IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Servillo e Tre modi per non morire

Lo spettacolo, scritto a quattro mani con l’amico e scrittore Giuseppe Montesano, è una riflessione sulle opere di Baudelaire, Dante e i Greci e va in scena a Bologna nel teatro Arena del sole dal 12 al 14 gennaio

di Gabriele Zompì

All’Arena del sole di Bologna appare solo sul palcoscenico privo di scenografia e buio, in cui un occhio di bue illumina il leggio e un microfono sostenuto dall’asta, è lui: Toni Servillo.

Indossa scarpe nere, pantaloni grigi e camicia grigia, nessun colore dunque e nessun brand da evidenziare, indice della semplicità e soprattutto del desiderio di attirare l’attenzione del pubblico solo sulle sue parole e sulla sua gestualità.

Ed ecco dunque che in questo clima comincia a leggere il testo scritto a quattro mani con il suo amico e collaboratore Giuseppe Montesano, anche lui napoletano e autore di numerosi romanzi e saggi e vincitore di altrettanti premi letterari.

Dalla loro riflessione sugli scritti di Baudelaire, Dante e i grandi miti della letteratura e della poesia greca è nata l’idea di scrivere il testo a cui è stato dato il nome Tre modi per non morire, che è anche il titolo dello spettacolo.


La serata si apre con i versi di Baudelaire che, in Monsieur Baudelaire, quando finirà la notte? racconta come la bellezza combatta la depressione e l’ingiustizia; prosegue con Le voci di Dante, dove i celebri personaggi della Commedia ci appaiono legati tra loro da un racconto che li illumina a partire dal presente; approda infine a Il Fuoco sapiente dei Greci, in cui poesia e filosofia accendono una visione capace di immaginare il futuro.


La lettura comincia in modo solenne, da grande attore di teatro, con inflessioni e ritmo del teatro classico, poi pian piano la dissertazione, che è quasi un colloquio con il pubblico, si fa più sciolta, quasi confidenziale, sino ad arrivare alla fine a far emergere la napoletanità di Servillo, che usa termini ed espressioni anche in vernacolo.

Questo fa sì che il pubblico avverta la usa vicinanza e la sua semplicità, non da attore affermato e conteso dalle grandi produzioni, ma quasi da persona comune che intende far capire e conoscere al grande pubblico il senso profondo e il messaggio dei grandi capolavori di autori del passato.

«Sarò come un musicista – afferma Toni Servillo, nel programma di sala della produzione – che interpreta quella partitura che corrisponde esattamente a se stesso, come un Glenn Gould che, mentre suona, vive più pienamente o come Svjatoslav Richter che, fedelissimo alle note di Schubert, sentiamo suonare per la sua stessa sopravvivenza e felicità. (…) Ci interessa il momento presente in cui l’interprete e il pubblico si sentono intrappolati in una medesima dimensione, qualcosa di più del tradizionale “attimo fuggente” del teatro».


Non mancano poi le stoccate finali alla nostra vita quotidiana contemporanea, fatta di smartphone e tecnologia sempre più sofisticata, la quale rischia di nascondere e soffocare l’anima e l’essenzialità della vita reale, quasi come se fossimo “uomini chiusi in caverne” ad osservare riflessi di ombre e schermi, senza mai guardarci intorno.


Alla fine Servillo si congeda dal pubblico con una frase, che è anche un invito rivolto a tutti, vecchi e giovani: “…che il fuoco della cultura divampi!”

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