IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

C’è chiasso in città (e nelle sue scuole)? Una conversazione sullo spazio pubblico e l’arte contemporanea. Terza parte (la prima pubblicata il 13 gennaio 2023, la seconda il 15 gennaio).

Uno sguardo dalla prospettiva di una dirigente scolastica, la prof.ssa Annarita Corrado, Liceo Scientifico da Vinci, Maglie.

di Enrico Conte

La terza parte di questa nostra conversazione è dedicata alla prospettiva di una dirigente scolastica.

In tempi di grandi cambiamenti il ruolo della scuola ( come anche delle università ) e della funzione educativa e formativa è fondamentale. La scuola, peraltro, è di per sé uno spazio pubblico polifunzionale le cui “pietre”, per usare le metafore del filosofo Emauele Coccia nel suo “Filosofia della casa”, ci parlano di valori che vanno riscoperti, ”pietre” testimoni di vita, modelli che forgiano generazioni di ragazzi (pensiamo alle scuole realizzate negli anni ‘60 e ’70 per dare una risposta ai figli del boom economico e a un bisogno per lo più quantitativo).

Scuole non quali entità statiche, intrappolate in cortili chiusi, ma aperte, istituzioni al servizio del territorio, luoghi di apprendimento, di ricerca, di sperimentazione, aperte al pubblico, all’interno di una rete di relazioni e di “forme” che  influenzano la società.

1. Tra i tanti educatori diffusi, per lo più inconsapevoli, compaiono le forme architettoniche o, più semplicemente, le forme di uno spazio urbano: architettura come terzo educatore; Chi vive un luogo, antropizzato o naturale che sia, ne percepisce, anche senza accorgersene anzi, soprattutto senza accorgersene, le qualità o le brutture, gli inestetismi o più diffusamente le mediocrità: si pensi a certa edilizia anni ‘70 che ha reso anonime e grigie le città. Questo, tuttavia, non è tema che interessi solo l’estetica comunemente intesa, ma è materia che attiene alla cultura di un territorio e di una comunità, allo sguardo del singolo, al sentirsi parte di un qualcosa, al suo essere vigile mettendosi in ascolto e in relazione con un contesto. Si parla, in questi anni, giustamente, di povertà economica, ma forse non si parla a sufficienza della povertà dello sguardo……….

Annarita Corrado: L’identità di un popolo, il carattere di una comunità, le sue peculiarità sono facilmente individuabili nella conformazione spaziale, urbanistica ed architettonica delle sue città, dalle più estese e complesse sino al più piccolo villaggio. il modo in cui l’ambiente viene condizionato, direi antropizzato, racconta come un popolo si sia messo in relazione con esso riuscendo ad utilizzare al meglio una così importante risorsa. Entrare in relazione con un luogo in modo attivo e rispettoso significa quindi costruire un “Milieu”,  che riesca a superare il concetto di contesto/contenitore ma che sia fucina di piani evolutivi possibili, ambiziosi ma rispettosi delle esigenze ognuno. In altri termini, le istituzioni scolastiche devono divenire agenzie formative, educative complete, capaci di agire in piani differenti, superando il concetto di spazio di apprendimento per giungere ad un concetto di “casa” o “città” della formazione, dove vivere a pieno il gesto dell’apprendere e dove apprendere nel vivere.  Ogni istituto deve proporsi prima come abitazione, pensata, sin dal principio come un sistema aperto, accogliente ed in perenne comunicazione con la città, con la comunità che l’accoglie; mai come sistema chiuso nel quale coltivare individui ego centrati e avulsi dal contesto. In questo senso la progettazione degli spazi diviene progettazione educativa. L’estetica si intreccia in modo inscindibile con la funzione. D’altronde l’architettura, da sempre è la disciplina artistica che più di ogni altra si sviluppa contemporaneamente ed in egual misura  attorno ad esigenze di natura estetica ed esigenze di natura funzionale.     

Renzo Piano: le opere più famose – Studentville

2 .Un ripensamento dei luoghi era iniziato nella fase acuta della pandemia quando, nel 2020, si moltiplicavano interviste e interventi per ripensare le città troppo affollate, il paesaggio urbano e rurale. E’ stato allora che a Parigi ha iniziato a ridiffondersi l’idea della città in 15 minuti. Adesso, nonostante l’ambiente sia entrato dal 2021 tra i principi fondamentali della Carta costituzionale, integrando la sua tutela con i valori della salute e con quelli del paesaggio e dei beni culturali, di questi argomenti si discute pubblicamente assai poco……………

A.C.: la pandemia non ha fatto altro che acuire problemi che erano endemici già da tempo nella stragrande maggioranza delle nostre città, dove da tempo è in atto un processo di mutamento dell’impianto strutturale che rischia di snaturare il volto e l’identità di interi centri storici, coinvolgendo inevitabilmente anche beni e servizi primari. Penso alla fortissima vocazione turistica di tantissime città italiane che sta cambiando la destinazione d’uso di centri storici bellissimi dal punto di vista estetico, molto curati e ben conservati ma che vivono ormai soltanto in funzione turistica, andando incontro ad un’utenza che va in cerca di un’offerta stereotipata e che sa già cosa aspettarsi. Guardando quasi esclusivamente ai risultati economico/finanziari i nostri centri storici rischiano di favorire uno scenario fiabesco quanto irreale dove la comunità di cittadini residenti hanno sempre meno servizi di base e sempre più servizi destinati al visitatore con il conseguente ed inevitabile conseguenza di un progressivo spopolamento dei centri storici in favore di periferie quanto mai anonime, che per nulla riflettono l’identità culturale di una comunità e che rinunciano alle proprie radici culturali, abdicando alla bellezza della propria storia, perdendo la propria autonomia estetica. Ecco che la pandemia ha portato un silenzio spettrale all’interno di molti centri storici delle città italiane. Con la chiusura di ogni attività di tipo turistico, con alberghi diffusi vuoti ci si è resi conto che quelle strade che un tempo brulicavano di vita, di tradizioni e di peculiarità culturali oggi si stanno trasformando in villaggi a misura di turista dove è sempre più complicato condurre un’esistenza di tipo ordinario.  S’impone quindi il bisogno urgente di ripensare i nostri centri urbani avendo cura di associare sempre ad ogni tipo di servizio che si offre al cittadino una misura congrua di bellezza e di storia in modo da preservare le singole identità locali.

3. L’arte educativa, l’arte che tocca la coscienza, insieme alla cultura che struttura valori, ed esclude i meccanismi di sopraffazione, l’insegnamento, l’esempio” (Maria Francesca Mariano, giudice penale) e l’arte – così Delphine Arnault, vice direttrice generale di Louis Vuitton – che non può restare confinata nei musei ed è un bene che entri nel mondo esterno, così come è positivo che il mondo esterno entri nei musei. In che modo l’arte ci potrebbe aiutare a salvare dalla deriva di questi nostri tempi?

A.C.: “L’arte è inutile” sosteneva O. Wilde, inutile come la bellezza e, proprio in questa dimensione effimera, l’opera diventa simbolo e strumento di salvezza perché si propone come passaggio verso una dimensione “altra”.

L’arte, come il pensiero, non si può arginare, non si può comprimere o limitare e chi, nel tempo ci ha provato, ha fallito miseramente. Il regime nazista provò in ogni modo a limitare la forza propulsiva dell’arte che non si “allineava” con il crescente potere del nazionalsocialismo. Il regime arrivò nel 1937 a stilare una lunga lista di opere ed artisti “degenerati” da mettere al bando, oscurare, annientare.

L’arte è espressione di ciò che di più profondo possiede l’animo umano. L’arte quindi è l’unico strumento che riesce a tradurre le emozioni in opere fruibili da tutti e questa caratteristica rende l’opera unica e potentissima: ogni essere umano può entrare in relazione diretta con il resto del mondo, proiettando una parte di sé altrimenti impossibile da mostrare, saltando i limiti consueti di tempo e spazio.

Più arte si produce, più arte si può far vedere, dentro o fuori dai musei, in formato fisico o in formato digitale, in forma di suono come la musica o in forma di luce come il cinema o in forma di pigmento o pietra e più possiamo dire di essere prossimi all’anima del mondo. Più arte si produce e più si rende possibile comprendere l’altro. Ecco questo credo possa fare dell’arte uno strumento di salvezza che può allontanarci dall’odio, dagli egoismi, dalla barbarie della violenza proprio perché ci aiuta a comprendere.

4. In che modo è pensabile che progetti che toccano uno spazio pubblico, possano svolgere anche una funzione educativa e di cittadinanza……Può aiutare rispetto a questa finalità realizzare progetti culturali delocalizzandoli sul territorio, collocandoli fuori dagli spazi tradizionali? Può aiutare dibattere pubblicamente di questi temi o anche solo discutere di come realizzare un’opera pubblica come, per esempio, una delle nuove scuole finanziate dal PNRR?

A.C.: Più che educare l’arte può coinvolgere e accompagnare i cittadini a compiere delle riflessioni. Ciò che serve, a mio avviso, è una progettualità a lunga gittata, che non si esaurisca nell’arco di un singolo progetto. Bisogna ripensare il ruolo dell’arte ponendola al centro dei saperi e non a margine. L’artista è in grado di offrire una visione unica ed originale che potenzialmente può arrivare più in profondità, lavorando gomito a gomito con le altre figure di sistema. Tutto ciò è possibile a patto che vi sia un sincero spirito di condivisione tra le parti in causa, un clima che porti a cancellare ogni possibile fraintendimento.

5.Facciamo un passo indietro per cercare di comprendere meglio il nostro presente: cosa ha consentito, negli anni ‘60 del secolo scorso, che a Taranto, storica città portuale e industriale, operaia, e di immigrazione contadina, venisse realizzata la Concattedrale di Giò Ponti, un’opera di architettura contemporanea, in un contesto pieno di palazzoni anni ‘60 e di stradoni per le famiglie del boom economico? Oppure, a Trieste, il recupero del Museo Revoltella con l’incarico per la sua ristrutturazione a Carlo Scarpa, nel 1963? Sessant’anni fa stavamo peggio o meglio di ora?

A.C.: E’ difficile stabilire se stavamo meglio o peggio in quei memorabili anni ‘60; quello che possiamo osservare è una differenza sostanziale in termini di entusiasmo e consapevolezza. La forza dinamica creativa che ha guidato il genio visionario di Giò Ponti è la sintesi e la rappresentazione di un entusiasmo collettivo incredibile che ha reso possibile sviluppare progetti che potevano apparire azzardati ma che racchiudevano quel bisogno impellente di rinascita. Per tanti versi era plausibile affidarsi allo slancio di artisti che non avevano timore di spostare l’asticella delle proprie idee più in alto del consueto e dell’ovvio. 

Oggi, a distanza di più di mezzo secolo quell’entusiasmo si può dire svanito, perduto, soppiantato dalla consapevolezza, dal disincanto, dal cinismo forse. Difficilmente una città come Taranto potrebbe ospitare oggi un progetto di riorganizzazione urbana troppo invasivo, troppo azzardato. Questo non significa che non si debba provare a pensare a delle linee guida, istanze che possano ambire a rigenerare almeno in parte un tessuto urbano vittima di uno sviluppo sfuggito ormai ad ogni controllo e che deve fare i conti con l’impianto siderurgico da cui è irrimediabilmente condizionato.

Parafrasando Tomás Maldonado oggi si rende ancor più necessaria di allora una “Speranza progettuale” o una “progettualità della speranza”, oggi più di allora abbiamo bisogno anche di prospettive utopiche che siano in grado di scuotere una classe dirigente che, soprattutto nei casi come quello di Taranto non possono lasciare una così importante comunità andare alla deriva, abbandonarsi all’orrore di un paesaggio corroso e corrosivo. Mai come ora abbiamo bisogno di immaginare soluzioni che possano indicare un radicale cambio di rotta verso l’armonia e la bellezza. 

 6. Fino a non molti anni fa girava una infelice massima: con la cultura non si mangia….cosa è necessario fare per rendere, anche nella percezione collettiva, le risorse destinate alla cultura un investimento e non una semplice spesa corrente che grava sui bilanci?

A.C.: L’idea che la cultura non produca ricchezza anche economica è falsa. L’indotto che ruota attorno alle attività artistiche, dalle produzioni di eventi e piccoli e grandi è già notevole ma sicuramente potrebbe essere molto più prolifico se solo si progettasse in modo più sistematico e con una visione ad ampio spettro. Una visione che preveda, a cascata una ricaduta positiva su tutte le filiere che fanno capo alle manifestazioni artistiche, agli eventi, agli spettacoli ed al turismo culturale, artistico, ambientale, naturalistico ed enogastronomico.   Tali ambiti non devono essere considerati avulsi gli uni dagli altri ma dovrebbero convivere nell’offerta, producendo una sorta di complementarietà della proposta che riesca a differenziare i percorsi valorizzando ognuno di questi campi, dove sino a prova contraria il nostro paese può e deve giocare un ruolo da protagonista. In tal senso la politica non è ancora riuscita a sviluppare programmazioni all’altezza del nostro patrimonio lasciando troppo spazio alle singole iniziative dei privati, le cui proposte sono spesso sbilanciate verso lo sfruttamento intensivo del patrimonio materiale ed immateriale senza nessun tipo di studio a corredo delle attività. Penso ad alcune mostre realizzate con il solo scopo di spostare grandi masse di pubblico attirato dai grandi nomi dell’arte ma senza una proposta culturale degna di nota, con il rischio che si scada inevitabilmente nel presenzialismo effimero del “c’ero anch’io”.  

In ultima istanza anche il sistema scolastico dovrebbe prevedere una serie di insegnamenti complementari a quelli delle discipline artistiche. Soprattutto nelle scuole di alta cultura (accademie e conservatori) si dovrebbero  prevedere una serie di insegnamenti legati all’economia dell’arte, ai suoi mercati. Più in generale gli addetti ai lavori dovrebbero avere una preparazione di natura economica e finanziaria che sappia fare i conti con i diversi business artistico-culturali. 

6. Cosa occorre fare affinché un Museo, o un Centro culturale, diventi un catalizzatore di cambiamento sociale, un agente di sviluppo economico, il pensiero corre a Bilbao, una città in declino industriale, rinata grazie al Museo Guggenheim, realizzato su progetto di Frank Gehry. Accadrà a Trieste con il Museo del Mare progettato da Guillermo Vazquez Consegrua  e in fase di realizzazione  in Porto Vecchio?………….mentre a Parigi davanti a Notre_Dame si realizzerà un progetto con un microclima, a cura del paesaggista Bas Smets.

A.C.: Sono molti gli esempi in giro per il mondo in cui uno spazio museale passa dall’essere un mero spazio espositivo ad un volano per le attività culturali a trecentosessanta gradi, un collettore tra la comunità ed il mondo dell’arte e della cultura. Penso al meraviglioso Mucem, Museo delle civiltà europee e del Mediterraneo di Marsiglia che ospita eventi di diversa natura, delle performance ai concerti, alle mostre-evento, agli spazi dedicati allo studio ed alla ricerca antropologica, tutto grazie ad una struttura avveniristica strutturato su quattro livelli, che sembra sorgere dal mare e che è collegata con la città attraverso una passerella panoramica che offre una vista eccezionale. In questo, come in tanti altri casi simili gli spazi sono pensati, progettati per essere molto di più di uno spazio espositivo. La progettazione architettonica è quindi fondamentale per ottenere risultati ottimali in termini di duttilità e poliedricità di uno spazio museale.

Il Louvre di Abu Dhabi

Il museo deve passare dall’essere luogo di conoscenza ed essere luogo di esperienza. Come ormai da decenni, in ambito didattico si ragiona sull’urgenza di formare attraverso l’esperienza, completando il bagaglio delle conoscenze con quello delle competenze così lo spazio museale deve porsi come spazio dedicato all’esperienza diretta, sensoriale, dinamica. Certo questo non significa che i nostri bellissimi musei debbano diventare dei parchi ludici. Qui si torna all’architettura e alla riorganizzazione degli spazi, una mostra deve vivere necessariamente su più livelli, deve svilupparsi in modo “circolare” e fluido dove il visitatore possa concentrarsi sull’opera e al tempo stesso rilassarsi, in una situazione confortevole ed accogliente dove si possa trascorrere del tempo “buono” e dove l’apprendimento, la crescita culturale possa venire stimolata in modo naturale.

7. Se l’ approccio culturale è dato dal “modo” in cui viene affrontato un problema, qualsiasi sia il settore interessato, faccio una domanda provocatoria: perché non abolire i “settori culturali” che,  in molte PA, tendono a gestire i progetti e le iniziative in forme autoreferenziali, con pochi rapporti con la ricerca, con le associazioni e  con gli artisti?

A.C.: questo è un problema antico, soprattutto nell’ambito artistico: quante volte abbiamo studiato le vite di artisti che sono stati “rifiutati”, “allontanati”, ostacolati dalle baronie dell’arte, dalle accademie, dalle scuole d’arte. Troppo spesso trovarsi in una condizione di potere, nell’ambito artistico, e soprattutto nella pubblica amministrazione  favorisce una stasi pericolosa, alimenta circoli viziosi che sono l’esatto contrario di quel moto perpetuo, di quella inquietudine, di quella frenesia che muove colui che cerca, colui che vuole scoprire un’opera ed un artista come fosse  un piccola grande fonte d’acqua pura.

C’è da ricordare poi  che non tutti coloro che studiano o semplicemente amano l’arte sono pronti a maneggiarla, a lavorare con essa.  Ed ecco allora che i vertici degli istituti culturali dovrebbero avvalersi di professionisti del settore, di persone che hanno fatto della propria esistenza un percorso artistico e che conoscono, per esperienza diretta le problematiche anche tecnico pratiche e non lo teoriche legate al settore.

In definitiva ci vuole tanta onestà: l’arte è tale se è pura, se è onesta, se è sincera. Chiunque non possieda anche una di queste qualità non può averci a che fare.

8. Elio Vittorini,nel suo Politecnico diceva…” non più una una cultura che consoli dalla sofferenza, ma che protegga dalla sofferenza, che la combatta e la elimini”……………….

A.C.: non so se un’opera d’arte possa proteggere dalla sofferenza o addirittura eliminarla, ma è certo che non si può immaginare l’umanità senza l’arte. Il peggiore dei futuri distopici sarebbe quello in cui l’uomo sarebbe costretto a vivere senza la musica, senza la pittura, senza la scultura, il cinema. Senza l’arte l’umanità perderebbe il senso della bellezza, perderebbe l’armonia delle forme e dei suoni, non avrebbe il dono della speranza e quello  dell’utopia.  Non avremmo dimestichezza con i sogni e nessuna prossimità con l’amore. Quindi occuparsi di arte significa occuparsi di tutto questo, significa essere vivi. Non solo l’arte per il genere umano è necessaria ma è assolutamente indispensabile. 

18 gennaio 2023

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