IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

LE BATTAGLIE DI TANNENBERG E DEI LAGHI MASURI

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Hindenburg a Tannenberg

Hindenburg a Tannenberg

di Eliano BELLANOVA

Mentre gli ultimi «spiccioli» di belle époque sono liquidati dal tragico attentato di Serajevo del 28 giugno 1914 a Francesco Ferdinando d’Austria e alla consorte Sofia Chotek, in Francia l’affaire Cailleaux domina i salotti ciarlatani, dove etere notturne spiano galanti occasioni di avventure esibendo le prime nudità «inferiori» con le «gonne corte», nonne delle moderne minigonne.

Le Cancellerie europee si mettono in movimento e la stampa viennese accusa apertamente il Governo serbo di collusione con gli attentatori della Mlada Bosna e della Narodna Odbrana, affiliate alla famigerata Mano Nera, che avevano armato la mano di Gavrilo Princip, uno studente serbo-bosniaco infiltrato nelle Regioni soggette all’Austria.

Dura quindici giorni il tragico balletto di picche e ripicche fra le Cancellerie di Belgrado e Vienna, mentre le altre Nazioni sembrano spettatrici impotenti. Il 20 luglio il processo Cailleaux finisce sui giornali, sciorinando tutti i particolari fin allora inediti e scandalosi. Il 23 luglio l’ultimatum austriaco alla Serbia strappa dal torpore la vecchia Europa. In quello stesso giorno lo sciopero di Pietroburgo è represso a colpi di sciabola dalla cavalleria zarista, che semina non poche vittime.

Il 25 luglio il barone Von Giesl, Ministro austriaco in Serbia, senza ambagi si dichiara insoddisfatto delle risposte di Belgrado all’ultimatum, che, pure, era stato accettato per intero, salvo il punto che prevedeva la presenza di giudici austriaci nel processo Princip, per la quale cosa Pasic richiedeva l’intervento del Tribunale Internazionale dell’Aja.

Il 28 luglio scade l’ultimatum e l’Austria mobilita. Il Conte Berchtold fa affiggere in tutte le città il celebre proclama che giustifica la decisione del suo Governo, mentre a mezzogiorno del 29 luglio la Corte d’Assise della Senna pronuncia la sentenza di assoluzione della signora Cailleaux. Da poco sono cadute le prime vittime della guerra mondiale. Guglielmo II di Germania, braccia diseguali, istrione come Nerone e militarista come Napoleone, reo di aver spinto l’Austria all’intransigenza, dal 3 agosto è della partita: le sue truppe violano la frontiera belga, dopo il laconico ultimatum richiedente il transito delle truppe imperiali, con il falso pretesto che le armate francesi avrebbero puntato su Namur di lì a poco. La Russia, madre protettrice dei fratelli slavi, si reca in aiuto della Serbia e mette in difficoltà l’Austria nel settore Sud. Malgrado la lenta mobilitazione, le sue truppe avanzano anche nel settore Nord della Prussia Orientale approfittando del gravoso impegno tedesco sul fronte occidentale. Ad  Eylau (dove Napoleone aveva vinto 107 anni prima) i cosacchi incalzano i tedeschi, che, sotto la guida del generale Hindenburg, operano una ritirata strategica verso la Regione Masuriana. Il Granduca Nicola, generalissimo dell’esercito russo, lancia in direzione della Prussia Orientale due corpi scelti: uno al Nord del Niemen agli ordini di Rennenkampf, e l’altro al Sud al comando di Samsonov. Essi hanno l’ordine di operare dapprima parallelamente e poi concentricamente. Mentre Rennenkampf avanza incontrastato, Samsonov lancia imprudentemente le sue avanguardie fino alla foresta di Tannenberg, costeggiante i Laghi Masuri, con l’obiettivo di conquistare Osterode. Di lì a poco un aereo russo atterra nei pressi del Quartier Generale. Ne scende un ufficiale di Stato Maggiore con un plico suggellato contenente l’ordine del Granduca Nicola di avanzare a tutti i costi. Samsonov esegue l’ordine di impelagarsi negli acquitrini impenetrabili dei laghi Dammerau, Tauer, Muchlen, Mauer, Condi, Daday e Lautern, che non erano stati mai prosciugati per ragioni strategiche e sui quali proprio Hindenburg, quando era semplice maggiore, aveva compiuto studi approfonditi e minuziosi, consegnati agli archivi militari.

Le truppe russe sono sfinite dalle marce estenuanti e dai rifornimenti imperfetti. Impantanate nella palude sabbiosa, dove affondano fino alle ginocchia, esse si vedono decimare dalle mitragliatrici nemiche. Nel solo Lago Lautern ne periscono decine di migliaia. Samsonov, pazzo dalla disperazione, chiede l’aiuto di Rennenkmpf, che ignora l’appello del cannone, da nuovo Grouchy, per l’odio incoercibile che nutre verso il collega. Già nel 1905 a Liao-Yang, nel corso della guerra russo-giapponese, Samsonov con i suoi cosacchi, schiacciati dai nemici più numerosi, aveva dovuto rinunciare alla difesa delle miniere di Yentai, proprio perché Rennenkampf rifiutò di soccorrerlo. Vi fu una spiegazione tempestosa fra i due comandanti, nella stazione di Mukden, che generò successivi insanabili dissapori.

Samsonov, conscio del disastro, telefona a Varsavia, al Granduca Nicola; narra la storia dell’aereo e chiede soccorso. Gli viene risposto che la storia dell’aereo è sua invenzione, motivo per cui sarebbe stato severamente biasimato. Come un vecchio cosacco, allora, alla testa delle sue truppe, sfida la morte, che non lo vuole. Ritorna quindi al suo ufficio di Tannenberg, afferra la pistola d’ordinanza e l’avvicina alla tempia bruciandosi il cervello. Lo rinverrà cadavere un aiutante all’alba successiva.

Messo fuori combattimento Samsonov, Hindenburg, grande uomo d’armi, si volge verso Rennenkampf e gli infligge una sanguinosa disfatta. Poi decide di acquartierarsi per non ripetere l’errore compiuto da Napoleone con la Grande Armée.

Paul Von Rennenkampf, Generale russo di origine baltico-tedesca, fu accusato di sentimenti filo-germanici e di non essere accorso al segnale di soccorso di Samsonov.

Allorché il Granduca Nicola fu informato della situazione, tentò di prendere misure atte a scoraggiare il nemico. Ma, mentre attraversava il vestibolo dell’Hotel Bristol, notò una folla di uniformi di colore grigio, avvinghiate nel ballo e accompagnate dalle languide melodie di un’orchestra tzigana e da maruske compiacenti e fascinose. Si appurò che diciassette erano ufficiali dell’armata scomparsa di Samsonov, fuggiti vilmente per rifugiarsi nelle retrovie. Lo Zar, intanto, viaggiava in treni blindati, depistando il terrorismo anarchico con diversi sosia e rallentando i rifornimenti. Rasputin, sopravvissuto al pugnale di Hionia Gusseva, una prostituta ninfomane, prodigava benedizioni alle truppe e… alla zarina sempre in pena per l’emofilia del figlio Alessio. Quando, alla fine del conflitto, si iniziò a fare luce sulla trappola dei Laghi Masuri si appurò che Sergey Nicolaievic Miasoiedov, capo del servizio informazioni della decima armata zarista, era stato in rapporti d’intelligenza con i tedeschi, che informava quotidianamente dei movimenti delle truppe russe. Il fatto fu tacitato. Il comunismo incalzava e poneva altri allarmanti quesiti, specie dopo Lenin.

Hindenburg, il kaiser Guglielmo II e Lüdendorff nel 1917
in un Consiglio di Guerra

La cronaca reclama i suoi diritti. La battaglia di Tannenberg (26-30 agosto 1914) fu un bagno di sangue: i Russi patirono 50.000 morti e lasciarono  ai nemici 92.000 prigionieri, che costituivano quasi tutta l’Armata di Samsonov. La battaglia dei Laghi Masuri (7-14 settembre 1914) vide perire 70.000 russi. I prigionieri furono 45.000. In entrambe i tedeschi ebbero perdite trascurabili e si impadronirono di ingenti quantità di materiale bellico.                              

Il Generale russo Aleksandr Vasil’evič Samsonov, 
suicida dopo Tannenberg

Hindenburg e Lüdendorff a Tannenberg

SADOWA

(Guerra austro-prussiana)

(3 luglio 1866)

Un’immagine storica della Battaglia di Sadowa

Sadowa è località boema sul fiume Bistritz e vide contrapposti due dei più potenti eserciti di tutti i tempi agli inizi di luglio 1866.

Fiduciosi nella loro tradizione militare, che traeva dall’Impero Romano, gli Austriaci supponevano di dover prevalere sui prussiani e quando il generalissimo Benedeck lanciò il suo grido di guerra aveva ai suoi ordini un esercito molto compatto e addestrato.

Ludwig von Benedeck, Comandante austriaco

Gli eserciti in campo erano quasi a parità di forze: 221.000 uomini e 780 cannoni i Prussiani; 215.000 uomini e 770 cannoni gli Austriaci.

Il piano di Benedeck consisteva nel tenere separate le tre armate avversarie e ciò, in un primo momento, gli riuscì.

La prima Armata del Principe Federico Carlo partì subito all’attacco e il generale Herwart accorse sul luogo della battaglia con l’Armata dell’Elba. Tuttavia lo schieramento austriaco, tenuto compatto e saldo, respinse gli avversari e passò al contrattacco.

La battaglia divenne aspra e sanguinosa e l’esito restò incerto per molto tempo. Lo sfondamento operato da Benedeck del fronte prussiano stava per consegnare all’Austria l’ennesima vittoria, quando Moltke chiese l’intervento della II Armata, che si era attardata a raggiungere il fiume Bistritz.

Il Comandante prussiano H. K. B. Von Moltke

A mezzogiorno la Seconda Armata Prussiana prese contatto con gli Austriaci, aprendo il fuoco sull’ala destra, già duramente impegnata.

Sadowa per questo riecheggia Waterloo.

Lo schieramento austriaco, compatto e saldo fino a quell’ora, fu disordinato dall’attacco nemico che si rivelò decisivo.

Benedeck diede l’ordine di ritirata, dopo avere invano invocato la resistenza ad oltranza.

Gli Austriaci persero 44.000 uomini,  compresi 21.000 prigionieri, e 187 cannoni. I Prussiani subirono perdite minori: oltre 9.000 uomini.

Tuttavia l’avanzata tedesca non fu tranquilla. Nell’inseguimento verso Vienna, gli Austriaci operarono molti contrattacchi, con perdite umane da ambo le parti.

Il 19 luglio l’Austria ritenne di non poter proseguire la lotta e stipulò una tregua, che si tramutò in pace il successivo 19 agosto.

L’accordo di Praga del 23 agosto sanzionò la fine delle ostilità.

L’Italia, che si era alleata alla Prussia per ottenere compensi territoriali, fu sconfitta a Custoza e Lissa, chiudendo ingloriosamente la Terza Guerra d’Indipendenza. Il Veneto fu consegnato a Napoleone III perché, a sua volta, lo trasferisse all’Italia.

La Battaglia di Sadowa in un dipinto olio su tela (1869)
 di Georg Bleibtreu

L’Austria, in conseguenza della sconfitta subita a Sadowa (secondo altri storici, anche Königgraetz), riconobbe ampia autonomia all’Ungheria, che godette di un suo Parlamento a Budapešt e di un’ampia rappresentanza a Vienna, augurando nel 1867 la duplice monarchia. Fu così che l’Impero Austriaco (già Sacro Romano Impero fino al 1806) divenne Impero Austro-ungarico, sollevando i dissensi dei fedelissimi della “marca tedesca” nei confronti dell’Imperatore Francesco Giuseppe, reo anche di aver perduto ampie province in Italia e in Germania, dove l’egemonia prussiana si affermava sempre più.

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