Viaggio a Kandahar e oltre… la donna, il Burka: eredità islamico – talebana.
Antonio Luca Sorbello
Un racconto che è in realtà una testimonianza. La dott.ssa Elisa Poli ci sensibilizza in modo diretto sulla condizione odierna della donna che vive con il Burka. Abbiamo cominciato dal XII secolo a parlare della donna in Italia nel periodo di Dante, Petrarca e Boccaccio. La donna come musa ispiratrice per la poesia, per le arti e che subisce una profonda idealizzazione, passando da creatura terrena a simbolo di virtù divina e nobiltà spirituale.
Ora siamo nel XXI e Elisa Poli ci presenta la sua analisi.
Viaggio a Kandahar, un film di Mohsen Makhmalbaf, è un documento sulla vita, terribile delle donne nel paese dei talebani. Il genere del film è un documentario ma si struttura come un film di denuncia. La questione femminile non solo in Afganistan, ma anche in: Thailandia, Marocco, Tunisia, Senegal, Kenia e Yemen in modo particolare… In Afganistan alle donne non è concesso di avere una figura, una fisionomia, sono coperte da capo ai piedi con un indumento generalmente di color nero, chiamato Burka.
Nel Burka c’ è una sorta di rete traforata nel tessuto dove si può vedere, altrimenti non ci sarebbe movimento alcuno. Ma attenzione solo davanti agli occhi, per il resto il tessuto e l’indosso dell’indumento coprono completamente il volto e la parte laterale del capo, chi lo indossa può vedere attraverso i fori, solo davanti a sé, e per terra. Se un pericolo imminente sopraggiunge di lato non si può vedere, capire. Non possiamo intuirlo. Non si sa bene, cercando di interpretare il motivo se è un fatto culturale, e anche in che modo le donne sono complici di questo sistema. Oppure i talebani o l’islam obbligano a indossare questo vestiario. La donna in questo caso non esiste, non c’è, vengono chiamate le donne sotto il Burka, Siassar che vuol dire teste nere. Solo quando c’è la celebrazione di un matrimonio si possono indossare dei Burka colorati. Alle ragazzine insegnano a difendersi dalle mine antiuomo.
Nafas, giornalista afgana è riuscita a trasferirsi in Canada nel momento in cui i talebani prendevano il potere, (data 7 ottobre 2001). In un cielo terso irrimediabilmente senza alcun suono, sussurro o vita, come un’immagine immobile che non si toglie dalla mente, un aereo passa a mezz’aria dalle base battuta di terra e sabbia. Viaggia, nel cielo, e getta dall’alto, protesi, gambe, braccia, mani, piedi, busti come pilastri infiammati di luce e suoni, e luce e ancora suoni, suoni nel cadere giù con l’impatto a terra. In lontananza un gruppo di uomini corrono malamente aiutandosi con le loro stamg⁵pelle, di legno grosse massicce, per sostenere il peso del corpo in corsa, corrono in quanto mancanti di un arto, o un piede. Devono, devono correre più velocemente di un altro. Questo permette, di prendere le protesi cadenti da uccelli d’acciaio volanti.
Alcuni, non tutti, fotoreporter morti a causa di bombe Israeliane sul suolo di guerre, non solo in questo frangente in Afganistan, ma anche nelle attuali guerre: Ascanio Raffaele Cirillo, Fabio Bucciarelli, Mariam Dagga (uccisa a Gaza) Roshdi Sarraj.
Nafas, torna così nella terra natia per salvare la sorella, che ha deciso di suicidarsi. Il film è stato girato principalmente in Iran, e segretamente proprio in Afganistan. La storia narrata è in parte vera e in parte inventata. Ci sono 800 Km tra l’a Afganistan e l’Iran. Tre milioni di rifugiati Afgani in Iran. Perché tante persone hanno attraversato il confine per venire in Iran. Qual era il motivo? Il regista per saperne di più ha cercato di indagare sui media, ma non c’era scritto gran che, sul motivo; sulla tragedia afgana. Così per una settimana il regista si è recato in Afganistan segretamente per capire meglio cosa stesse succedendo. Ventimila persone morivano di fame alle porte della città di Herat, questa era solo una delle città in cui molte persone morivano di fame. Nelle strade non c’erano donne. Erano tutte nelle loro case come delle prigioniere. Quelle poche donne che si vedevano fuori erano completamente vestite col Burka. A quei tempi in Afganistan non c’era la televisione, e nemmeno la stampa. Era vietato avere una macchina fotografica, Era un paese senza alcun tipo di immagini.
Immagini, immagini, immagini senza…un vuoto… senza vita.

E allora mi chiedo, i ragazzi possono ancora cantare nelle stradine di Kandahar…e ancora un pensiero che si unisce a questa immagine, nella mia mente; e le ragazze possono ancora innamorarsi sentendo quelle melodie? L’amore riesce a passare attraverso i fori del Burka?
Mohsen Makhmalbaf racconta: i talebani erano al potere picchiavano la gente per le strade ed erano sostenuti dal governo del Pakistan. Il film mostra quello che stava succedendo in Afganistan per informare il pubblico internazionale della tragedia di una nazione. Non si trattava solo di una parte del pianeta che viveva in condizioni tragiche, ma che questa tragedia poteva espandersi in tutto il mondo. Come abbiamo visto l’11 settembre quando il terrorismo ha attraversato gli Stati uniti e le torri gemelle; improvvisamente il mondo si è svegliato e ha capito che in questa epoca siamo tutti collegati. Se succede qualcosa di terribile in Afganistan, in Iran di cui le proteste dal 2025 al 2026 chiamate anche Rivoluzione Iraniana, che comprendono una serie di manifestazioni, scatenate in diverse città dell’Iran a partire dal 28 Dicembre 2025, a mezzo di proteste popolari contro il governo della repubblica Islamica, e nel contesto di una crisi economica sempre più grave. La cosa potrebbe molto velocemente avere un impatto anche in Europa. Nessuno parlava dell’Afganistan prima del 2000. Negli ultimi venti anni l’Afganistan è cambiato un po’, per ciò che concerne i diritti delle donne. Le bambine sono potute andare a scuola e anche all’università. Hanno aperto molti canali televisivi. I media erano meglio che in altri paesi asiatici, e le generazioni più giovani stavano praticando una specie di democrazia. Ora siamo tornati a 20 anni fa, di nuovo le donne non possono lavorare. Le bambine non possono andare a scuola. Abbiamo creato due grandi scuole nelle città di Herat si trattava di un grande edificio. Ora questa scuola è chiusa…
Yemen, repubblica nata nel 1990, uno stato dell’Asia sudoccidentale, sulla penisola arabica. Si è reso disponibile al turismo dagli anni 1990 agli anni 2000.
All’epoca eravamo in estate ad Aden, sul golfo, una cittadina verdeggiante e arida, insieme questi due aspetti erano sorprendentemente uniti. Nella serata calda e piena di stelle il nostro pensiero fu quello di uscire dall’hotel dove alloggiavamo, e di incamminarci verso il centro del paese. Un lungo marciapiede costeggiava una via, munita a tratti da lampioni accesi. Camminavamo ignari, godendoci il cielo stellato, e altrettanto ignari passammo vicino alla piazza piena di uomini accovacciati a fumare il Gat. Intorno a noi il silenzio si fece cupo. Non un suono, non un brulichio di voci. Si innalzò un boato verso il cielo, e verso di noi. Disapprovazione, disprezzo, la folla si alzò era seduta, accovacciata ma si sollevò, ci guardò.
Noi eravamo turisti, e non per caso, il paese era aperto a questo turismo, ma noi non dovevamo essere lì, noi occidentali vestiti da occidentali, non dovevamo essere li. Fummo scortati in seguito dalla polizia del posto al nostro hotel.
Film consigliati: Il giardino dei limoni. di: Eran Riklis 2008. Il seme del fico sacro di: Mohammad Rasoulof 2024


Oltre…
Thailandia, la condizione della donna è paradossale, caratterizzata da una partecipazione attiva nell’economia e nella società, ma frenata da stereotipi di genere e patriarcato. Violenza domestica, prostituzione. In alcuni luoghi turistici, prostituzione e turismo sessuale.
Marocco, la condizione della donna è complessa e in evoluzione, contrasto tra riforme giuridiche progressiste e tradizioni patriarcali ancora radicate. Per quanto riguarda la mutilazione dei genitali femminili, MGF, tra cui l’infibulazione, il fenomeno in Marocco non è diffuso come in altre zone dell’Africa subsahariana, o nordorientale, ma pratiche di escissione sono state documentate, spesso legate a usanze tribali o alla disinformazione.
Ma negli Stati Uniti d’America, la condizione della donna da un punto di vista culturale, non va meglio. Il “Barbie Weist” è una tendenza estrema emersa di recente e praticata da un numero limitato di persone, spesso influenzatori, (influencer) o modelle, alla ricerca di una figura fisica a clessidra. Si fa strada questa ossessione, con chirurghi specializzati, consiste nella rimozione delle costole, costectomia, un rimodellamento per fini estetici delle costole. Per ridurre la circonferenza della vita. Non si tratta di una vera e propria rimozione completa che è molto rischiosa, ma di una frattura o rimodellamento delle costole fluttuanti per piegarle verso l’interno. Sud America, Brasile, Messico, sono luoghi dove si va diffondendo questa procedura. Una modella svedese ha rimosso 6 costole. Poi altri interventi che sono all’ordine del giorno, rimodellamento dei glutei, labbra, seni, zigomi, ecc.
Appena ho letto questa notizia, l’immagine delle protesi di Kandahar mi è balenata nella mente, che collegamento estremo, da un lato si cerca di ricostruire, ricostruirsi un corpo con quello che cade dal cielo, dall’altra si frantuma si rompe un corpo per vanità, superficialità perché il corpo si identifica come un oggetto. Non solo la donna oggetto, oggetto di culture, oggetto di tradizioni tribali, oggetto di interessi economici, oggetto nei confronti dei padri, dei mariti, ma soprattutto oggetti mancanti, mancanti scissi. Il corpo diviso dalla guerra è alla ricerca di un insieme, nel caso di Kandahar, in quanto le protesi servono a condurre una vita un’esistenza abbastanza normale o normalizzata. Ma nel caso delle influencer, modelle attrici il corpo assume la funzione di oggetto nella misura in cui io lo modello per il piacere altrui. Agli occhi dell’altro, una vendita. Un corpo in vetrina, utilizzato forse per il cinema, o altro, ma sempre in visione dell’altro e della sua approvazione. Merce, pura merce in vendita. Il paradosso è da un lato si cerca di ricomporre ciò che è rotto diviso sciupato per vivere o sopravvivere. Dall’altro si rompe.

Un’ immagine, inquietante, sorda, non so decifrarla ancora adesso, dopo tanti anni. Più volte mi sono confrontata con chi mi era vicino in quel luogo, in quell’ambiente, ma i ricordi non combaciano, o a tratti si, e a tratti no. Non sono chiari e forse nemmeno condivisibili. Una censura di protezione che sale alla mente quando è troppo quello che si vede, o si intravede. E’ come se la mente, il cuore, avessero bisogno di una velatura alla ragionevolezza perché non si accetta quello che vediamo. Sempre in una giornata limpida, con un cielo azzurro, un’aria tersa e secca, desertica che abita nelle montagne dello Yemen, in un paese, fatto di case di pietra e stradine tortuose. La guida si fermò con il nostro gruppo che era formato da poche persone, davanti ad una abitazione con una finestra dove non c’erano dei vetri ma un reticolo fatto di muratura. Una specie di pizzo, come un traforo usato nel Burka che indossano le donne, all’interno della stanza si intravedeva una figura femminile. La guida ha detto a denti stretti, più facendolo capire che dicendolo con le parole e la voce, che dentro a quella stanza c’era una giovane donna che aspettava gli uomini per intrattenerli sessualmente.

La donna era a disposizione del paese. Veniva messa lì dentro dalle donne del paese, non era sempre la stessa, cambiava ma era giovane e a disposizione del clan. Non abbiamo osato chiedere, almeno io no, se venisse pagata o no. A quale condizione doveva sottostare…già a me sembrava troppo quella vista, ma ciò che trovo ripugnante è che il paese, le donne del paese potessero permettere questo. Madri, mogli, figlie a loro volta. Poi la circolarità della giovane in quella stanza. Una volta toccava ad una, una volta toccava ad una altra e così via.
Lo Yemen è attualmente chiuso al turismo, (febbraio 2026). La chiusura dello spazio aereo dovuta a scontri ha bloccato 400 turisti sull’isola di Socotra. Il paese è instabile con pericoli legati alle tensioni tra forze governative e separatisti del Sud.
