VIAGGIO NEL MEDIOEVO: L’assedio di Mongiardino di Pietro Grosso

Antonio Luca Sorbello
Presentazione del libro “L’assedio di Mongiardino di Pietro Grosso presso la biblioteca comunale di Saliceto, la culla culturale alle porte delle Langhe, sabato 7 marzo ore 17.00 per parlare di Medioevo, storia, aneddoti e battaglie. Una pubblicazione che tratta un argomento quasi sconosciuto, perso nella memoria del tempo ma pieno di particolari storici e vita nell’epoca medioevale che ha caratterizzato la storia di Mongiardino l’attuale paese di Pamparato.
Pietro Grosso ci racconta:” l’origine del nome di Pamparato, comune di origine della famiglia di mia madre, deriva da un fatto storico accaduto nel 920 d.c., ovvero nell’alto Medioevo; quando il paese si chiamava ancora Mongiardino. In seguito a quell’assedio, e al singolare modo con cui si risolse, il comune cambiò il suo nome in quello attuale. Ancora oggi lo stemma della località dell’alta valle Casotto ricorda quell’episodio, rappresentando un cane con la pagnotta in bocca, la colomba con il ramo d’ulivo ed il motto in latino “Habent Panem Paratum”. Proprio questa vicenda ho utilizzato come filo conduttore del racconto e da essa ho tratto il titolo del libro.”

Sempre l’autore ci spiega come è nato il libro:” Durante il periodo del Covid, ho messo per iscritto una prima serie di racconti, slegati tra loro, che poi condividevo, mano a mano che erano terminati, sul gruppo Whatsapp composto dai numerosi cugini che discendono dalla famiglia dei miei nonni materni, vissuti a Pamparato. Successivamente, mi è venuta l’idea di cucire insieme tutti i racconti; per esempio, ho immaginato che le favole che mi ricordavo e che ho messo nero su bianco, venissero raccontate nelle stalle del castello per passare il tempo durante l’assedio. Visto il periodo, ho accennato nel testo alcune assonanze tra l’assedio medioevale e l’assedio che stavamo vivendo a causa della pandemia, rimarcando come in situazioni di emergenza emergano più evidenti i comportamenti delle persone, spesso comportamenti discutibili, se non negativi.”
Chiediamo a Pietro Grosso se gli aneddoti e gli episodi raccontati nel libro, risalgono effettivamente a quell’epoca: “Per la maggior parte no; si tratta di racconti orali che ho avuto modo di ascoltare dai miei genitori o dai miei nonni soprattutto durante la mia infanzia: favole, leggende, racconti di vita vissuta, aneddoti. Quando ho provato ad inserirli, insieme ai loro protagonisti, nel contesto medioevale in cui si snoda la trama del libro, mi sono reso conto che calzavano quasi perfettamente: in effetti la vita dei nostri nonni o bisnonni che vivevano sulle nostre montagne nei primi del novecento era in fondo molto simile a quella dei nostri avi di mille anni prima, ed anche l’ambiente era pressoché uguale.”
Leggendo il libro c’è l’intento di tramandare qualcosa che arriva dal passato, ma anche di far conoscere e promuovere un territorio che l’autore sembra conosca bene ed al quale è molto legato:” Sicuramente sono consapevole di aver vissuto un’epoca di transizione, che ha permesso a quelli della mia generazione di conoscere direttamente prima il mondo di una volta e poi, attraverso una trasformazione molto rapida, l’era dell’industrializzazione prima e dell’informatica poi. La generazione precedente alla nostra non è più riuscita ad adattarsi, se non con grande difficoltà, alle ultime sfide tecnologiche, e quelli che sono venuti dopo sono cresciuti in un ambiente pieno di novità ed in continuo sviluppo, ma hanno perso quelle nozioni ed abitudini (vogliamo chiamarle identità, o tradizione?) che ci rendono strettamente legati ad un certo territorio e stile di vita, e perciò ci distinguono, nel bene e nel male, dagli abitanti di altre zone. Contemporaneamente, nel libro, citando fonti storiche ed a volte lavorando un po’ con l’immaginazione, ho inserito una serie di peculiarità (geografiche, paesaggistiche, gastronomiche, storiche…) che a mio parere rendono il nostro territorio molto particolare e meritevole di essere apprezzato, non solo dai viaggiatori provenienti da lontano, ma anche dagli stessi autoctoni, che spesso non apprezzano e non sfruttano a sufficienza quello che hanno sotto gli occhi da sempre.

Tra il IX e il X secolo, il Piemonte subì devastanti incursioni saracene, provenienti principalmente dalla base di Frassineto in Provenza. I Saraceni sono personaggi avvolti da un alone di leggenda, e chiediamo all’autore se oltre alle razzie ci hanno lasciato un’eredità culturale: “Sicuramente i Saraceni, così chiamati genericamente ma provenienti probabilmente da svariate zone della costa africana del Mediterraneo, sono stati protagonisti, per tutto il X secolo, della storia delle nostre valli. La loro presenza fu senz’altro traumatica per quelle popolazioni che abitavano il nostro territorio, ma contemporaneamente furono portatori di novità, alcune delle quali i nostri avi hanno finito per adottare, e che noi utilizziamo ancora oggi, spesso senza sapere la loro origine. Per esempio il sistema di numerazione, oppure la coltivazione del grano saraceno, ed anche parole del nostro dialetto o nomi di località della nostra zona derivano dalla lingua parlata dai dominatori di quel tempo. Esistono dei rituali che traggono le loro origini proprio da quel periodo: per esempio il “Bal do Sabre” di Bagnasco, una danza armata della Val Tanaro, ma anche la “Baìo” di alcune valli del Cuneese (tradizione molto viva soprattutto in Val Varaita), sono nate per ricordare, ed insieme esorcizzare, la presenza e la successiva cacciata degli invasori Saraceni.

Ci sono citazioni o riferimenti al presente più o meno nascosti tra le pagine del libro?” Certamente, forse però non sono così evidenti, perché finora quasi nessuno che lo abbia letto mi ha poi comunicato di averli notati. Oltre al riferimento alla pandemia, ho citato per esempio alcune dichiarazioni di Valter Bonatti in merito all’esplorazione dell’ignoto, e nel finale un famosissimo brano di Francesco de Gregori. Ci sono poi molti riferimenti agli attuali luoghi, monumenti, ambienti, ed anche personaggi reali presi come spunto ed inseriti nel racconto, che ovviamente sono individuabili solo da chi conosce il territorio o direttamente alcuni avvenimenti.
Chiedo infine se ci sono stati dei collaboratori per la stesura del testo: “Direttamente no, però devo esternare alcuni ringraziamenti: innanzitutto all’editore Sorbello che, oltre ad avermi dato la possibilità di produrre il libro, mi ha dato preziosi consigli per la grafica e la struttura dell’opera, ed ha realizzato la copertina; al comune di Pamparato che mi ha consentito di apporre il proprio stemma sul libro; al Comune di Garessio dal cui sito ho tratto il racconto della torre dei Saraceni; alla scrittrice locale Claudia Vignolo, mia ex compagna di scuola, che mi ha dato dei suggerimenti e che mi ha assistito durante la prima presentazione del libro, naturalmente in quel di Pamparato, ospiti di Stefano, il titolare del locale “Le Mura di Malapaga”.
In ultimo un grazie ai volontari della Biblioteca Civica di Saliceto, per la loro disponibilità. Il racconto della Torre dei Saraceni è stato liberamente tratto dal sito del Comune di Garessio. Si ringrazia il Comune di Pamparato per aver consentito la pubblicazione del proprio stemma.







