VITO TENORE, Il dress code ed il concetto di “decoro” nelle istituzioni pubbliche e private. Riflessioni di “estetica istituzionale”, Roma, Anicia, 2026, pp.129
di Vincenzo Fiaschitello
Nella già storica libreria Anicia di Via San Francesco a Ripa nel cuore di Trastevere a Roma, quando per pura cortesia l’amico editore mi ha messo in mano questo libro, fresco di stampa (settembre 2026), confesso di essere rimasto sorpreso, non solo per l’espressione “estetica istituzionale” (nel sottotitolo), ma anche per il cognome dell’autore che mi riportava alla mente, per ragioni anagrafiche e professionali, quello di un valoroso Ispettore del Ministero della Pubblica Istruzione, Francesco Tenore, e per la materia trattata, come l’indice appena consultato evidenziava.
Vito Tenore, figlio dell’Ispettore Francesco (come subito mi confermava l’editore), è Presidente di sezione della Corte dei conti, professore di diritto del lavoro pubblico, ex magistrato, autore di monografie e di numerosi saggi di diritto amministrativo, civile, penale, sanitario, scolastico. Fra i tanti scritti pubblicati, la trattazione di una materia come questa, riguardante le regole sull’abbigliamento nelle istituzioni pubbliche e private, potrebbe sembrare fuori posto, oggetto giuridicamente minore, se non addirittura frivolo e secondario. Ma chi comincia a leggere il libro si accorge subito che così non è.
Dopo un accenno a qualche nota di nostalgia della sua Napoli, quando termini, come eleganza, gusto, dignità, decoro nel vestire, erano tenuti in grande considerazione, Tenore dichiara di essere consapevole che il gusto personale non è una fonte di diritto giuridicamente fondata, e che intende verificare se e con quali limiti una organizzazione può chiedere legittimamente ai propri componenti di vestire in modo consono, decoroso, in linea con le funzioni svolte, e che cosa accade nel caso in cui un lavoratore infrange il codice di comportamento con conseguenze disciplinari.
Quasi sempre il giudice, che si occupa di tali controversie, non è in possesso di un catalogo di capi ammessi e vietati, catalogo che ovviamente verrebbe continuamente superato per via delle mutevoli situazioni sociali. Giustamente l’autore ritiene presuntuoso un codice di comportamento di una organizzazione pubblica o privata che stabilisca minute regole del tipo: lunghezza della gonna, altezza dei tacchi, trucco e simili per le donne; per i maschi, barbe, capelli, tatuaggi, ecc.
Con questo saggio Vito Tenore ha voluto offrire “criteri di giudizio”, fondati sulla ragionevolezza della prescrizione e sul rispetto degli altri che convivono per l’esercizio della stessa funzione.
Non c’è dunque nessuna nostalgia autoritaristica. E’ importante che prevalga il buon senso, che è appunto il senso del limite che ciascuno deve sentire spontaneamente per fare onore alla funzione che svolge, vuoi che si tratti di un militare, di un ecclesiastico, di un giudice, di un medico, di un infermiere, di un docente, di uno studente. La soluzione che tenore propone è quella che perciò chiama tipizzazione tendenziale, debole, basata sulla ragionevolezza.
Per quel che riguarda il problema della connessione dei divieti con l’identità e la libertà personale relativa al vestire, Tenore precisa che tale libertà non è nominata da alcuna disposizione costituzionale, ma che è tuttavia presente come libertà derivata dagli artt. 2,13,19 e 21 della Costituzione. Questo dunque comporta una grande attenzione quando per esempio si toccano aspetti fondamentali, che non siano avvelenati dalla passione ideologica, quali la legittimità o meno dei divieti dei segni religiosi, delle tradizioni degli immigrati (velo, burqa, ecc.) .
E’ proprio di questi giorni l’approvazione del decreto ministeriale sull’obbligo per le donne di scoprire il volto a scuola. Ciò, come la cronaca ci informa, infiamma l’attuale dibattito politico.