IL PENSIERO MEDITERRANEO

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I pescatori di San Foca e la scomunica del vescovo di Lecce, Mons. Michele Pignatelli

Tratto da: LA TARANTATA DI SAN FOCA E ALTRI RACCONTI di Antonio Nahi

ll vescovo di Lecce, mons. Michele Pignatelli, il 15 novembre 1689 (come risulta in un documento d’archivio) venne a conoscenza del fatto, che i pescatori della marina di San Foca da lungo tempo ormai erano insensibili al precetto della chiesa di ascoltar la messa la domenica e nelle altre feste comandate.

Al buon vescovo, inoltre, arrivarono notizie ancor piú gravi, come, per esempio, che i pescatori, la domenica, non solo non scendevano a terra per ascoltar la santa messa, ma, se accidentalmente lo facevano, nel piú breve tempo possibile poi riprendevano il mare.

Il monsignore a quel punto non poté tollerare quell’atteggiamento indisciplinato e scandaloso, e perciò emanò l’ordine, sotto pena di scomunica, che i pescatori della marina di San Foca adempissero al precetto festivo di ogni buon cristiano; e, per assicurare maggiore efficacia al suo intervento, ordinò che quella rigorosa disposizione fosse resa nota in tutte le chiese della sua diocesi.

« Hai sentito? Il vescovo vuole che non si entri piú in mare nei giorni di precetto, se non dopo aver ascoltato la messa », si vociferava tra i pescatori. « Sí, ma,.. se andiamo alla messa, dovremo prendere il mare, quando il sole sarà già alto e… Ma lui non lo sa che chi dorme non piglia pesci?… », commentava taluno tra il serio e faceto. « Il vescovo dice che, se non ci comunichiamo, ci scomunica…

D’accordo, lui ha tutto il diritto di proibirci di pigliare l’ostia! Ma se noi già lo facciamo, senza dargli grattacapi, di che cosa si lamenta? ». E cosí chiacchierando, scherzando e ridendo, i pescatori di San Foca salparono ugualmente, quella domenica. Le acque increspate e profonde promettevano buona pesca e le reti in mare rubavano lenza dalle mani esperte dei pescatori che già fiutavano la presenza del pesce.

Quando fu il momento di tirare in barca le reti, si vide subito il brillio delle acque agitate dall’abbondante pesca. Col sorriso sul volto imbiancato di salsedine, i pescatori pregustavano la gioia per le imminenti stive stracolme di pesce, quale ricompensa meritata per le lunghe attese e fatiche estenuanti. All’improvviso, le reti già colme sembrarono ulteriormente appesantirsi, tanto da minacciare quasi il ribaltamento delle barche, per cui i pescatori si videro costretti a dare lenza.

Di barca in barca e per tutto quel tratto di mare, s’incrociarono gli sguardi degli uomini sbigottiti, allegri e turbati al tempo stesso, ma pure increduli per l’improvvisa “troppa grazia” e preoccupati per come imbarcare senza rischi tutto il pescato. Tentarono nuovamente di sollevare le reti: non fu possibile, perché le barche rollarono pericolosamente tra lo sbigottimento generale… Scuri in volto, provati, sfiniti per i grandi sforzi, i pescatori cominciarono a tremare. In preda all’angoscia, non riuscivano piú a trattenere le pesantissime reti, che ormai scivolavano dalle mani, una dopo l’altra, inghiottite dalle acque che si richiudevano, mulinando sotto la chiglia…

Ammutoliti come per incanto e muovendosi simili ad automi, i pescatori, issata l’ancora, puntarono le prore dritte al campanile della chiesetta di San Foca, da cui si diffondevano i rintocchi che invitavano i fedeli alla preghiera.