IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Recensione di Annelisa Addolorato del libro Rapide, di Yogesh Patel

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COPERTINA_Yogesh Patel_LE RAPIDE

COPERTINA_Yogesh Patel_LE RAPIDE

di Annelisa Addolorato

Ecco chi migra, emigra, vola e porta e crea nuovi canti in diverse terre. Il ritratto del poeta e del migrante a tratti coincidono, sia nella storia dell’umanità, sia nello specifico in questa ampia silloge poetica dello scrittore Yogesh Patel, che usa la sua voce e la similitudine che avvicina la voce -spesso poliglotta, proprio a causa del loro migrare come forma di vita consona al proprio essere- dei poeti a quella del canto degli uccelli migratori, che percorrono migliaia di chilometri portando con sé semi di nuova vita (animale, vegetale) e conoscenza, sottoforma di splendidi e caratteristici suoni.

Dunque una poesia migrante si mostra e compone davanti ai miei e nostri occhi, aprendo le pagine di questo libro, poesia che sfida tempo e spazio, per approdare sulle rive della creatività:

“Perciò disegnerò anche binocoli mega-zoomata per mostrarti come corpi brividenti li portano da un nido all’altro a comporre nuove melodie”.

Si incontrano miti e personaggi-culto di diverse culture e mitologie, occidentali e orientali. Le difficoltà non fermano né poeti-migranti, né volatili migratori, anzi, ne temprano voce e braccia, canto e ali:

“schivato Khodumodumo come venti del loro nido obliosi ora come Atteone braccati”.

Si fondono in una sorta di danza di Shiva, tra vita e morte, movimento e staticità, senso e perdita dello stesso (come, a volte, pare, dell’orientamento) topoi d’Oriente e Occidente:

“II. Si sa che non si può ripetere la storia di Ruru e Priyamvada … Il vaso di Pandora Il modo in cui mi muovo nel parco, in triangoli a chi mi chiede se lo zigzagare è un rituale”

E riappare tutto, nella condensazione dell’attimo presente:

“La vita chiede pioggia e disgelo. Si riplasma Tsurara-onna”

L’invito a riflettere poeticamente su come, da equilibristi o meno, far fronte virtuosamente ai ricordi, con

la menzione a una mansarda-rifugio, come un ripostiglio della mente, pronto ad accoglierli:

“Una ritirata in mansarda non è una fuga!

Fili d’argento d’una ragnatela a rammentarti (…)”

Viene citato spesso lo scrittore Franz Kafka, sia le sue Lettere a Milena, sia le sue lettere alla bimba Dora, per la perdita della sua bambola-Avatar.

L’autore dedica spazio ai “Chappals”, i sandali… simbolo di semplicità, come di rispetto e purezza il gesto di lasciarli sulla soglia, quando si entra ed esce da casa, dallo spazio più intimo e nascosto. Ci accompagnano, o li accompagniamo forse noi? 

La stanzialità è vista come una sorta di meta, chimera, obiettivo irraggiungibile, in una esistenza votata (volente o nolente) al movimento, all’esilio, allo spostamento – spesso forzato, forzoso – di se stessi e dei propri beni materiali nello spazio, da un luogo a un altro, purificandosi, certo, mutando, anche accettando rinunce e altro:

“Si presume ch’io lasci la scatola dopo ogni Notte d’Esilio Mi lascio alle spalle la solitudine che tossisce in cerca di un nuovo assemblaggio di cartone. Tutto perché tu, nella mia casa, ti sei assicurato che non mi spettasse casa, ma solo un altro cartone da piegare”

Il poeta dedica un testo, la poesia “I fili aggrovigliati di Cloto”, alle vittime di stupro.

Le culture si incontrano, accavallano, citano e menzionano, così come si mostra come ciò che in un luogo è sacro, altrove può essere sconosciuto e addirittura rifiutato:

“Il Libro di noi era un vecchio libro

saggezza di noi reietti Buddha

con l’Albero della Bodhi Arjun & il Canto di Krishna (…)”

Vari fiumi noti e anche sacri del mondo vengono nominati e descritti in questa cornice in cui il mondo è un affascinante ma anche arduo rebus, ora un labirinto di ricerca del sé più profondo – ora delle radici, come nella poesia “Il Lago Mono”:

“Nilo, Gange, Tamigi (…)

È solo una luna di carta Ho perso la password.

Non riesco ad accedere a me”

“(…) Per favore,

se mi chiedono il nome,

che risposta devo dare:

Sono Mosè

O

Sono Krishna?”

Nella poesia “I fogli bianchi dei 1000 desideri di gru di Sadako, la lingua materna e quella appresa successivamente lasciano sapori diversi nella memoria e nei sentimenti:

“La bellezza dei lillà ricolma il cuore della mia lingua madre.

La fragranza fluttua come la lingua seconda (…)”

Il poeta sente fortemente lo scrivere come una sorta di mission. Leggiamo in “Scrivere quel che un albero non poteva”:

“Stava a me impugnare quel lapis, (…)

scrivere il canto che l’albero nel mare,

alla deriva, non poteva fare…”

Il dare voce, attraverso la parola, anche alla natura è compito accolto con cura.

Nella poesia “L’effetto Galatea” si traccia un autoritratto chiaro, dove la parola – ricca di senso, in un oggi in cui quasi nessuno o nessuna può dirsi esente da tale definizione, pur magari non spostandosi geograficamente ma virtualmente – migrante si staglia nitida:

“a ricordarmi che sono solo un migrante in quest’angolo di mondo. Perciò, prima che la nebbia mi cancelli, mi sia dato con gli alberi ondeggiare con cuffie che canticchiano Raj Kapoor, la sua ‘ि◌ेरा ज ◌ा हैजापानी (Mera Jutta hai Japani)’ (…)”

La caratteristica saliente, tra l’altro, della poesia di Patel è l’uso di una forma poetica denominata come lo stesso libro di cui stiamo parlando: “la rapida”, definita anche come ‘Jazz della poesia’. La rapida vuole scuotere, come e con un buon ritmo, che include corpo e vibrazioni, mente, spirito, vitalità, tra le righe dei componimenti poetici, e così far decollare, in nuovi viaggi, mai dimentichi però di storia e miti, metri, tradizioni antiche e di varie latitudini. Regole che permettono di riconoscere il movimento e di captare il momento, danno un vestito luminoso, in modo simile ad alcune antiche e rinnovate modalità meditative indiane, yogiche e non solo, al verso, alla parola, alla espressività umana chiamata poesia. Questo autore, dal curriculum letterario e vitae davvero ricchissimo e variegato, e chi lo ha letto e si è avvicinato alle sue ‘rapide’, ne parla quasi come surfista della parola, anzi come fiume, onda marina e surfista insieme, in un movimento quasi ipnotico, sicuramente catartico, sia per chi scrive con questa prospettiva, sia per chi ne legge le evoluzioni, cascate, zampilli in verso e tactus, tra il musicale, appunto (jazz della parola) e il poetico-narrativo. Tra le fasi, e compositive e interpretative di questo percorso liquido, ci sono già le metafore e similitudini di chi cavalca i cavalloni d’acqua e memoria: “Pagaia sodo. Cogli l’onda (…)”. Qui. In pagine in cui Dharma e fato si incontrano, nel tuffo all’interno del riconoscimento del proprio valore e sorriso, come a comprensione e compimento della propria mission comunicativa, nonché meritata celebrazione della selfconfidence come chiave di volta di una serenità tutta buddista.

Citando dai Veda a Kafka, da Silvia Plath al Jazz e alle letterature africane e di varie altre latitudini e secoli, Patel ci fa viaggiare con lui, guidandoci in un universo immune al caos, universo invece canalizzato e governato anche da una radice chán (cinese per Zen).

La Poesia “Un gioco di stecchi” porta con sé una immagine molto lirica, che abbraccia spazio e tempo, con una esortazione e descrizione dell’essenza della esistenza: la vita vista come il puro gioco di un bimbo instancabile e che non conosce la sconfitta o la stanchezza – essendo, appunto, come tutti i bambini, dotato di entusiasmo (energia interna) infinito, che scorre come un immenso fiume sacro (il Gange).

“Sii un bimbo su un ponte. Gioca per vincere. Prova e riprova.

(…) Come te è il Gange”

Con questa immagine mi piace chiudere queste considerazioni sul libro di Patel. Grazie.

(i Quaderni del Bardo edizioni, Lecce – traduzione a cura di Angela d’Ambra)

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