IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Una conversazione sulla scuola elementare tra gli anni cinquanta e il duemila

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di Vincenzo Fiaschitello

“E oggi tocca a te Luigi, uomo di scuola, che per oltre cinquant’anni hai avuto modo di conoscerla bene”, disse Mario. Così riprese quel mattino la conversazione fra tre amici che si davano appuntamento all’ombra di un platano, seduti su una panchina. Si erano proposti di raccontare da pacifici pensionati l’esperienza lavorativa della loro vita. Già Mario e Edoardo lo avevano fatto: il primo come ingegnere delle ferrovie, il secondo come impiegato di banca, raccontando cose piacevoli e a volte anche drammatiche.

-Mi tornano ancora in mente, iniziò a parlare Luigi, i visi dei bambini del mio primo anno di insegnamento. Era una pluriclasse, in un paesino di montagna, dieci alunni di diversa età dalla prima alla quinta elementare. La scuola era ospitata in una piccola stanza a pianterreno, un tempo adibita a stalla, perché da un lato si vedeva ancora il profilo della mangiatoia.

Al mattino erano gli stessi alunni che accendevano la stufa e la alimentavano con la legna che portavano da casa. A loro dovevo insegnare a leggere, scrivere e far di conto.

Venivano a scuola con fierezza, puliti, con fiocco e grembiule. Mi commuovevano il loro impegno, la loro fiducia in me, la gentilezza d’animo e la generosità. Mi insegnarono molte cose: i nomi di alberi, i comportamenti degli animali, la previsione del tempo, l’innesto delle piante, l’amore per la natura e per gli animali. Quando morì Rondinella, il cane bastardo che ogni mattina li accompagnava fino a scuola e poi li aspettava all’uscita, fu un giorno molto triste. Scrissero, come sapevano scrivere, il loro dolore, si lamentarono della cattiveria di certi uomini che avevano avvelenato Rondinella e lo avevano fatto morire tra atroci sofferenze. Prepararono una piccola targa con il nome del cane e la data della sua morte e la inchiodarono sulla porta della scuola.

Mi accorsi da quell’episodio che non era affatto vero che era difficile far scrivere gli alunni. Se avessi assegnato un tema generico del tipo: “Parlate del cane”, probabilmente non ci sarebbe stato lo stesso felice risultato. Capii che bisognava, quindi, smuovere i loro sentimenti, abituarli a interrogarsi, a esprimere con parole adeguate ciò che provavano.

Avevo concordato con loro che al mattino, ciascuno liberamente potesse raccontare brevemente quel che aveva pensato, fatto e visto il giorno prima. Un mattino Pasqualina, una bimbetta di nove anni, vispa e molto concreta, cominciò a raccontare che all’alba a casa sua era successo un fatto straordinario. Muggiti dalla stalla, rumori e gente che si affrettava per casa e chiamava a voce alta, la svegliarono. La mucca aveva partorito un bel vitellino. “Sono andata a vederlo e, appena nato, stava già in piedi! Signor maestro, quando sarò grande voglio fare la veterinaria!”

I compagni si misero a ridere. Io li rimproverai e dissi: “Fa bene Pasqualina a esprimere questo desiderio. Anche voi dovete farlo e se trasformate i vostri desideri in sogni e lavorerete per realizzarli, vedrete che un giorno diventeranno realtà”.

Un altro giorno, Giuseppe raccontò: “Domenica scorsa con la mia famiglia sono andato al santuario di sant’Antonio. Il babbo ci ha accompagnato col carretto, ma è rimasto fuori a guardia della mula che è un po’ pazzerella. Io, mia madre, mia nonna, mia sorella sposata, siamo entrati in chiesa e abbiamo pregato sant’Antonio di fare la grazia a mia sorella di avere un figlio. Forse non ci siamo spiegati bene o forse sant’Antonio non ha capito la preghiera in dialetto di mia nonna, perché ieri abbiamo saputo che il bambino lo aspetta la mia sorella più piccola che non è sposata. Il babbo e la mamma hanno litigato di brutto e poi lui è andato a ubriacarsi in osteria”.

Ecco spuntare l’osteria come il luogo naturale dove annegare nel vino le angosce, la disperazione, i guai della povera gente. E, dunque, più che suscitarmi il riso, la disavventura di quella famiglia mi spiattellava una verità antica che i miei freschi studi di pedagogia mi richiamavano. Ricordavo il buon Enrico Pestalozzi, svizzero, ma di origini italiane, che in un ponderoso romanzo “Leonardo e Gertrude”, mostra l’abiezione di personaggi che sprecano la vita in osteria, che non hanno rispetto per la famiglia, che vivono in povertà sperperando il poco che possiedono. L’educazione può elevare l’uomo. Ed egli stesso condusse in varie occasioni a Neuhof, a Stans, a Burgdorf, a Yverdon, esperienze significative, al tempo in cui la Svizzera non era la Svizzera degli orologi, delle banche, del benessere, così come la conosciamo oggi. Ma non dimentichiamo che grazie a quegli impulsi educativi, continuati poi da pedagogisti ed educatori come Rousseau, Froebel, Ferrière, Piaget, è anche la Svizzera dei collegi, dove va a studiare l’élite dei giovani d’oggi.

La tradizione educativa italiana non è da meno, se solo pensiamo a educatori come Ferrante Aporti, la Montessori, le sorelle Agazzi, che ebbero un carisma educativo non comune con i bambini piccoli prima dei sei anni. Credettero che una società democratica e libera si costruisce educando tutti a partire dalla più tenera età. Coloro che comprendevano bene questo ed erano illiberali si affrettarono ad avversare la scuola per tutti, compresi gli stessi asili d’infanzia. Fu il caso per esempio di personaggi come Monaldo Leopardi (padre di Giacomo Leopardi), come il gesuita Carlo Maria Curci, i quali si prodigarono con articoli vari sulla stampa a denigrare gli asili per il popolo e a dichiararne l’inutilità.

Non c’è molto da meravigliarsi, perché in tempi non lontani un governo italiano, quello di Aldo Moro, dovette dimettersi proprio per i problemi che riguardavano la scuola materna. Molti non erano pronti ad accogliere l’idea che lo stato dovesse occuparsi direttamente dei bambini dai tre ai sei anni, perché ritenuta una età fondamentale per lo sviluppo della personalità.

-Ma, scusami Luigi, come è possibile che oggi abbiamo maestre che, come si vede dalle immagini delle telecamere nascoste dai carabinieri in certe scuole, maltrattano i bambini in maniera così vergognosa da suscitare non solo l’ira dei genitori, ma anche la nostra più netta condanna.

-Cari amici, questo è vero, ma cerchiamo di non generalizzare. Anche oggi ci sono maestre che lavorano a scuola con passione, che hanno fatto propria la lezione indimenticabile della Montessori sulla scoperta del bambino, sulla valorizzazione del gioco, sull’affinamento delle capacità sensoriali, ecc. Accanto a personaggi geniali come le figure che ho ricordato, anche in passato nella scuola erano diffusi comportamenti che oggi condanniamo senza indulgenza. Pensate per esempio all’uso legittimo della verga, quella verga che persino negli istituti religiosi un tempo non mancava mai. Quasi sempre il maestro non la usava direttamente, ma tramite un aiutante con lo specifico compito di infliggere la punizione allo sfortunato alunno di turno, addirittura a “cielo scoperto”, cioè con i calzoni abbassati. E l’educatore non mancava di mettere a posto la sua coscienza col dire che la verga che ha colpito l’alunno sarebbe “fiorita”.

Entriamo nel merito delle punizioni corporali a scuola. E’ ovvio che oggi la nostra sensibilità ci induca senza alcun dubbio a escluderle, anche perché considerate reato dal nostro codice. E quando si verificano casi in cui il docente vi ricorre, giustamente ci scandalizziamo. Il problema è, dunque, tutto dalla parte del maestro che deve avere non solo una buona cultura, ma anche una capacità sperimentata di conduzione della classe quella che un tempo si chiamava “vocazione”.

Ecco, cari amici, la vocazione, la missione del maestro!

Questi erano i termini che accompagnavano la professionalità di chi si dedicava alla scuola, pensando alla educazione dei bambini abbandonati, delle classi povere, degli ambienti più arretrati. Ciò che fecero educatori come Tolstoj a Jasnaja Poljana; come Giovanni Cena, Felice Socciarelli, che nonostante le avversità dell’ambiente (malaria, povertà, opposizione dei ricchi latifondisti), aprirono scuole nei granai abbandonati, nelle capanne, all’aperto sotto una tettoia; come in tempi più recenti un educatore dotato di eccezionali qualità morali e di sensibilità democratica, don Lorenzo Milani a Barbiana. Tutto ciò per dire che nessuno si deve perdere lungo il percorso evolutivo e dunque gli sforzi degli educatori debbono essere rivolti verso i più deboli, verso coloro che la vita e la natura non sono stati generosi nel concedere i loro doni. Di conseguenza la missione dell’educatore non può trascurare tutti coloro che un tempo venivano relegati nelle scuole speciali e nelle cosiddette classi differenziali. Non si può negare che quello fu un momento traumatico per la scuola, sia per l’impreparazione di gran parte dei docenti, sia per l’insufficiente predisposizione di strutture e sostegno adeguati.

-C’è secondo te Luigi, intervenne Edoardo, un nesso, un filo rosso che lega questa volontà di non lasciare separati i ragazzi disabili da quelli cosiddetti normali, con l’impegno di quei pochi, primo fra tutti Franco Basaglia, di riportare i malati di mente nella famiglia e nella società civile e chiudere i manicomi?

-Certo che sì. Il movimento di idee è identico. Si tratta di non allontanare i “diversi” dal resto dell’umanità, proprio perché si constatava che la separazione aggravava lo stato di inferiorità e diversità e non lo migliorava. E’ una spinta che nasce da un più giusto ed equilibrato senso di giustizia, di rispetto di ogni essere umano a prescindere dallo stato di salute.

Dopo un primo comprensibile smarrimento, i docenti aggiornano la loro preparazione, ma al tempo stesso non danno scampo ai responsabili della politica di nascondersi dietro il “paravento” della missione, della vocazione, del sacrificio del docente, per cui questi non dovrebbe guardare troppo all’aspetto economico. Di fronte alle accresciute esigenze nascono con maggiore insistenza le rivendicazioni sindacali. Non ci vuol molto ad accorgersi che il maestro ha una retribuzione minima, ultimo fra tutti i lavoratori. Un fatto che di lì a poco porterà alla fuga dei docenti maschi e alla femminilizzazione della scuola con grave pregiudizio educativo.

Ora che la scuola richiede un impegno totale, chi ha famiglia non è più in grado di sopravvivere. Un tempo il maestro, dopo l’orario di lezione, svolgeva un’altra attività. Pochi erano gli impegni oltre le ore di lezione: al maestro si chiedeva di tener in ordine il registro di classe, di redigere la “cronaca” dei fatti principali che accadevano e che coinvolgevano gli alunni. Forse la cronaca è uno di quei pochi documenti interessanti che consentono una ricostruzione della vita della scuola di un tempo, specie nel caso di docenti molto scrupolosi. Spulciando negli archivi di alcune scuole, ho letto alcune cose interessanti: come gli alunni vissero il dramma della famosa “tenda rossa” di Umberto Nobile durante la spedizione al polo nord, le visite in Italia di re, regine, imperatori, famosi personaggi.

Ovviamente per correttezza debbo anche dire che visionando certe tabelle di statistiche, di richieste di notizie varie, ho notato molti dati assurdi, quasi sicuramente perché sicuri che nessuno li avrebbe controllati. A tal proposito ricordo l’episodio cui ebbi occasione di assistere da giovanissimo insegnante: una collega, anche lei alla sua prima esperienza, alla fine dell’anno scolastico, si trovò coinvolta nella elaborazione di statistiche che la prostrarono fino al pianto. Un collega più anziano prese tutte le tabelle e nel giro di pochi minuti riempì tutti gli spazi previsti con dati a caso, dicendo: “Non ti preoccupare collega, tutto fatto. Tanto queste carte non le leggerà mai nessuno!”

Con la tecnologia di oggi questo probabilmente non accade più: relazioni, informazioni, programmazioni, documentazione varia, vengono trasmesse on line e con un semplice clic tutto può essere visionato.

-Qual è stato secondo te, domanda l’ingegnere, il momento in    cui si è verificato un cambiamento radicale della scuola, ovvero l’abbandono del nozionismo?

-Secondo me i momenti cruciali sono stati due: il primo, all’inizio del ventesimo secolo con il movimento della cosiddetta Scuola Attiva, sostenuto da studiosi come Adolphe Ferrière e John Dewey. Si era ancora immersi nel clima di una corrente filosofica, il positivismo, che aveva diffuso ottime idee attraverso i programmi scolastici che miravano a salvare una vasta popolazione dall’analfabetismo e a guardare alla utilità del sapere. L’aritmetica doveva “servire” al ragazzo che, lasciando la scuola, doveva far bene i conti in bottega. Qualche studioso come Aristide Gabelli aveva provato a cambiare il tiro quando si era pronunciato a favore “di una testa ben fatta, piuttosto che una testa ben piena” dell’alunno, ma si trattava soltanto di affermazioni di principio, che non ebbero un seguito. La svolta vera si ebbe quando si capì che l’alunno a scuola non poteva restare soltanto seduto ad ascoltare il maestro, ma doveva essere coinvolto nella costruzione del sapere. Quindi bisognava fare agire l’alunno, farlo partecipare e aiutarlo a capire, mediante il fare, quel sapere che si trova sui libri già concluso, già sintetizzato da altri, senza domandarsi del lungo e lento processo per arrivarci.

Il secondo importante momento si ebbe agli inizi degli anni sessanta del secolo scorso, quando ci si accorse del drammatico ritardo della scuola occidentale, dopo che i russi avevano lanciato nello spazio il primo Sputnik. Uno studioso, Jerome Bruner, nel 1959, presiedendo il convegno dell’Accademia Nazionale delle Scienze a Woods Hole, senza mezzi termini fece capire che il “gap” tecnologico era dovuto al fatto che la scuola bamboleggiava troppo con il fare, a volte ripetitivo e ritardante. Si deve accelerare, aver più fiducia nelle capacità cognitive dell’alunno. Si deve iniziare molto presto, perché già i primi anni di vita del bambino sono fondamentali. Il segreto è quello di non attendere che la mente maturi per certi compiti, ma che la scuola con la sua offerta anticipatrice può accelerare la maturazione. Ed ecco allora vediamo messa da parte, per esempio, l’aritmetica da bottegaio per far spazio addirittura ad una disciplina universitaria, come l’insiemistica. E così, il piccolo anche a livello di scuola materna viene avviato ai concetti di insieme, sottoinsieme, corrispondenza biunivoca, ecc. E’ il trionfo della psicologia della Gestalt; si abbandona definitivamente il comportamentismo di  Burrhus Skinner, che considerava la mente umana come una tabula rasa che riceve stimoli sensoriali. Prevale l’idea di mente intesa, invece, come sistema razionale organizzativo con schemi intrinseci che, appunto “sistemano” le percezioni esterne.

I programmi si aggiornano, si diffondono le mappe concettuali e l’alunno, lo studente, viene avviato a una forma di sapere più sistematico, razionale, ordinato. Quanta strada se solo si guarda ancora agli anni cinquanta del secolo scorso, quando nella scuola elementare che frequentavo il testo di lettura era intitolato “Nel tuo cuore vorrei…” e il sussidiario “Mago sapere”. Si era, come si intuisce dai titoli, in una scuola che mirava certamente ai buoni sentimenti da un lato, e dall’altro all’accettazione di un modo talmente superficiale del sapere  che potesse essere elargito dal classico vecchio con la barba bianca.

-Credo che per oggi, disse Edoardo, abbiamo appreso tanto sulla scuola. Ah, dimenticavo, come sta il tuo cane? E’ da tanto che non ti segue più come prima!

-Purtroppo non sta bene; ieri l’ho portato alla clinica veterinaria e con mia grande sorpresa ho ritrovato Pasqualina, la bimba della pluriclasse. E’ stata lei a riconoscermi e, orgogliosa, mi ha detto che furono le mie parole di allora ad aiutarla a coronare il suo sogno di diventare veterinaria. Vi assicuro, amici, che è stato un incontro davvero felice!

Accompagnato dal gridìo allegro di una schiera di bambini, il sole tramontava dietro la collina verdeggiante di ulivi.

Vincenzo Fiaschitello

Nato a Scicli nel1940. Laurea in Materie Letterarie presso l’Università di Roma

(1966) e Abilitazione all’insegnamento di Filosofia e Storia nei licei classici e

scientifici; pedagogia, filosofia e psicologia negli istituti magistrali (1966). Docente

di ruolo di Filosofia e Storia nei licei statali e Incaricato alle esercitazioni presso la

cattedra di Storia della Scuola alla Facoltà di Magistero Università di Roma.

Direttore didattico dal 1974, preside e dirigente scolastico fino al 2006. Docente nei

Corsi Biennali post-universitari. Membro di commissioni in concorsi indetti dal

Ministero P.I.

E’ autore di vari saggi sulla scuola, di opere di poesia e di narrativa.

E’ presente nell’Antologia R. Pasanisi (a cura di) “Le mattine sono ancorate come barche 

in rada”. La poesia italiana contemporanea, Edizioni dell’Istituto di cultura di Napoli, 2023

Attualmente è redattore della Rivista culturale telematica “Il Pensiero Mediterraneo”

(Redazione di Roma).

Vincitore della XXXIX edizione (2023) del Premio dell’Istituto Italiano di Cultura di

Napoli e della rivista internazionale “Nuove Lettere” per la raccolta edita di racconti

“Ginevra, racconti storici e non”, Avola, Libreria Editrice Urso, 2021.

Il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, su proposta del Presidente del

Consiglio dei Ministri, lo ha insignito della onorificenza di Commendatore ordine al

merito della Repubblica Italiana (2 giugno 1997).


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