27 Novembre 2020

IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista Culturale online

Lamento di un servo ad un sacro Crocifisso

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Di Gabriele Spedicato

Un servu tempu fa, di chista piazza
cussì priava a Cristu, e nci dicìa:
“Signuri, ’u me’ patruni mi strapazza,
mi tratta comu’n cani piì la via,
tutti mi pigghia cu’ la so’ manazza,
la vita dici chi mancu è la mia.

Si jeu mi lagnu chiu, peju amminazza,
ch’i ferri mi castija a prigiunia,
und’io mo’ ti pregu: chista malarazza
distruggimmila tu, Cristu, pi’ mia,
distruggimmila tu, Cristu, pi’ mia,
distruggimmila tu, Cristu, pi’ mia”.

Questo l’inizio di una canzone conosciuta oggigiorno con diversi titoli: Lamento di un servo al santo crocifisso, Un servu e un Cristu, Un servo sotto la croce, etc. Ma senza dubbio questo brano è famoso ai più sotto il nome di Malarazza, che gli fu dato da Domenico Modugno nel 1976.

Il brano è la supplica che un servo rivolge ad un crocifisso per chiedere a Cristo di liberarlo dal dominio e dai soprusi del suo padrone e in generale di tutta la casta nobiliare – la Malarazza – che al tempo dominava nel sud Italia, e in questo caso in Sicilia.

Bisogna chiarire subito che il testo di questa canzone è un sonetto anonimo in volgare siciliano – con ogni probabilità risalente al XVIII secolo – messo per iscritto per la prima volta dal marchese Lionardo Vigo Calanna (1799-1879), letterato e filologo di Acireale, nella sua Raccolta amplissima di canti popolari siciliani (1857). Obiettivo del Vigo era quello di raccogliere e salvare dall’oblio l’intera tradizione orale di canti siciliani.

Il testo fu dato alle stampe dal Vigo col titolo Lamento di un servo ad un santo crocifisso e fu immediatamente censurato dalla Chiesa. Essendo un canto di protesta anticlericale e antinobiliare, i versi di risposta al servo dati da Cristo a più di qualcuno non fecero piacere (soprattutto ai regnanti di casa Borbone). Il Cristo infatti incita il servo a ribellarsi, ad usare le braccia – lui che può – e a farsi giustizia da sé; che Gesù stesso, se avesse fatto quanto ora consiglia, non sarebbe in croce.

E Cristu nci rispusi da la cruci:
“E tu forsi chi hai ciunchi li vrazza?
Oppuru l’ha ’nchiuvati com’a mia?
Cu’ voli la giustizia si la fazza,
non speri c’atru la fazza pi’ tia.
Si tu sì omu e non sì testa pazza,
menti a profittu ’sta sintenzia mia:
jeu nun sarìa supr’a ’sta cruciazza,
s’avissi fattu quantu dicu a tia!”

E così il Vigo fu costretto a cambiare il testo, facendo dare al Cristo una risposta più mite e vicina al precetto cristiano del “volgi l’altra guancia”, come lo stesso autore afferma in una nota al suo volume.

Ma a Cresia ’sta risposta non nci piacìu, e cusì la cangiàu:
“E tu chi ti scurdasti, o testa pazza,
chiddu ch’è scrittu ’nt’a la leggi mia?
Sempr’in guerra sarà l’umana razza
si cu’ l’offisi l’offisi castija.
A cu’ l’offendi lu vasa e l’abbrazza
e in Paradisu sidirai cu’ mia.
M’inchiovaru l’Ebrei ’nt’a ’sta cruciazza,
e cielu e terra disfari putìa!”

Di questo componimento sembra poi perdersene memoria finché, negli anni ’70, Dario Fo non lo riprende nella sua forma originale – ovvero quella non censurata – e lo inserisce nello spettacolo Ci ragiono e canto del 1973. Il brano, rielaborato da Fo stesso, viene interpretato col titolo Un servo sotto la croce o Lamento del villano a Cristo da Piero Sciotto con il gruppo di artisti La Comune.

Ma sarà Domenico Modugno, nel 1976, a riportare in auge questo testo e renderlo conosciuto ai più grazie al suo arrangiamento. Anche Modugno riprende il testo originale dandogli – insieme a Rodolfo Assuntino e Emma Muzzi Loffredo – una nuova veste musicale ed aggiungendo un ritornello nel quale viene racchiuso il messaggio dell’intero componimento.

Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastoni e tira fora li denti!

Per questo motivo Dario Fo denunciò per plagio il cantautore pugliese presso il tribunale di Milano ma la causa fu persa in quanto il testo in discussione era un componimento popolare anonimo e perciò di pubblico dominio.

Da quel momento questo canto è stato interpretato da diversi artisti di fama nazionale o locale, come Roy Paci, Simone Cristicchi, Rosa Balestrieri, e da vari gruppi di musica popolare. A mio parere, il brano più interessante sia dal punto di vista musicale che testuale, è quello del gruppo musicale calabrese Mattanza. In questa versione il fondatore e leader del gruppo, Mimmo Martino, grazie all’incontro con l’antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani, è riuscito a proporre un testo che comprende sia la versione fedele all’originale popolare, che la versione imposta dalla Chiesa.