IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

. . .  a proposito di Transculturale … di Alfredo Ancora

TRANSCULTURALE RIVISTA

TRANSCULTURALE RIVISTA

     In concomitanza con la presentazione della prestigiosa rivista semestrale “Transculturale” (Mimesis), organizzata dall’APSEC di Lecce per lunedì 28 agosto 2023 alle ore 18,00 presso la Biblioteca Bernardini di Lecce, il “Pensiero Mediterraneo” pubblica un saggio dello psichiatra e psicoterapeuta Alfredo Ancora, docente in varie Università, che dirige la rivista assieme a Raffaele Tumino, docente di Pedagogia Generale dell’Università di Macerata. La rivista “Transculturale”, nata nel 2022, come si evince dal sottotitolo “Passaggi tra scienze, pratiche di trasformazione”, intende sottolineare la rilevanza tutta contemporanea dell’incontro tra pensieri, pratiche, e tradizioni dei popoli di tutto il mondo anche dal punto di vista terapeutico, nel pieno rispetto dei metodi di cura della psiche di ogni cultura, che non di rado possiedono grande efficacia. Allo scopo, è necessario cambiare il processo di osservazione e conoscere le diverse culture attraversandole dall’interno. 

. . .  a proposito di Transculturale … di Alfredo Ancora

L’espressione “psichiatria transculturale” non vuole introdurre una nuova etichetta nel campo già affollato di termini tecnici delle discipline psicologiche e psichiatriche, bensì cercare di costruire una direzione di cambiamento nel processo di osservazione, passando attraverso (non sopra) i vari stili di pensiero e le loro manifestazioni culturali. In questo passaggio fra pratiche e saperi diversi, si assiste spesso a contaminazioni e adattamenti che ogni incontro /scontro con culture altre sollecita e provoca.

Tale attraversamento rende possibile all’osservatore, al terapeuta, al ricercatore, di mettersi in discussione, di scommettersi! Se non si coglie questa opportunità, si rischia di ingabbiare in rigide griglie conoscitive “un oggetto”, sempre più lontano e sempre più “da studiare”, tanto caro a teorie etnocentriche dure a morire. In realtà, l’oggetto è diventato da tempo soggetto!! E’ qui fra noi, con tutto il suo carico di sofferenza e di diversità. La sua presenza, tra l’altro, pare continuamente chiederci come ci poniamo di fronte a quel “qualcosa che avanza”, a “quello straniero” che irrompe nei nostri pensieri oltre che nei nostri servizi ospedalieri e ambulatoriali con la sua visione del mondo, con la sua concezione della malattia e della cura, con le sue credenze. Una società complessa, divenuta da tempo multiculturale e multietnica – a dispetto di chi voglia ancora negarlo – può mettere in difficoltà l’operatore non preparato e porre in forse l’adeguatezza dei servizi in cui lavora.

Una “modalità transculturale” forse può aiutare in quegli attraversamenti di altri mondi e modi di conoscenza associati alla possibilità di modificare l’orizzonte della ricerca, della cura e, in generale, dell’approccio ad eventi e persone di diverse culture. Non aiuta certo rimanere ancorati ad una posizione culturo-centrica, secondo cui ogni società pensa che la sua cultura sia “centrale” rispetto al “resto con cui viene in contatto”. Ecco quindi l’idea di un viaggio, di una mobilitazione dentro e fuori di sé, di preparazione a un nomadismo di pensiero-azione, necessario per bagnarsi in altro e nell’altro, contaminando e contaminandosi.

La cultura, concetto quanto mai vago e insieme complesso, può diventare allora un momento di materializzazione dell’incontro con l’altro, sia pure con tutti i rischi che una sfida conoscitiva comporta. Se è vero che da tempo l’immagine dell’osservatore inerte[1] non va più bene, anche l’osservatore che interagisce con l’oggetto della sua ricerca ha bisogno di ingranare un’ulteriore marcia, quella dell’esploratore un po’ sporco, con i segni del contatto. È un viaggio comunque assai poco esotico che si configura specialmente come un processo di trasformazione del “viaggiatore”, all’interno dei propri pregiudizi e visione del mondo, previa sospensione delle sue vecchie categorie di pensiero[2]. Di qui la flessibilità mentale necessaria a costruire i ponti con l’altro, l’altrui e l’altrove!

Pensiamo, in sintesi, ad un operatore transculturale del terzo millennio calato in un processo trasformativo che connota ogni incontro di conoscenza e di cura. Una figura simile a quella “del terapeuta del deserto” precisandosi che la parola terapeuta non si riferisce solo al medico o allo psicologo sensu strictu. Esso va allargato, prendendo spunto dai Padri del deserto che erano anche medici, psicologi, educatori: … “Ognuno di noi è invitato ad essere terapeuta, cioè quella persona che si prende cura del corpo, della psiche, della dimensione poetica, alimentandosi alla fonte del soffio” interiore(2010)[3].


[1] A. Zamperini, Psicologia dell’inerzia e della solidarietà, Einaudi, Torino, 2001.

[2] A proposito di un nuovo lessico cfr. Per una semiotica transculturale in A. Ancora, Verso una cultura dell’incontro, Franco Angeli, Milano 2017.

[3] I terapeuti del deserto di L. Boff, J.Y. Leloup Gribaudi, Milano 2010.

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