IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Apigliano tra passato e futuro

Disegno a colori di paesaggio rurale con due uomini che lavorano e una donna con anfora
Momenti di vita in una ricostruzione dell’antica Apigliano

Paul Arthur

Quando, nel 1991, ero alla ricerca di un villaggio medievale abbandonato da scavare, è stato per tre principali motivi. In primo luogo, essendo appena arrivato all’Università di Lecce, così come l’Ateneo salentino si chiamava allora, mi premeva costituire l’archeologia medievale in Terra d’Otranto come un campo attivo di ricerca. Cosa poteva essere meglio di uno scavo di ricerca di un insediamento medievale alle cui attività potevano prendere parte sia docenti e ricercatori, sia allievi? In secondo luogo, salvo per alcune chiese ancora esistenti, era difficile trovare dati materiali su molti degli insediamenti citati nelle fonti documentarie, né tantomeno informazioni che li descrivessero o ne chiarissero le vicende storiche.

Questi insediamenti apparvero in età bizantina, oppure in età normanna, o piuttosto la loro esistenza era legata in qualche modo a siti o proprietà fondiarie di età romana? In altre parole quanta continuità c’era nell’insediamento e nell’uso del suolo attraverso i secoli? Come erano caratterizzati i villaggi, come si differenziavano l’uno dall’altro e come si sono sviluppati nel corso del tempo?

Quali dinamiche sociali sottendono una popolazione a religione mista, come era in gran parte della Terra d’Otranto durante il Medioevo? Perché così tanti villaggi scomparvero alla fine del Medioevo? In che modo si sono relazionati con le agro-towns che hanno caratterizzato il Meridione d’Italia fino ai nostri giorni? Queste erano solo alcune delle tante domande alle quali si sperava di poter rispondere attraverso l’archeologia e le discipline correlate. Ho, poi, trascorso la maggior parte dei miei primi anni in Italia meridionale nell’indagine di siti urbani, prima l’antica Pompei e poi la Napoli medievale. Mi era già chiaro che le ragioni della loro fortuna, come per tutti i centri urbani, dovessero essere largamente legate alle campagne e agli alti e bassi della produzione agraria.

Era per me necessario conoscere meglio le campagne. Fu così che nel 1991, con il mio primo gruppo di studenti dell’Università di Lecce, in seguito ad un sopralluogo con l’amico Francesco D’Andria, iniziai a scavare il villaggio abbandonato di Quattor Macinarum (Quattro Macine), nell’hinterland di Otranto, menzionato per la prima volta nelle fonti scritte nel 1219, quando l’imperatore Federico II ne confermava il feudo all’arcivescovo di Otranto (Huillard-Breholles 1963, 1-2, p. 638ff). Gran parte del villaggio era sepolto sotto un uliveto, il quale ha limitato la forma e l’estensione dello scavo, quest’ultimo condotto attraverso una serie di piccole aree e trincee.

Sei anni dopo mi sono interessato ad un secondo villaggio abbandonato, questa volta sito in campi parzialmente coltivati a seminativo e parzialmente incolti per via della roccia affiorante: Apigliano, vicino Martano. Lì è stato possibile scavare per circa dieci anni in uno spazio aperto, poiché gran parte dell’insediamento risultava coperto da un sottile strato di terreno posto immediatamente sopra la roccia; suolo ora non particolarmente adatto all’agricoltura e pertanto poco sfruttato per piantagioni.

Sebbene Apigliano tra passato e futuro Paul Arthur − 10 − − 11 − entrambi i siti rappresentino meno dello 0,5% dei villaggi che dovevano esistere nel Salento meridionale nel tardo Medioevo, l’archeologia ci permette di farci delle idee sul passato, fornendoci informazioni riguardanti la vita rurale nell’area dalla fine dell’Antichità fino agli inizi dell’età moderna.

Piante dei resti di età bizantina e di età basso medioevo
Piante dei resti di età bizantina e di età basso medioevo

Il grande svantaggio nell’archeologia di Quattro Macine e di Apigliano è che risulta impossibile determinare quanto i due siti possano essere rappresentativi dei villaggi medievali dell’Italia meridionale in generale, come anche della Puglia meridionale. Questo problema è imputabile alla penuria di scavi di siti rurali medievali in questa parte dell’Italia, come anche, in realtà, all’esiguità di scavi nel resto del meridione. Purtroppo la mancanza di scavi è largamente causata dalla natura dei resti che non sono monumentali, né spettacolari e, anzi, sono spesso fortemente danneggiati.

Gli archeologi sono attratti prevalentemente dai castelli o dai grandi complessi ecclesiastici che, inoltre, sono spesso stati indagati (ma non sempre scavati bene) nell’ambito di progetti di conservazione e restauro ampiamente finanziati. A parte per alcune chiese e cimiteri, la natura estremamente fragile dell’archeologia dei villaggi rende improbabile la raccolta di molte informazioni se essi non sono soggetti a ricerche meticolose di lungo termine da parte di ricercatori specializzati. L’evanescenza dei resti di siti rurali di età medievale è dovuta anche al fatto che possono essere facilmente danneggiati dai moderni lavori agricoli. Quindi è probabile che, archeologicamente, Quattro Macine e Apigliano resteranno come siti rappresentativi dei villaggi medievali nel sud Italia, anche se non sappiamo quanto effettivamente essi lo siano. Pertanto, cosa possono dirci i due siti circa la vita rurale in età medievale nel sud della Puglia?

Innanzitutto, come tipo di insediamento, ci dicono qualcosa sulla loro cronologia. Gli studi storici dei villaggi medievali nel sud Italia tendono a non parlarne prima dell’età normanna, quando iniziano a comparire significativamente nelle fonti documentarie. Tuttavia, quando le fonti scritte sopravvivono, i villaggi (casalia) sono attestati già alcuni secoli prima, come nel caso dell’entroterra di Napoli, dove sono noti a partire dall’VIII secolo.

Gli scavi di Quattro Macine e Apigliano ci hanno ormai dimostrato che, nonostante le fonti scritte, in entrambi i casi gli insediamenti nucleati erano già apparsi in quel periodo, se non già nel corso del VII secolo. Questo è anche il caso del sito rinvenuto in loc. Scorpo, in agro di Supersano, dove un probabile villaggio sembra essersi formato già durante il VII secolo, per sopravvivere fino al IX. Inoltre, nei casi sia di Quattro Macine che di Apigliano, questi insediamenti nucleati sono sorti nei pressi di fattorie, la cui attività può essere datata alla Tarda Antichità se non prima. È quindi facile immaginare che entrambi i villaggi si siano sviluppati attraverso un processo di aggregazione intorno ad un presistente insediamento, forse composto da un singolo nucleo familiare.

L’idea che sottende l’aggregazione di insediamenti e la formazione di villaggi sembrerebbe trovare supporto in altri siti esaminati nel Salento attraverso le indagini di superficie, suggerendo un qualche “rimpasto” demografico durante il VI ed il VII secolo, che comunque prevedeva la sopravvivenza di alcuni vecchi insediamenti rurali che, per alcune ragioni, esercitavano una forza gravitazionale sugli abitanti vicini. Nonostante una sostanziale disgregazione dell’amministrazione centrale, la forma insediativa fu basata in parte sulla geografia insediativa romana, anche se tradotta in un sostanzialmente nuovo e stabile modello insediativo che durò fino alla fine del Medioevo e, talvolta, anche fino ai nostri giorni. Come suggeriscono i reperti mobili rinvenuti in questi due villaggi, dopo circa duecento anni di relativa autosufficienza, con un limitato contatto con il mondo mediterraneo, essi gradualmente entrarono in una nuova economia di mercato nel corso del IX secolo.

Ciò è dimostrato soprattutto dalla comparsa di monete bizantine in bronzo e da una sempre crescente circolazione di ceramiche che, dal X secolo, dovettero includere importazioni da altre aree dell’Impero Bizantino. Dopo la conquista normanna, una più dinamica economia permise investimenti nella costruzione e nella decorazione delle chiese di villaggio nelle quali si officiava sia il rito greco che quello latino (Safran, 2014). In questa fase di vivacità economica gli abitanti del villaggio dovettero godere di una più ampia dotazione di beni, come eloquentemente dimostra il rinvenimento di gioielli sepolti nelle tombe di donne che li avevano posseduti e indossati.

Almeno a partire dal XIV secolo questi monili, sebbene di bassa lega metallica, mostrano l’inserimento del Salento nelle mode che contemporaneamente erano rappresentative delle maggiori corti europee, da Londra a Parigi, Lisbona e Napoli. Le abitazioni contadine, invece, sembrano essere rimaste abbastanza semplici fino a quasi la fine del Medioevo, quando una concezione più stabile dell’insediamento consentì un maggiore utilizzo della pietra per le costruzioni, al posto dei tradizionali materiali utilizzati fino ad allora, legno e terra. Ancora non possediamo informazioni esplicite circa gli effetti dei cambiamenti climatici sull’ambiente e sulla popolazione o dei dati relativi alle varie crisi (carestie e pestilenze, in particolare la Morte Nera) registrati in molte parti dell’Europa e del Mediterraneo, in particolare durante la prima metà del XIV secolo.

Per ciò che riguarda il XIV secolo, è interessante notare l’assenza di monete dal sito di Apigliano dopo il primo quarto del secolo, nonostante la continuità di vita per più di cent’anni dopo, e che le monete più antiche rinvenute nelle sepolture appartengono a Filippo di Taranto, datate non più tardi del 1313. Dato che molte delle sepolture contengono monete, spesso associate con l’ultima deposizione, a meno che non vi sia stato un declino nella circolazione, sembrerebbe legittimo pensare che ci sia stato un sostanziale calo nel numero di sepolture nel cimitero indagato dopo la seconda decade del XIV secolo.

Sepoltura di donna con sacerdote e uomini nell'atto di coprire il sepolcro
Sepoltura ad Apigliano (immagine da internet archeologiamedievale)

Questa, forse, è una evidenza indiretta per la crisi e per il declino della popolazione, anche se è difficile dire se ne furono causa la carestia e la peste del 1348. Il numero delle persone che abitavano il Salento era già di nuovo in crescita a partire dalla fine del Medioevo, quando il meridione d’Italia divenne rifugio per coloro che fuggivano dalla Grecia e dai Balcani in seguito all’espansione ottomana in quei territori. Infatti, se molti villaggi medievali sopravvissero fino alla fine del XV secolo, lo shock di un declino della popolazione nel XIV secolo può essere stato uno dei fattori che portarono ad un profondo cambiamento economico segnato, tra l’altro, dalla razionalizzazione agricola, dalla riorganizzazione insediativa e dallo sviluppo edilizio che caratterizzarono il XV e XVI secolo.

Con così significative impennate economiche, sia intorno alla fine del primo millennio, sia verso la metà del millennio successivo, ci aspetteremmo momenti di maggior circolazione e varietà di beni alimentari, con possibili ricadute sul benessere e sulla salute umana (ed animale), così come un maggiore movimento di persone attraverso i confini politici e geografici. Con lo scopo di esaminare questi presupposti, così come con quello di indagare le generali condizioni di vita e di mortalità della popolazione, è stato messo a punto un progetto per analizzare i resti umani provenienti dai cimiteri salentini, due dei quali localizzati proprio a Quattro Macine, ed uno ad Apigliano.

Sfortunatamente, in tutti i casi, le sepolture scavate non si datano all’inizio dell’insediamento del sito durante l’alto Medioevo, ma sono cronologicamente attribuite al XIII e XIV secolo. Ciò ha posto immediatamente la questione di dove fossero sepolti i primi abitanti, e perché essi non fossero stati sepolti nei cimiteri a noi noti. È infatti sorprendente che in tutta la Puglia meridionale sono state rinvenute poche sepolture datate all’alto Medioevo e ai secoli immediatamente successivi, mentre la maggior parte è datata agli ultimi tre o quattrocento anni del Medioevo. Sebbene alcune deposizioni del XIII e XIV secolo indubbiamente contengano resti osteologici di defunti appartenenti allo stesso nucleo famigliare morti precedentemente, è improbabile che essi risalgano a molto più di cento o duecento anni prima (Arthur et al. 2007).

Fino a quando non saremo in grado di individuare e scavare un buon campione di individui datati tra il VI ed il XIII secolo, non solo sarà difficile spiegare perché così tante sepolture risultino mancanti nel nostro record materiale, ma anche molti aspetti della ricostruzione demografica rimarranno vaghi e incerti.

La nostra ipotesi di lavoro è che, durante il VI secolo, con la disgregazione dell’amministrazione centralizzata e la conseguente riorganizzazione demografica e insediativa, la pratica di sepoltura nelle campagne fu trasferita in aree che servivano una pluralità di insediamenti rurali sparsi. Se, per esempio, un cimitero fu utilizzato da tre diversi insediamenti, è possibile che esso venisse dislocato in uno spazio ‘centrale’, convenientemente accessibile a tutti e tre. Forse fu solo con l’istituzione delle parrocchie rurali e la loro identificazione con determinate chiese, e con un maggior senso di identità comunitaria ed individuale, probabilmente dal X secolo in poi, che i cimiteri gradualmente iniziarono a gravitare intorno ai singoli villaggi.

Questo è uno dei tanti problemi che l’analisi dei resti umani può aiutare a risolvere. Dopo il preliminare lavoro svolto dallo scomparso antropologo ed amico Trevor Anderson, le analisi antropologiche degli individui di Apigliano sono ora condotte da un’équipe della Michigan State University, sotto la direzione di Todd Fenton.

A questa ricerca abbiamo recentemente affiancato, in collaborazione con l’Università di York e con il team guidato da Michelle Alexander née Mundee (si veda Alexander et al. 2014), l’analisi degli isotopi di carbonio e di azoto dai resti umani ed animali in modo da evidenziare i modelli alimentari. Al momento abbiamo analizzato soltanto gli individui rinvenuti ad Apigliano, Quattro Macine e Miggiano (Muro Leccese), comprendendo solo un ristretto arco cronologico, principalmente del XIII e XIV secolo, sebbene speriamo di ampliare al più presto il range cronologico dei campioni rinvenuti nel Salento. Queste indagini sono integrate con analisi degli isotopi dei resti vegetali su campioni provenienti dagli stessi siti, in corso da parte dell’Università di Bari, in collaborazione con Girolamo Fiorentino, che dovrebbero aiutare nel ricostruire le condizioni climatiche locali.

Risultati preliminari da Apigliano e Quattro Macine mostrano come entrambe le popolazioni ebbero un accesso limitato ad alimenti altamente proteici, con una maggiore dipendenza dai cereali e solo un minore contributo dalle proteine animali (Rolandsen 2014).

Il modello alimentare appare simile a quello delle regioni del Mediterraneo orientale, compreso quello che si conosce della dieta bizantina. Detto questo, le numerose ossa animali rinvenute negli scavi, sebbene difficilmente decifrabili in termini di consumo di carne pro capite, mostrano una sostanziale dipendenza da ovicaprini, particolamente dall’VIII fino agli inizi del X secolo, dopodiché si assiste ad un maggiore equilibrio tra bovini e suini, apparentemente in linea con lo sviluppo economico. I bovini analizzati erano prevalentemente di età avanzata, il che significa che furono utilizzati principalmente per il lavoro nei campi. Un maggior ricorso ad attività mista dopo il X secolo è stato anche indicato dai dati antracologici, i quali precedentemente avevano mostrato una schiacciante preponderanza dell’ulivo.

Con l’incremento delle evidenze antropologiche, faunistiche e botaniche, dovrebbe essere più facile individuare i cambiamenti che si sono avverati tra la fine del Medioevo e gli inizi dell’età moderna, coprendo in particolare il periodo di ripresa agricola, un fattore fondamentale nella transizione. Sia Quattro Macine che Apigliano sono da annoverarsi tra i villaggi abbandonati del Salento, i quali costituiscono i due terzi dei villaggi menzionati nelle fonti scritte. L’abbandono, che deve essere attentamente datato insediamento per insediamento, non è solo il risultato di un probabile decremento della popolazione verso la fine del Medioevo, ma può considerarsi conseguente ad una riorganizzazione demografica. L’abbandono di vari insediamenti si contrappone al contestuale sviluppo di alcuni villaggi in centri pianificati, con strade regolari, un circuito murario di difesa, un fossato e, spesso, un castello collocato su un lato o un angolo.

L’abbandono di Apigliano, e presumibilmente di altri siti rurali, portò allo sviluppo di Martano e Zollino, come suggerisce la tradizione orale. Analogamente, l’abbandono di Quattro Macine e di altri villaggi probabilmente portò allo sviluppo di Palmariggi, Giurdignano e Minervino. Lo sviluppo del centro di Muro Leccese, noto come Borgo Terra, fu il risultato dell’abbandono dei villaggi medievali di Brongo, Miggiano e Miggianello. Queste evidenze sono il risultato di ciò che in Europa è conosciuto come rivoluzione agraria, che ha avuto esiti diversi a seconda delle caratteristiche del territorio e della società.

Così il XV e il XVI secolo vedono presso i paesi come Martano, Palmariggi e Muro Leccese, la nascita di terre o agro-towns, molte delle quali, come Apigliano e Quattro Macine, avranno iniziato la loro vita come piccoli villaggi durante l’età alto Medievale. Le trasformazioni nell’agricoltura, nella coltivazione, nell’allevamento di bestiame e nell’accumulazione di surplus, avrebbero dovuto condurre a migliori condizioni di salute e ad una maggiore crescita demografica della popolazione, quest’ultima incrementata dai movimenti di massa determinatisi a seguito dell’espansione ottomana in Grecia e nei Balcani durante il tardo XV secolo (sulle difficoltà di calcolare gli effetti negativi della peste del 1480/1 sulla popolazione in Terra d’Otranto, cfr. ora Poso 2011).

Probabilmente ciò ha creato manodopera ed energia per lo sviluppo urbano, sociale, culturale ed economico. I complessi meccanismi che governarono lo sviluppo del Salento, il quale, come gran parte del meridione d’Italia, non ha mai subito in pieno gli esiti di una rivoluzione industriale, devono ancora essere pienamente compresi. Tuttavia è difficile dubitare dell’enorme differenza tra gli insediamenti urbani e rurali intorno al Quattrocento con quelli di appena cento anni dopo, in seguito all’abbandono di molti villaggi e la redistribuzione della terra tra le nascenti agro-towns, le quali furono fondamentali nello sviluppo economico e sociale del meridione d’Italia almeno fino al ventesimo secolo (Arthur 2010). Le indagini sul Medioevo hanno inoltre contribuito a portare nuovi sviluppi nelle ricerche. Una base fondamentale per tutte le nostre analisi ed argomentazioni è la datazione.

Come spesso accade in archeologia, questo obiettivo è stato raggiunto grazie alla creazione di serie ceramiche e sequenze, unita a datazioni relativamente sicure fornite da evidenze numismatiche e tecniche scientifiche. Un notevole lavoro è già stato fatto con l’impiego del radiocarbonio per datare contesti stratigrafici chiave, attraverso l’analisi di 33 campioni organici provenienti dai due villaggi, accanto alla datazione di altri contesti medievali (in totale 51), in collaborazione con Lucio Calcagnile e il CEDAD (Università del Salento).

Questa ricerca ha aiutato molto nel creare un quadro cronologico della cultura materiale di età altomedievale e bizantina in Terra d’Otranto. Nel 2014, in collaborazione con Antonio Serra dell’Università del Salento, abbiamo intrapreso un nuovo programma di datazione della ceramica attraverso l’uso di nuove tecniche di analisi di reidrossilazione (RHX) (Buccolieri et al., 2012), concentrandoci, per scopi sperimentali, su ceramiche presumibilmente databili tra l’VIII e il X secolo. I risultati preliminari sono stati estremamente soddisfacenti, poiché tutti i campioni esaminati ricadono negli intervalli cronologici da noi già ipotizzati indipendentemente, in base a criteri tipologici e stratigrafici. L ’Altomedioevo nel Salento è ora piuttosto ben databile, aiutandoci così ad analizzare questioni riguardanti il declino dalla Tarda Antichità e i successivi momenti e modalità di recupero e di sviluppo economico e sociale.

Il tardo Medioevo ha beneficiato poi dalla recente comparsa dell’eccellente volume di Linda Safran, The Medieval Salento. Art and identity in Southern Italy (2014). Il libro è forse molto di più di ciò che il titolo suggerisce. Principalmente attraverso gli affreschi nelle chiese, la scultura e l’epigrafia, l’autrice esamina le identità e le interazioni dei vari gruppi etnici e religiosi che hanno composto e caratterizzato la popolazione salentina durante il Medioevo, ed è un grande piacere vedere che la Safran ha fatto un ampio uso delle scoperte archeologiche provenienti dagli scavi di Apigliano e di Quattro Macine.

Con una nota finale vorrei ricordare la ricostruzione in terra della chiesa medievale di Apigliano, realizzata durante la primavera del 2008. Ora, più di sei anni dopo la sua realizzazione, in seguito a varie stagioni fredde ed umide ed estati calde e secche, la chiesa in terra è ancora in condizioni eccellenti, nonostante una manutenzione trascurabile. Il suo tetto ricoperto di tegole di creta, le pareti intonacate e il basamento in pietra hanno creato un’adeguata protezione alle pareti in terra. Insieme agli aspetti importanti della ricostruzione, mi piacerebbe pensare che questo sia soltanto un primo passo verso la ricostruzione dell’intero villaggio, così come sta mirabilmente facendo l’amico Marco Valenti a Poggibonsi, vicino Siena.

Non mi rimane che ringraziare le tante persone ed istituzioni che hanno reso possibile la nostra ricerca. I finanziamenti sono arrivati da parte dell’Università del Salento, del Comune di Martano e della Regione Puglia, mentre il permesso di scavare è stato dato dalla famiglia Mancarella, dal Comune di Martano e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia. Naturalmente, niente di tutto questo lavoro sarebbe stato possibile senza l’aiuto, nel corso degli anni, di numerosi amici e studenti dell’Università del Salento e non solo. Saranno tutti menzionati individualmente nelle relazioni di scavo e spero che molti di loro ricorderanno l’esperienza di Apigliano con grande affetto