IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Di Gianvito Pipitone

A muntagna scassau”. A Randazzo a metà dagli anni ‘80 non si andava certo per il sottile. Era questa l’espressione più comune che sentivo ripetere sulle consuete e puntuali birichinate dell’Etna. In un misto di fastidio, timore, rispetto, ma anche ammirazione, curioso vanto e orgoglio del randazzese nei confronti della Muntagna che, da queste parti viene percepita quasi come una Divinità, onnipotente e temibile certo, ma in fondo buona.

L’espressione, tanto colorita quanto paradigmatica, indicava in maniera inequivocabile una nuova attività vulcanica che avrebbe riproposto tutto il repertorio del vulcano più alto d’Europa: boati fragorosi, spaventosi tremori vulcanici, pioggia di cenere e lapilli, leggera attività tellurica, colate oceaniche e l’immancabile zampillo lavico che ne rappresenta sicuramente l’aspetto più spettacolare. Senza peraltro sorvolare sul doppio senso squisitamente ironico dell’espressione: scassau

E l’Etna non perde certo occasione per far parlare di sé, condannata a recitare il ruolo che le è proprio: quello di una perenne magnifica ed impareggiabile prima Star della Natura. Suo malgrado. Dal 21 febbraio è tornata a ruggire, con un nuovo fronte lavico, il consueto sfoggio di alte colonne di fumo e la conseguente emissione di lava e cenere dal cratere di sud-est. Attività che, se da un lato risvegliano le fantasie di ognuno di noi sul mistero della natura e le sue manifestazioni più straordinarie, dall’altro non mancano di provocare qualche turbamento fra gli abitanti del luogo, talvolta anche fra i veterani più disincantati.

Rispetto agli exploit cui ci ha abituati nel recente passato (ricordo che dal 16 febbraio dell’anno scorso il vulcano ha dato vita ad una cinquantina di eventi “maggiori”), questa nuova tornata parossistica si è distinta per la prepotente colonna di fumo e cenere che si è propagata dal cratere di sud-est, raggiungendo i 12 mila metri di altezza. Di tutto rispetto anche il tremore vulcanico e l’impatto sonoro con cui il ruggito dell’Etna ha ripreso a far sentire la sua voce. Preoccupano di meno invece i trabocchi lavici (modesti), regolarmente convogliati in quella sorta di ampio e invalicabile anfiteatro naturale che è la Valle del Bove. Mentre la pioggia di cenere e lapilli che si deposita regolarmente sulle strade e sulle verande delle abitazioni dei paesi etnei, rappresenta poco più che un piccolo e fastidioso corollario.

Insomma, per fortuna sembra che anche stavolta l’esplosione sia avvenuta molto in alto, non provocando danno a case e persone. Mentre secondo gli esperti, che monitorano l’attività H/24, ci sarebbero alcune lesioni superficiali alla bocca del cratere in corso di valutazione, ma la situazione non pare destare particolari preoccupazioni.

Tornando a Randazzo, attorno alla seconda metà degli anni ’80. C’erano due eventi che giornalmente, a cadenza quasi regolare, ci facevano scapicollare dal pianterreno dove giocavamo fin sulla terrazza del terzo piano: una era il passaggio delle coloratissime littorine della Circumetnea; l’altro era l’ennesimo boato dell’Etna, autentico richiamo delle sirene per me e mio fratello, curiosi allo spasimo di verificare, dall’intensità della nuova esplosione, la quantità di fumo rilasciata nell’intensità del cielo blu.

C’erano due periodi distinti dell’anno in cui con mio fratello diventavamo randazzesi autentici. E per proprietà transitiva, etnei. Quando, finita la scuola a metà giugno, dalla ridente ventosa e nordafricana Petrosino, fresca di indipendenza dalla madrepatria Marsala, ci trasferivamo dai nonni materni per una buona metà delle vacanze estive. Discorso simile a cavallo delle festività natalizie, quando Randazzo si trasformava per noi “maghrebini” in un incantato e freddissimo (spesso innevato) borgo medievale di montagna.

Fu così che crescemmo a forza di “nuvolette”, tipici biscotti a base d’uovo ricoperti da una lucida patina croccante; mentre il nostro pane quotidiano si trasformava in “buccellato”, ossia il buco con il  pane intorno, da non confondere con il “pani” vero e proprio che a differenza del primo, buco non ne aveva; mentre sotto natale ci rimpinzavamo di “tirrimulliri”, dolce tipico dal nome quasi impronunciabile che, all’ingrediente principale del vino cotto combinato con la farina, univa frutta secca, mandorle, noci e nocciole, con un pizzico di cannella che ne esaltava il sapore squisito.

Certo, la passione per il vino, diventata poi professione, non può essere un caso nella mia vita, sull’asse Marsala-Randazzo… Se il “pane vino e zucchero”, autentica delizia della nonna paterna che soleva così allietare le nostre merende marsalesi, rappresentava sicuramente il mio battesimo precoce nel mondo del dio Dioniso, fu però a Randazzo che imparai a sorseggiare da un calice il Nerello Mascalese durante i pasti. Si trattava di quel vinello di casa, sincero, dal colore tenue quasi rosato, leggermente frizzantino e profumatissimo, prodotto genuinamente dalla vigna di mio nonno materno, nonché spillato giornalmente dalla sua antica botte di castagno. Anzi dalle due piccole vigne: una sotto Montelaguardia, l’altra situata a contrada Donna Bianca.

E fu proprio la contrada di Montelaguardia a pagare il prezzo più alto nella primavera del 1981, durante una delle più rovinose colate laviche degli ultimi decenni. Quando il magma, imperterrito, sgorgando da una bocca situata a 1800 metri sul versante nord dell’Etna si riversò tra Randazzo e la sua frazione più prossima situata ad est, Montelaguardia, distruggendo nel giro di una sola settimana case di campagna e coltivazioni, vigneti e case vinicole arrestandosi poi improvvisamente, dopo un percorso di oltre 7 km, sulle acque del fiume Alcantara. Quella colata aveva lambito la vigna di mio nonno, sfiorando per un soffio, per poche centinaia di metri, la stradina di accesso alla sua proprietà. Di fatto risparmiandola miracolosamente. Ho un ricordo ancora vivo di quella volta, dovette essere l’estate successiva alla colata, in cui i miei ci portarono sul luogo del disastro, dove la lava aveva sepolto sotto una coltre spessa circa cinque metri anche la Statale Randazzo-Linguaglossa, recidendo impietosamente, con mio grande dolore, la linea ferroviaria della Circumetnea.

Fu da Randazzo che imparai a conoscere e a studiare la bellezza dei colori dell’Etna. Dalla finestra della mia cameretta esposta a sud, di fronte al gigantesco Vulcano, mi ritrovavo così a volte a tracciare sentieri immaginari sulla montagna che sembrava cambiare colore ad ogni momento della giornata. Dalle enormi chiazze di nero che sembravano risalire verso la bocca centrale, attraversavo con lo sguardo boschi verdi di faggio, pini e pioppi, che a secondo delle stagioni si tingevano di venature di rosso giallo e verde. Nelle nitide giornate d’ estate poi, l’ultimo anello dell’Etna, quello desertico, modellato dalle continue eruzioni, dove non attecchiva nessuna pianta, serviva per la mia fervida fantasia come un luogo mitico, anello di congiunzione con la luna e i suoi immaginari paesaggi siderali.

Un luogo certamente affollato di miti, l’Etna… La sua gigantesca mole e le sue eruzioni, a volte disastrose, a volte di una bellezza spettacolare, hanno convertito un semplice vulcano in un luogo mistico, zeppo di leggende popolari e di miti provenienti dalla Grecia classica. Una delle leggende narra, ad esempio, che la Sicilia fosse sorretta da un poderoso gigante, con tre teste, di nome Tifeo. Irriducibile nemico di Zeus, tentò di conquistare l’Olimpo, ma questi lo condannò catapultandolo dentro l’Etna. Tifeo spesso vomita fuoco e fiamme dalle sue ampie fauci, e quando tenta invano di divincolarsi dalla sua scomoda posizione, induce terremoti, in tutta l’isola.

Come non ricordare poi la figura del Dio Efesto che qui, negli antri cavernosi della Muntagna aveva stabilito la sede delle sue officine, dove si ingegnava a forgiare grazie all’utilizzo dei suoi metalli le suppellettili e i gioielli più preziosi di tutto l’Olimpo. Le leggende tramandate da Esiodo e da Tucidide, mutuate sull’Odissea di Omero, indicano l’Etna come la Terra dei Ciclopi, luogo dove Ulisse si scontra con Polifemo, accecandolo dopo averlo fatto ubriacare. È dalle pendici dell’Etna che il Ciclope, cieco e iracondo, scaglia contro le imbarcazioni dei greci in fuga degli enormi massi che, secondo la tradizione, divennero le Isole dei Ciclopi, situate nello specchio di mare antistante Aci Trezza.

C’è infine un modo più semplice e divertente per spiegare ai bambini il fenomeno dell’eruzione dell’Etna, se non raccontando loro la leggenda del gigante Encelado? Tutto iniziò quando Encelado, il maggiore e il più violento dei giganti, decise di rubare il trono di Zeus e di governare il mondo al posto suo. Per poter raggiungere le altezze dell’Olimpo costruì così, insieme ai fratelli, una sorta di scala accatastando una sull’altra tutte le montagne del mondo. Ma, accortosi della minaccia incombente, Zeus scaglierà sui giganti un fulmine che li accecherà e li farà precipitare a terra. Lo stesso Encelado, precipitato pure lui, rimarrà sepolto sotto l’Etna. E la sua collera divenne così intollerabile da iniziare a sputare fuoco e fiamme dal cratere Etneo. Encelado sembra ancora oggi essere arrabbiato con Zeus e ogni tanto, ricordandosi dell’affronto subito, scatena il suo furore emettendo dalla bocca dell’Etna fuoco, cenere e lapilli.

Per concludere. Maestosa, multiforme e bellissima, l’Etna è la montagna per antonomasia per ogni Siciliano che si rispetti. Fonte di vita, di rinnovamento e di fertilità nonostante la sua storia ci ricordi un’apparente distruzione. Genuina, sincera e passionale, proprio come una prima star bellissima, “a Muntagna” accompagna questa terra da millenni, accendendo per magia con i suoi improvvisi bagliori l’intero paesaggio. Dovrebbe incutere paura, certo, ma quel cielo arroventato, per chi vive ai piedi del vulcano, non è quasi mai stato una reale minaccia. Da queste parti, tutti hanno imparato a convivere in questa sorta di dimensione dicotomica, fra eruzione e intimo senso di protezione. Perché la Muntagna, in ultima analisi, altro non è che la metafora della vita: in un continuo ciclo di rinascita e rinnovamento che ha a che fare con le più profonde viscere della Terra.

Non credo sia il caso che mi abbia riportato qui, da quasi dieci anni ormai, dalla splendida ventosa Lilibeo fino alle pendici dell’Etna, in questa sorta di emigrazione orizzontale, come la definisce un mio caro amico. E quando al primo caffè del mattino guardo alla Muntagna, non riesco a fare a meno di immaginarla, come un tempo a Randazzo, con gli occhi di un bambino fiducioso e speranzoso nel Futuro, nonostante ultimamente la pandemia ci abbia privato di una importante fetta di serenità. Non può dunque essere un caso se i miei figli cresceranno anche loro all’ombra della mitica Muntagna, anche se ogni tanto “scassa…”. E ovviamente, per par condicio, vacanze rigorosamente marsalesi.

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