IL PENSIERO MEDITERRANEO

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A proposito di frasi famose…

garibaldi-e-bixio

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di Mario Pintacuda

Quando andavo alle scuole elementari (nel periodo tardo neolitico), la parte storica del mio sussidiario – il nostro Wikipedia dell’epoca – era costellata di roboanti citazioni di “frasi famose”.

All’epoca si pensava che i bambini dovessero memorizzare le nozioni storiche consolidandole con delle “frasi ad effetto”, degli slogan “indimenticabili”, utili per “inchiodare” nella loro mente alcune situazioni. In effetti, grazie a questa impostazione, mi ritrovo ancora oggi a ricordare diverse “frasi storiche” che invece mi accorgo essere quasi del tutto ignote, ormai, non solo agli alunni, ma perfino a molti dei loro docenti, dirottati a loro volta fin da piccoli su altre metodologie didattiche meno retoriche e aneddotiche. Del resto, io stesso già da bambino ero ironicamente scettico su alcune “frasi famose” e mi ponevo dei quesiti irriverenti su molte di loro.

Gli esempi sarebbero tanti e partirebbero dal mondo antico; ma per queste epoche remote mi limiterò a un solo esempio, cioè alla famosa frase di Cesare “il dado è tratto” (ἀνερρίφθω κύβος, “alea iacta est”), ricordata in una drammatica pagina di Plutarco.  Come scrive il biografo greco, Cesare, prima di passare in armi il Rubicone e di iniziare così la guerra civile contro Pompeo, «rifletteva sull’entità dei mali cui avrebbe dato origine per tutti gli uomini quel passaggio, e quanta fama ne avrebbe lasciata ai posteri. Alla fine, con impulso, [..] pronunciando questo che è un detto comune a chi si accinge a un’impresa difficile e audace: “si getti il dado”, si accinse ad attraversare il fiume» (“Vita di Cesare” 32, 7-8).

Il bello è che Cesare era solo, a sentire Plutarco; infatti “a pochi aveva detto prima di seguirlo” e poi era salito “su un carro preso a nolo” (oggi avrebbe noleggiato un monopattino); giunto al Rubicone, era rimasto a riflettere “tra sé e sé”.

 Così almeno credeva, non sospettando che nei pressi, dietro qualche canna palustre o fitto cespuglio, fosse appostato il testimone della sua frase storica, pronto ad annotarla e a trasmetterla ai posteri (ma non escluderei che Cesare si fosse accorto della presenza del testimone e che proprio per questo abbia pronunciato la frase: anche nell’antica Roma l’apporto dei “media” per creare consenso era ritenuto fondamentale…).

Per le epoche moderne gli esempi di “frasi famose” sarebbero innumerevoli, ma mi limito a citarne tre.

1) A Genova, dove sono nato, è stata sempre molto popolare (non certo per la sua esaltazione in epoca fascista) la figura di “Balilla” (Giambattista Perasso), il giovane undicenne da cui il 5 dicembre 1746 avrebbe preso avvio la rivolta popolare contro gli austro-piemontesi nel sestiere genovese di Portoria.

Che “Balilla” sia esistito realmente è documentato da un resoconto inviato al governo austriaco che riferisce come «la prima mano onde il grande incendio si accese, fu quella di un picciol ragazzo, che dié di piglio ad un sasso e lanciollo contro un ufficiale tedesco».

Dunque la popolazione genovese fu incitata all’insurrezione dal ragazzo, che scagliò una pietra contro un nemico e, nel farlo, pronunciò la sua celebre frase storica, prontamente annotata da qualche potenziale insorto appostato alle sue spalle: «Che l’inse?».

Il grido, poco chiaro, dovrebbe voler dire “La comincio?” cioè “Volete che cominci [la rivolta?]”; ma un cronista dell’epoca (Giuseppe Maria Mecatti) scrive invece che voleva dire “La rompo?” e fosse riferita alla pietra (da “rompere” in testa al nemico).

Qualunque sia il significato dell’espressione, resta il fatto che da quel lontano 1746, ogni volta che i ragazzi “zeneixi” hanno preso a pietrate i loro antagonisti (cosa avvenuta piuttosto spesso, specie intorno al 1968), non è mancato da parte loro un propiziatorio “Che l’inse?”.

2) La seconda frase storica è “Tiremm innanz”, pronunciata nel 1851 dal patriota milanese Amatore Sciesa (che nome da gigolò!).

Si trattava di un umile tappezziere, che l’anno prima era entrato in contatto con alcuni gruppi clandestini che cospiravano contro gli Austriaci. Si era a due anni dalle famose “cinque giornate di Milano” e il feldmaresciallo Radetzky stava attuando una politica ferocemente repressiva per impedire altre rivolte. Sciesa, coinvolto nella diffusione di compromettenti manifesti rivoluzionari, fu arrestato vicino Porta Ticinese il 30 luglio 1851. Condannato a morte in un processo sommario, fu condotto alla forca: in questa occasione, secondo la tradizione popolare, un gendarme, mentre lo portava al patibolo, avrebbe fatto passare il patriota sotto le finestre di casa sua, per commuoverlo e per esortarlo a rivelare i nomi dei suoi complici in cambio del rilascio. Ma Sciesa rispose fieramente: «Tiremm innanz» (“Andiamo avanti”); poco dopo fu fucilato.

Anche in questo caso non mancano altre versione dei fatti; ma, volendo dar fede a quella riferita, c’è da credere che la frase famosa dovesse essere pronunciata dal condannato in modo forte e chiaro, tanto da poter essere annotata e trascritta da qualche zelante cronista. E “tiremm innanz” è rimasto a indicare la cocciutaggine granitica di chi prosegue senza dubbi e tentennamenti per la sua strada, benché dolorosa e difficile.

3) L’esempio più significativo di “frase famosa” controversa, però, è ambientato in Sicilia.

Si narra che Giuseppe Garibaldi, il 25 maggio 1860, arrivato nel territorio di Marineo, tenne un consiglio di guerra a Gibilrossa (dove ora si trova un obelisco commemorativo) per decidere l’attacco a Palermo. In quell’occasione avrebbe rivolto al suo luogotenente Nino Bixio le famose parole: «Nino, domani a Palermo».

Ora, io mi sono sempre chiesto: chi ha trascritto queste parole? La Masa? Un altro garibaldino? Un abitante di Marineo? Bixio lo escluderei, perché sembra che non avesse troppa dimestichezza con la penna. E comunque, siamo sicuri che il testimone abbia scritto proprio tutto?

Chissà invece che la frase di Garibaldi, molto più pedestremente, fosse questa: «Nino, domani a Palermo ci mangiamo il pane con le panelle». In tal caso, il trascrittore avrà censurato la seconda parte della frase per non depauperare la nobiltà della celebre battuta; oppure, più banalmente, dopo avere annotato la prima parte della frase si sarà allontanato soddisfatto, senza captarne la successiva conclusione “a sorpresa”.

E semmai ci potremmo chiedere se Garibaldi conoscesse il pane con la milza, non meno appetitoso delle panelle.

P.S.: Va detto infine che, secondo altre fonti, Bixio (con indubbio grande sforzo intellettuale) avrebbe replicato: «O a Palermo o all’inferno». In tal caso questa risposta sarà stata annotata da un altro testimone di passaggio, che avrà forse inseguito il primo per farsi riferire il primo pezzo del colloquio (“Che ci dissi Canibbàiddu a Bìcchisio?”); o forse lo avrà integrato a modo suo, ipotizzando che Garibaldi avesse prima chiesto al fedele luogotenente: «Dove andremo domani se va male? In paradiso?». No: «O a Palermo o all’inferno».

Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico “Andrea D’Oria” e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all’Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E’ sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.Visualizza tutti gli articoli di Mario Pintacuda.


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