie aeree, mediatori e accordi internazionali, l’idea di “mandarli via tutti” diventa un manifesto costosissimo. Oltretutto ci vorrebbe molto ma molto tempo.

A questo si aggiunge il problema più concreto: molti Paesi d’origine collaborano con difficoltà ai rimpatri. Senza documenti, senza riconoscimento consolare, senza accordi bilaterali efficaci, la macchina si blocca. L’Italia può trattenere una persona per un certo periodo, poi deve fare i conti con le regole dello Stato di diritto. Può promettere espulsioni di massa in campagna elettorale, ma deve poi muoversi dentro vincoli costituzionali, europei, internazionali.

Soluzioni alternative?

Qui nasce la domanda più scomoda. Quando una procedura legale appare lenta, costosa, impopolare, piena di garanzie e ostacoli, quale scorciatoia resta nella testa di chi pronuncia “deportazione”? La storia insegna che, quando si vuole spostare una massa umana senza più guardare alle singole persone, il linguaggio comincia a preparare il terreno prima delle azioni.

La “soluzione finale” nacque anche da un lessico amministrativo, da una burocrazia che trasformava l’orrore in pratica, il crimine in procedura, la vita umana in fascicolo da archiviare. Ripeto, soprattutto a me stessa, come un mantra consolatorio e scaramantico: nessuno scenario contemporaneo va sovrapposto meccanicamente a quello sterminio. Però la memoria serve proprio a riconoscere il momento in cui il linguaggio comincia a perdere pudore.

Se prendiamo allora questo neologismo e lo accostiamo a qualche recente uscita di Vannacci sulla Marcia su Roma, il timore di una deriva autoritaria diventa più concreto.

Perché torna la Marcia su Roma

In passato, il generale ha richiamato quell’episodio insistendo sull’arrivo di Mussolini al potere attraverso un percorso formalmente legale. Diversi giornali hanno riportato quella sua rilettura, criticata dalle opposizioni e dalla comunità ebraica.

Il punto storico è delicato. Mussolini ricevette effettivamente l’incarico dal re e ottenne la fiducia della Camera. Detta così, la forma istituzionale, almeno all’inizio, venne conservata. Ma raccontare solo questo significa fermarsi alla facciata.

Prima di quella legalità apparente c’erano state le squadre fasciste, le aggressioni, le intimidazioni, gli assalti alle sedi socialiste e sindacali, la violenza contro amministratori, giornalisti, oppositori. C’era un Paese già piegato dalla paura, un governo pronto a proclamare lo stato d’assedio e un re, Vittorio Emanuele III, che scelse di non firmarlo. C’era inoltre una classe dirigente miope, convinta di poter usare Mussolini, contenerlo, normalizzarlo. Il risultato lo conosciamo.

Lo Stato non venne soltanto aggredito dall’esterno. Aprì le porte al futuro duce pensando ingenuamente di governare ciò che stava facendo entrare.

La doppia faccia del fascismo

A ben vedere, la famosa doppia faccia del fascismo sta tutta qui: una mano sullo Stato, l’altra sulle squadre. Un piede nelle istituzioni, l’altro nella violenza. Una lingua che parlava di ordine, una pratica che costruiva intimidazione.

Matteotti lo capì con chiarezza. Nel 1924 denunciò alla Camera il clima di violenza, brogli e sopraffazione che aveva accompagnato le elezioni. Il fascismo si presentava come forza ormai legalizzata, ma quella legalità era stata ottenuta dentro un sistema drogato dalla paura. Pochi giorni dopo, il deputato socialista fu rapito e ucciso da una squadra fascista guidata da Amerigo Dumini e, a quel punto, il sistema poté tranquillamente gettare la maschera.

Perché richiamare questa tristissima pagina?

La destra che gli ha aperto la porta

Ebbene, anche Vannacci non è arrivato sulla scena politica sfondando un portone chiuso.

La Lega di Salvini lo ha candidato, promosso, trasformato in simbolo. Gli ha dato una piattaforma, una legittimità, un pubblico più vasto. Oggi il generale prova a costruire un proprio spazio politico, con Futuro Nazionale e con un linguaggio ancora più identitario. La destra può considerarlo un alleato scomodo, un concorrente, un incidente laterale. Resta il fatto che gli ha offerto l’assist decisivo.

Il dato più preoccupante è la rapidità con cui il fenomeno si è allargato. In poche settimane Futuro Nazionale è arrivato attorno al 4,4-4,8% nelle rilevazioni più recenti, avvicinandosi a una Lega ormai stimata poco sotto o intorno al 6%. Non è ancora un sorpasso, ma è già un segnale politico pesante: un movimento appena nato, costruito attorno a un leader che usa parole come “deportazione”, rischia di diventare decisivo negli equilibri del centrodestra.

Il rischio politico sta proprio qui. In un sistema nel quale gli equilibri elettorali si giocano su percentuali sempre più sensibili, anche un bacino radicale può diventare utile. Se quei voti servono per restare al governo, vincere una competizione, condizionare una coalizione o alzare il prezzo della trattativa, la tentazione di assorbire Vannacci diventa concreta.

Così la destra rischia di ripetere un errore antico, cioè pensare di poter usare l’estremismo senza esserne usata. Di poterlo portare dentro il recinto istituzionale e tenerlo a bada. Di poter incassare consenso e lasciare fuori l’ideologia. Ma le parole non restano mai fuori dalla porta. Entrano con chi le pronuncia.

A quel punto il linguaggio viene addolcito senza essere davvero respinto. Le parole estreme diventano “provocazioni”. I richiami nostalgici diventano “folklore”. Le ambiguità sul fascismo diventano “opinioni storiche”. L’intolleranza diventa “buonsenso popolare”. Sto forse esagerando?

I cortei, il “Duce” e il camerata che ritorna

Gli ultimi cortei per la remigrazione hanno reso visibile ciò che spesso viene minimizzato. A Roma si sono visti saluti romani, cori al “Duce”, inni del Ventennio, slogan contro immigrati e musulmani, fumogeni, tricolori, gesti che appartengono a una grammatica politica chiarissima.

A questo si aggiunge il ritorno di un lessico interno, quasi tribale: “camerata”, “riconquista”, oltre alla famigerata “remigrazione”. Parole che non descrivono soltanto una posizione politica. Costruiscono appartenenza, gerarchia, nemico. Chi sta dentro è comunità. Chi sta fuori è minaccia. Stop.

Il problema non è il singolo nostalgico che alza il braccio ma l’ambiente culturale che rende quel gesto nuovamente praticabile, fotografabile, condivisibile, quasi rivendicabile. Il problema è la soglia che si abbassa. Ieri certe immagini avrebbero provocato vergogna pubblica. Oggi vengono archiviate da qualcuno come colore locale.

Altro che ricordi lontani

Spesso, soprattutto a destra, alcuni vertici ridicolizzano la parola antifascismo, sostenendo che il fascismo sia morto. È una cosa vera soltanto in senso storico-istituzionale. Il regime è finito nel 1945, la Repubblica è nata dall’antifascismo, la Costituzione ha costruito un argine. Ma ottant’anni, nella vita profonda di un Paese, sono pochi. Le culture politiche non scompaiono per decreto. Si nascondono, cambiano abito, aspettano contesti favorevoli, tornano come nostalgia, rabbia, identità ferita, culto dell’ordine.

Per questo ricordare è una forma di prevenzione civile. L’antifascismo dunque, per chi continua a sminuirlo, non serve a celebrare se stesso ma a impedire che i vecchi meccanismi tornino con parole nuove. Serve a riconoscere quando la paura diventa programma, quando l’immigrato diventa capro espiatorio, quando la legalità formale viene usata come copertura, quando il linguaggio prepara una politica di esclusione.

La memoria storica, in Italia, viene spesso trattata come un fastidio. Quando si ricorda il fascismo, qualcuno risponde che bisogna guardare avanti, che sono passati decenni, che il mondo è cambiato. Certo, il mondo è cambiato. Proprio per questo bisogna conoscere le forme nuove con cui le vecchie pulsioni possono ripresentarsi.

Il fascismo non tornerà necessariamente con la stessa uniforme. Potrebbe tuttavia tornare come insofferenza verso i diritti, disprezzo per le minoranze, culto del capo, nostalgia della forza, fastidio per i limiti imposti dalla Costituzione, idea che la complessità democratica sia un intralcio.

Può tornare anche attraverso parole apparentemente tecniche: remigrazione, ordine, normalità, identità, difesa dei confini. Parole che, prese una per una, possono avere un uso legittimo. Ma quando vengono disposte dentro una narrazione fondata sulla paura e sull’esclusione, cominciano a produrre un altro effetto.

La memoria serve a cogliere questo passaggio. Non a gridare al fascismo per ogni cosa, ma a evitare che certe cose vengano riconosciute troppo tardi.

Vannacci, vacci piano

Non perché l’immigrazione sia un tema da lasciare ai moralismi. Non perché la sicurezza sia una parola proibita. Non perché la politica debba parlare soltanto con formule educate e rassicuranti. Al contrario, proprio perché questi temi sono seri, andrebbero sottratti a chi li trasforma in teatro identitario.

La parola “deportazione” segna un limite, oltre il quale la politica smette di discutere soluzioni e comincia a evocare fantasmi. E questi, in Italia, hanno nomi, date, gesti, saluti, marce, leggi, processi mancati, delitti politici, complicità istituzionali.

La democrazia italiana conosce già la seduzione della legalità apparente. Sa che un potere può entrare dalla porta principale e svuotare la casa dall’interno. Sa che la violenza può preparare il terreno e la forma istituzionale può fare il resto. Sa che Matteotti non denunciò un dettaglio tecnico, ma il cuore marcio di un sistema che si fingeva normale.

Per questo il caso Vannacci non è soltanto una questione di cattivo gusto politico. È un test sulla memoria del Paese.

Se una parola come deportazione diventa discutibile, trattabile, quasi amministrativa, allora il problema non riguarda più solo chi la pronuncia. Riguarda chi la applaude, chi la minimizza, chi la usa per raccogliere voti, chi pensa di poterla addomesticare.

Vannacci, vacci piano, dunque.

Perché la storia italiana ha già visto cosa può accadere quando l’estremismo viene invitato a tavola con l’idea di tenerlo buono.

Di solito, dopo un po’, chiede il posto a capotavola.

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