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MYANMAR: IL CORAGGIO DI UN POPOLO IN LOTTA PER LA LIBERTÀ 

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MYANMAR

“Myanmar, un popolo in lotta per la libertà” è il tema del webinar svoltosi lunedì 25 marzo 2024, nell’ambito del ciclo d’incontri “Essere Costruttori di Pace”. 

L’evento è stato organizzato dal “Peace Forum” di UPF-Italia, Federazione Internazionale per la Pace, in collaborazione con l’“Associazione per l’amicizia Italia Birmania Giuseppe Malpeli”. 

Il webinar è stato aperto da Carlo Zonato, presidente di UPF Italia, che ha posto l’accento sull’impegno della federazione di “promuovere una cultura e percorsi di pace interdisciplinari e interreligiosi attraverso una serie di progetti mirati negli ambiti della governance, della politica, delle fedi, del mondo accademico, dei media e della comunicazione, dell’economia, dell’arte e della cultura”.  

Per Zonato “un mondo di pace e di coesione sociale è possibile se ognuna di queste aree o discipline sociali opera in sinergia per il bene della famiglia umana”. 

Concludendo ha spiegato che il ‘Peace Forum’ è “un progetto di condivisione e d’informazione sui temi della pace. I protagonisti del forum sono esperti nelle varie discipline sociali, ‘costruttori di pace’ e ‘ambasciatori di pace’ di UPF. Questo è lo spirito che ci accomuna e con il quale cooperiamo insieme”. 

Mauro Sarasso, dell’Associazione Italia Birmania, moderatore, ha illustrato il notevole impegno di Giuseppe Malpeli e di Albertina Soliani a favore delle popolazioni del Myanmar con l’ausilio di alcune diapositive. Ha parlato dei diversi viaggi da loro organizzati per portare Aung San Suu Kyi in Italia, dove ha ricevuto una particolare accoglienza a Parma, città alla quale è particolarmente grata. 

Tornata di recente dai confini del Myanmar, come ricordato dal moderatore, Albertina Soliani ha esordito con una frase di Aung San Suu Kyi: “Abbiamo bisogno di sostenerci reciprocamente con coraggio”. Per la relatrice sono parole particolarmente appropriate per questo momento storico, che presenta sfide perfino più ardue di quelle del secolo scorso.  

“Si può lottare per la libertà anche da soli, nel silenzio della comunità internazionale: è quello che sta accadendo in Myanmar e anche altrove”, ha denunciato Soliani, ricordando che “il paese è sotto una dittatura feroce, con l’economia al collasso e dove ogni diritto umano è violato. Non riusciamo neppure a portare gli aiuti umanitari perché sarebbero trattenuti dall’esercito, come fecero con le bombole d’ossigeno durante il Covid”.  

Soliani ha proseguito parlando dell’impegno politico di Aung San Suu Kyi, che ebbe inizio nel 1988 quando ritornò nel suo paese dopo molto tempo trascorso all’estero.  

In quell’anno fu tra i fondatori della Lega Nazionale per la Democrazia, il partito d’opposizione alla dittatura, e nel 1989 fu arrestata dalla giunta militare. Trascorse i successivi venti anni tra carcere e arresti domiciliari fino al 2010 quando fu liberata.    

Nel novembre del 2015 Aung San Suu Kyi stravince le elezioni dando al suo popolo la possibilità di guardare a un futuro di democrazia, pace e progresso. Rimase in carica come Consigliere di Stato fino al golpe militare del 1° febbraio 2021 e da quella data è prigioniera nel carcere della capitale Naypyidaw, isolata dal mondo.  

[NdR] In occasione della festa del Capodanno birmano, e tenuto conto dell’ondata di caldo che ha colpito il Paese aggravando le condizioni di salute di Aung San Suu Kyi, la giunta militare ha informato di aver trasferito lei e il Presidente U Win Myint agli arresti domiciliari a Naypyidaw. In realtà essi sono nelle mani dei militari, come scudi umani. Altre voci smentiscono questo trasferimento. La situazione è drammaticamente incerta, mentre le Forze di Difesa del Popolo (PDF) stanno avanzando attaccando anche la capitale. 

Dalla sua recente esperienza al confine Soliani ha costatato la presenza di un’organizzazione interna di resistenza che sta vincendo: nello Stato Karenni almeno il 90% del territorio è liberato, a detta dei responsabili, e c’è la volontà di cominciare ad avviare un’amministrazione civile. 

La Thailandia, ha spiegato, sta cercando di trovare dei canali per portare gli aiuti umanitari in Myanmar dialogando con i militari; con la Croce Rossa in mano alla giunta; con i gruppi etnici armati; e con il Governo di Unità Nazionale.  

Secondo Soliani ci possono essere altri interlocutori internazionali a quel tavolo; l’Italia, ad esempio, attraverso la regione dell’Emilia-Romagna sta già aiutando lo Stato Karenni.  

“Dagli incontri che ho avuto, ritengo possibile aprire dei tavoli nei quali i gruppi della rivoluzione possono entrare in partnership con altri Paesi, con l’Unione Europea e con l’ONU. Dobbiamo avere il coraggio di riempire questi spazi, ma non portando le armi”, ha esortato.  

Oggi la comunità internazionale dialoga con i gruppi interni della rivoluzione e con il Governo di Unità Nazionale e parlando con un rappresentante del Consiglio consultivo di Unità Nazionale, Soliani ha saputo che al loro interno stanno discutendo di una nuova costituzione, del profilo federale del paese e su come creare un nuovo esercito. 

 Per Soliani l’azione decisiva per il Myanmar potrebbe venire da un dialogo tra Cina e Stati Uniti, specialmente oggi che i militari sono al tracollo, rimasti senza soldati, con molti che si arrendono e con i giovani che per non essere arruolati fuggono all’estero, nella foresta e nei gruppi armati.   

“Ho visto un grande accordo tra il Governo di Unità Nazionale, i gruppi etnici armati e la rappresentanza Roingya e ho incontrato volontari, organizzazioni umanitarie birmane sul confine e il network delle donne parlamentari che stanno lavorando per aiutare la popolazione anche sotto i bombardamenti. C’è uno spirito nonviolento che mi ha molto colpito, che porta i gruppi armati a combattere non cinicamente, ma mantenendo la loro umanità”.  

La relatrice ha riferito di aver sentito parlare sia dai membri dell’associazione di assistenza dei  

prigionieri politici sia da un network di donne di progetti di giustizia transizionale: come costruire la convivenza dopo la guerra che non alimenti odi e vendette, ma favorisca la pacificazione e la riconciliazione.  

Ha poi ricordato che il 14 aprile prossimo presso Casa Cervi, a Gattatico (RE) la comunità e molti studenti birmani che sono in Italia si riuniranno per celebrare il Capodanno birmano resistente, con la presenza di ministri del Governo d’Unità Nazionale.  

Alla domanda di come sia possibile aiutare il Governo di Unità Nazionale in modo più concreto, Soliani ha parlato della recente assegnazione della cittadinanza onoraria di Abbiategrasso ad Aung San Suu Kyi; del lavoro che è possibile svolgere nei territori e nelle scuole; della maggiore attenzione che la comunità internazionale sta dando a quello che accade in quel paese; della necessità di spingere le nostre democrazie ad aprire dei canali di aiuti umanitari senza passare attraverso i militari.  

Rispondendo a chi le chiedeva come portare pace e democrazia in Myanmar, Soliani ha affermato che oggi è possibile un contatto diretto con le forze che organizzano la Rivoluzione di Primavera; con i ministri del Governo di Unità Nazionale; con le donne parlamentari elette ma mai insediate.  

Ha spiegato di aver organizzato con la sua associazione un evento in occasione dell’anniversario del golpe, in collaborazione con il Parlamento Europeo e in collegamento video con personalità birmane che sono nella foresta.  

Ha posto l’accento sulla necessità di parlare il più possibile del Myanmar nella nostra società; di trasmettere alla popolazione di quel paese la nostra vicinanza perché serve moltissimo a mantenere alto il loro morale. La loro preoccupazione più grande è che qualcuno li pensi, perché hanno bisogno di molti amici che li sostengano. Connettendoci e parlando insieme possiamo capire che cosa è possibile fare per loro. 

Anche la politica può essere d’aiuto. A maggio il primo ministro thailandese sarà in visita a Roma e Soliani con la sua organizzazione cercherà di farlo incontrare informalmente con personalità italiane per stimolarlo ad assumere la responsabilità per la soluzione della questione del Myanmar. 

 Rispondendo alla domanda su cosa può fare la Chiesa Cattolica per il Myanmar, la relatrice ha ricordato che di recente è stato insediato a Yangon un Nunzio Apostolico in rappresentanza del Vaticano, come richiesto molto tempo fa da Aung San Suu Kyi. Il prelato, insieme con il Papa che ha a cuore il popolo del Myanmar, con i missionari e le suore di diversi ordini, rappresentano un punto di riferimento spirituale e umano. 

A chi evidenziava la mancanza d’attenzione sulle necessità umanitarie della popolazione da parte delle forze in campo, Soliani replicava che è il popolo intero che si esprime in queste forme di resistenza, che i gruppi armati sono formati dal popolo e dai giovani che scappano dalle città, usando la forza per quel tanto che è necessario per liberarsi. 

In conclusione, Zonato ha ricordato Giuseppe Malpeli, mancato nel 2015, per il suo impegno per la causa del Myanmar e ha espresso la speranza che Aung San Suu Kyi possa presto condividere un tempo di libertà con il suo popolo. 

[n.d.r.] In occasione della festa del Capodanno birmano, e tenuto conto dell’ondata di caldo che ha colpito il Paese aggravando le condizioni di salute di Aung San Suu Kyi, la giunta militare ha informato di aver trasferito lei e il Presidente U Win Myint agli arresti 
domiciliari a Naypyidaw. In realtà essi sono nelle mani dei militari, come scudi umani. Altre voci smentiscono questo trasferimento. La situazione è drammaticamente incerta, mentre le Forze di Difesa del Popolo (PDF) stanno avanzando attaccando anche la capitale. 

FONTE: UPF


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