IL PENSIERO MEDITERRANEO

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“LA MORTE DI IVAN IL’IC”, di Lev Tolstoj

Lev Tolstoj

Lev Tolstoj

di Francesco Abate

La morte di Ivan Il’ic è un racconto dello scrittore russo Lev Tolstoj pubblicato per la prima volta nel 1886.

L’opera fu fortemente influenzata dalla crisi spirituale che l’autore stava attraversando in quel periodo, e che lo portò in seguito a convertirsi al Cristianesimo.

Ivan Il’ic è un borghese che riesce a costruirsi una vita agiata e tranquilla; è ben visto da tutti, fa carriera nell’ufficio pubblico che arriva a ricoprire, contrae un matrimonio rispettabile. La sua esistenza non ha però niente di spontaneo, ogni cosa che fa è in funzione della morale borghese e per questo conduce una vita assolutamente piatta.

Tutto viene sconvolto da un banale incidente domestico, la caduta sul fianco, che però dà inizio a una lenta e dolorosa agonia. Nella malattia, Ivan Il’ic si ritrova abbandonato; moglie e figli gli portano un’assistenza dalla facciata amorevole, ma di fatto lo trascurano e non riescono a celare quanto sia per loro un peso averlo in casa moribondo. Solo il servo Gerasim, persona umile, gli dà quel po’ di calore umano e premura capaci di alleviare un poco le sue pene.

Il racconto si conclude con la morte di Ivan Il’ic.

La morte di Ivan Il’ic è un racconto in cui Tolstoj esprime un concetto molto importante: una vita passata ad assecondare il sentire comune, in funzione dei valori altrui e in dispregio dei propri, è uno spreco. Il protagonista giunge a questa conclusione attraverso le riflessioni finali; capisce di non aver vissuto la propria esistenza, mai infatti ha compiuto un’azione spinto da una propria pulsione, ha agito solo per compiacere le persone altolocate e garantirsi una vita agiata, e questo spreco della sua esistenza è stato la vera causa della sua morte: gli viene sottratta la vita che lui sta buttando via. In pratica il non vivere la propria vita equivale a morire.

Attraverso gli occhi del protagonista, Tolstoj mostra anche tutta la falsità nascosta nei valori fondanti della classe borghese (russa e non solo). Finché è un uomo in carriera e in salute, la sua vita scorre tranquilla e tutti sembrano apprezzarlo, quando invece si ritrova malato e bisognoso di aiuto, nemmeno la moglie e i figli hanno davvero pietà di lui, nonostante si preoccupino di circondarlo con una parvenza di premura.

Solo nella semplicità del servo Gerasim, Ivan Il’ic trova un po’ di compassione; solo chi è al di fuori del sistema di valori fittizi su cui il protagonista ha costruito la propria vita riesce a sentire un briciolo d’amore per un uomo debole e indifeso.

C’è anche chi all’opera ha dato una lettura più religiosa, leggendovi una critica alle vite condotte in assenza di Dio e consacrate al solo raggiungimento della felicità materiale. Io credo che tale lettura sia influenzata dal fatto che Tolstoj qualche anno dopo si convertì al Cristianesimo, ma nell’opera personalmente ho letto solo una critica alla vita vissuta in funzione degli altri e non ho visto una conversione del protagonista in funzione religiosa.

Questo racconto, seppur breve, è l’ennesima testimonianza della grandezza di Lev Tolstoj e dell’importanza che la sua opera ha ancora ai giorni nostri.

In poche pagine lo scrittore russo si scaglia contro le persone che vivono in funzione degli altri, avendo come unico scopo della vita quello di essere accettate, così da potersi permettere un’esistenza piatta e sicura.

La vita è passione, è lotta, è vittorie e sconfitte, è affermazione di sé nel mondo: se a questo rinunciamo, non viviamo. 

Ivan Il’ic era nel 1886 l’immagine del borghese russo, ma è oggi la fotografia dell’uomo medio. In tanti oggi vivono uniformandosi ai dettami della massa, rinunciando completamente alla propria unicità, perché convinti che diventando una copia degli altri saranno accettati. Eppure, ci dice Tolstoj, così facendo rinunciamo a noi stessi, e moriamo.   

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