IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Franco Ventura: gli stupori di un pittore-poeta salentino

Franco Ventura, Mietitura 1975 olio su tela ( foto dal web bpp)

di Paolo Vincenti

Franco Ventura è un pittore e poeta del sud. 

Da Sannicola, dove vive ed opera, egli canta “i sassi nudi come ossa dissepolte, vetusti ceppi scoppiati, colori d’uragano e di incendio” della sua terra, il “Salento”, un Salento umile eppure forte, un Salento “pietroso”, “maschio” come i suoi contadini, colmo di disperazione eppure mai rassegnato.

E’ difficile separare la pittura dalla poesia che, in Ventura, sono tutt’uno. Il “sapore agreste” del suo Salento è un sapore acre, amaro, è il sapore di un mondo fatto di fatica, di povertà e di sofferenza ma da tutto questo Ventura trae la forza per andare avanti e nelle difficoltà e negli stenti di quel mondo trovano linfa vitale i suoi quadri e le sue liriche.

La sua pittura testimonia il fortissimo legame con la sua terra, terra che sembra quasi impastare i caldi e morbidi colori delle sue tele, conferendo ad esse una cifra stilistica del tutto personale.  Protagonista, nelle sue opere luminose ed espressive, è la cultura contadina, dalla quale il pittore proviene per storia personale e formazione, e questa cultura permea di sé tutta la produzione dell’artista e dà una immediata riconoscibilità ai suoi paesaggi e ai suoi personaggi.

Nato nel 1942, Franco Ventura ha insegnato a lungo Educazione Artistica nelle Scuole Medie. Dal 1964, ha partecipato a moltissime rassegne nazionali ed internazionali di pittura ed ha tenuto anche molte personali, da Sannicola a Gallipoli, da Aradeo a Santa Maria al Bagno, da Brindisi a Bari, da Maglie a Leuca, ad Ugento, a Casarano, a Latiano, a Milano.

Nel 1974, ha pubblicato Il colore delle parole[1] e nel 1977, Solo gli occhi parlano[2], con Prefazione di Mario De Marco, il quale scrive: “credo che intento precipuo del poeta di Sannicola sia quello di stuzzicare la coscienza, proponendoci sommessamente e con garbo un modello esistenziale alternativo che trova sempre il suo riferimento nella fede e nella concezione cristiana dell’uomo e della vita”. Osservando i suoi contadini, con “curva la schiena e il capo giù come il sole al tramonto”, dall’intensità del loro sguardo, da quella fiera ed indomita luce che balena nei loro occhi, ci accorgiamo, fedelmente alla lezione venturiana, che “solo gli occhi parlano, solo i fervidi occhi non sempre ascoltati”.

Franco Ventura, Mietitura, 1975 olio su tela ( foto dal web bpp)

Se dal punto di vista poetico si può dire che Ventura abbia fatto propria la lezione di Bodini e dei grandi cantori del Salento, i più conosciuti ed amati, dal punto di vista pittorico, si può invece definire epigono di Vincenzo Ciardo e di quella scuola che, nell’immediato dopoguerra, ha dato altissimi risultati nel Salento.

Ventura sembra portatore nei suoi quadri del messaggio benedettino dell’ “ora et labora”. La fede cristiana cioè, l’artista non ne fa mistero, è pregnante nella sua opera, così come nella sua vita, ma essa non fa velo alla assoluta onestà del messaggio, a quel duro realismo, scolpito nelle facce rugose dei suoi zappaterra e nei tronchi nodosi dei suoi contorti ulivi, nel quale non pochi critici hanno colto i toni di  denuncia civile e morale, propria di chi ha tenuto sempre ferma, in questi anni di grandi cambiamenti e stravolgimenti sociali, la barra al centro e sgomenta di fronte allo sgretolamento dei valori nei quali ha  creduto, di fronte, insomma, al tramonto di una civiltà.

Dal cromatismo dei suoi dipinti ci avvincono, con i colori accesi ed intensi, “giugno” con il suo “mare d’oro increspato da morbidi venti, spighe feconde come grani di rosario giunti in preghiera da tenui aghi dorati” ,  la “pineta”,  in cui “intrecciano profumi i rami ombrosi e stormire lieve di vento prosciuga l’erba dolce di rugiada”, i suoi autunni, quando “indora di canti e di suoni settembre i filari”, le sue primavere “di mille colori”, e soprattutto i suoi ulivi il cui ventre “sanguina ancora frammenti di storia come le lacrime scolpite sulla fronte della mia gente”.

Nel 1982,  esce Sete antica[3], con Prefazione di Angelo Prontera, che scrive: ”A questo punto ed a questo livello non mi interessano più né lo stile né la rima di Franco Ventura, ma la sua capacità di richiamarmi e di legarmi (non è forse questa la forza dell’arte e della comunicazione?) al senso più vivo della più quotidiana e più universale esistenza: la nostra ora e qui”.

Nel 1992, Ventura pubblica la sua opera più matura, Scrivi poeta il Sud[4], con Prefazione di Gino Pisanò. In copertina, il libro reca un bellissimo dipinto olio su tela, “Donne e madri”, dello stesso artista. In questo volume, Ventura raccoglie tutti i topoi della sua produzione, consegnandoci, attraverso le sue liriche, intervallate dai dipinti, l’immagine viva ed accorata della sua terra madre, una terra archetipica con tutti i suoi significati e significanti, che dipanano, attraverso le pagine, quella che Pisanò ha definito “la corografia salentina di Ventura”.

Cantato nelle sue liriche “contadine”, si staglia, maestoso, solenne, in molteplici tele, l’ulivo secolare, simbolo di un Salento soffuso di tristezza e di malinconia per una storia che è finita. Ma, a testimonianza di questa “epopea della terra”, rimangono le opere di chi, con rabbia ed amore, con dolcezza ed amarezza, ne ha saputo immortalare i simboli portanti. E l’ulivo, mitologico dono della dea Minerva alla Terra d’Otranto, muto testimone dei secoli e delle alterne vicende degli uomini, ancora lì, a campeggiare nelle tele dei pittori e nelle pagine dei poeti, come sentinella di un tempo che non vuole passare, icona di un’epica popolare ancora viva nella nostra memoria.

Svariati i premi e i riconoscimenti ottenuti da Franco Ventura nel corso della sua carriera. Di lui si sono interessati il grande Mario Luzi, di cui Ventura conserva una corrispondenza privata, Antonio Mangione, Donato Moro, Luigi Scorrano, don Leonardo Zega, che ha scritto di lui su “Famiglia Cristiana”, Rina Durante, Luciano De Rosa, don Tonino Bello, legato al pittore da grande amicizia, Donato Valli, Antonio Lucio Giannone, ed altri[5].

Scrive Oreste Macrì in una lettera privata all’autore: “Sapevo di lei e della sua arte umana e salentina nel profondo della nostra terra elementare e solare[…] Contemplo con emozione le figure del breve catalogo che mi ha mandato; degnamente si iscrivono nella tradizione dei nostri maestri: Re e Suppressa, Ciardo, Della Notte, Mandorino. Arte che si conforma con la Parola materica e fraterna delle sue liriche…”. E Aldo Vallone, in un’altra lettera: “ho gradito e ho letto le poesie di Sete Antica […] C’è la profonda anima del Sud, dolce scabra, delicata e forte, ora soffocata ora aperta alla confidenza: ovunque poi domina l’immagine della  pietra (sassi, dirupi, ecc.) come elemento primigenio della ispirazione […]”

Il pittore chiede ancora altra luce alla primavera, affinché la sua tavolozza non discolori, e con questi “sorsi di luce” continua a descrivere l’incanto del paesaggio silente, dolce, poeticamente salentino. “Ho usato tutti i colori della mia tavolozza per dipingere case basse e grovigli di fichi d’india, vene d’asfalto fra ossute muricce”, canta Ventura, e ancora non è  pago di cantare l’ “amico carrettiere” il cui canto più non sente “intrecciarsi allo schioccar della frusta, segnare il trotto di ferro sull’asfalto bianco ancora di luna”, “la vecchia del sud” che “veste millenni di storia nel lungo lutto che il tempo non sa più scolorire”, di cantare il vento di scirocco e le notti di luna “spada d’argento”, “marzo” con i suoi “coriandoli bianchi di mandorli” che “sulle nude zolle piangono rugiada”, i temporali d’agosto, “novembre” in cui “sparge lontano il suo verde ormai di rame la vigna sulla terra bruna”, di cantare insomma la vita vera. La “sete antica”, titolo di una delle sue sillogi, non è solo quella atavica penuria d’acqua che portò già i Romani a definire la nostra terra “Apulia sitiens”; è una sete di speranza, quella che il poeta va cercando da quando il suo pennello ha iniziato a dipingere e la sua penna a scrivere, una indomita speranza in una vita migliore, più giusta, più umana, che “la tela del futuro” potrà finalmente raffigurare.

Leggendo i versi di Ventura, si potrebbe correre il rischio,  secondo Gino Pisanò “di dare un giudizio sommario di arcadia provinciale, imbattendosi il lettore distratto nella trenodia di un Salento larico materno e seminale, dopo che Bodini, Gatti, De Donno, Caputo, D’Andrea, Romano, hanno scritto tutto quello che c’era da scrivere sui connotati arcaici di detta terra, fattasi in loro luogo dell’anima e traslata, per dinamica radicale della tetriade macriana, dalla storia alla poesia” Invece, “la corografia salentina di Ventura, se si innesta propriamente sul ceppo bodiniano, rivendica altresì, una sua autonomia figurale, una sua qualità dinamizzata e iconizzata da correlativi semantici di correlazioni antropiche complesse: messapo-bizantino-ispaniche […].

Egli ha saputo emanciparsi dal giogo dei suoi esemplari […] trovando un suo filo d’Arianna che gli assicura un antigene contro le insidie della maniera e conferisce liceità e dignità ai suoi versi”.

Fra le opere pittoriche più recenti, dobbiamo segnalare: “Il Battesimo di Gesù”, nella Chiesa dell’Addolorata di Alezio; la “Madonna di Leuca del Belvedere” che si trova nella Chiesa di Leuca Piccola in Barbarano; “San Benedetto e Santa Scolastica”, nella Chiesa di San Benedetto in Leverano, e inoltre suoi quadri si trovano anche nell’Hotel Villa Medici, Salone d’Ingresso, a Fiuggi.

Nel 2001 ha pubblicato La tela del futuro[6], che reca in copertina il dipinto “Estate”.

Nel 1998, è stato insignito del prestigioso “Premio Apulia”, del quale ci parla con malcelato orgoglio, facendoci leggere il libretto recante le motivazioni del premio. Nella sua casa sulla strada intercomunale Sannicola -San Simone, ci fa vedere le sue opere, che riempiono le pareti delle stanze, e ci fa dono dei suoi libri. Ci parla di Cosimo Sponziello, pittore di Tuglie, che è stato recentemente commemorato da quel Comune  e del quale Ventura era grande amico. Ci parla di Donato Valli, di Gino Pisanò, di Antonio Lucio Giannone e della fortuna di godere della stima di questi “grandi”, come lui li definisce, una stima, a suo dire, immeritata. Poi ci parla dei suoi “stupori” che lo pongono, nei confronti del mondo, con gli occhi di un eterno bambino. Infine, nel salutarci, ci fa dono di una sua cartolina d’auguri natalizi in cui è dipinto un bellissimo e raggiante Bambinello, nuova luce del mondo, e sono inseriti i versi: “Sparge semi di folgorante luce nelle oscure feritoie delle nostre coscienze la stella che quella Santa Notte brillò su tutti i cieli del mondo. Buon Natale 2006”[7]. Siamo già quasi in macchina quando, con un ultimo saluto, Ventura ci raccomanda ancora: “si ricordi, gli stupori…”.

Già pubblicato col titolo Il Salento pietroso di Franco Ventura, in “Euromediterraneo”, 1-15 maggio 2007.


Note

[1] Franco Ventura, Il colore delle parole, Casarano, Grassi Editore, 1974.

[2] Idem, Solo gli occhi parlano, Lecce, Capone Editore, 1977.

[3]  Idem, Sete antica, Lecce, Milella,1982.

[4] Idem, Scrivi poeta il Sud, Galatina, Congedo, 1992.

[5] Giudizi critici, in Franco Ventura, Galleria D’Arte Consorti, Roma, 2-9 maggio 1987, Galatina, Editrice Salentina, 1987.

[6] Idem, La tela del futuro, Lecce, Manni, 2001, con Antologia critica.

[7] Idem, Cartolina Buon Natale 2006.

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