IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

“ Gerardo e la cagnetta Romilda”, un racconto di Vincenzo Fiaschitello

Cane che stana l'uccello

Gerardo restava affascinato dai discorsi che il suo amico gli andava facendo mentre la sera passeggiavano lungo il viale dei platani fino all’ultima casa, circondata da un’alta recinzione con le finestre sempre chiuse, che segnava lo spalancarsi della campagna.

-Tu non puoi nemmeno immaginare quali sensazioni si provino andando a caccia, specialmente nel momento in cui il tuo cane riesce a stanare una lepre dal suo nascondiglio e dopo una corsa sfrenata, che può durare anche una intera ora e più, te la spinge fin quasi ai tuoi piedi e tu con prontezza le fai la festa con un bel colpo di fucile. Naturalmente ti devi subito sdebitare con il tuo cane: apri con il coltello il ventre della preda e offrigli le interiora. E’ la ricompensa che rafforza il comportamento del cane per le prossime volte, né più né meno di quanto accade alle persone. Il tuo datore di lavoro, per esempio, ti dà il rinforzo ogni qual volta ti incentiva con il salario a fine mese!

-Mi piacerebbe diventare un bravo cacciatore come te!

-Non è difficile. Tu mi hai detto che durante il servizio militare ti sei distinto per l’ottima mira, quindi non ti resta altro da fare che procurarti un buon fucile da caccia e un ottimo cane. Per l’appunto c’è un mio amico che da qualche tempo non può più andare a caccia perché è molto malato e ha perso quasi completamente la vista. A lui posso dire se ti cede, a un prezzo ragionevole, il fucile e la cagnetta Romilda, che ha un fiuto straordinario.

A quella proposta allettante, Gerardo aderì subito senza nemmeno pensare a quel che avrebbe detto la moglie e si informò sulla pratica burocratica per ottenere il permesso di caccia.

-Da quando frequenti quello scapestrato non ti riconosco più. Ora ti spunta la passione per la caccia! Non ti accorgi che quell’uomo, di cui ti vanti di essere amico, ti sta circuendo, ti vuole come lui. La moglie lo ha abbandonato perché privo di amore per la famiglia. La caccia, il gioco, le amanti sono stati i suoi interessi principali che lo hanno portato alla rovina.

-Non fare tutte queste chiacchiere. Io voglio soltanto prendermi qualche distrazione, un po’ di riposo dopo il lavoro. E andare a caccia sicuramente mi sarà utile.

-Eh, sì! Tu vai a caccia e io sempre chiusa in laboratorio a preparare e a vendere le ciambelle.

A quel punto Gerardo, stanco di discutere, uscì di casa e andò al bar a incontrare gli amici.

All’uscita dal bar si imbatté nell’amico del cuore, Persichetti, il quale subito gli ricordò la faccenda del fucile: “Domani andrò a far visita all’amico malato. Ho incontrato proprio stamattina la moglie che mi ha detto che durante l’ultima visita il medico le è sembrato pessimista e le ha fatto capire che non durerà molto. Tu sei ancora deciso a diventare cacciatore?”

E senza nemmeno aspettare risposta, lo salutò con un cenno della mano e gli voltò le spalle dicendo: “Vedrai che fucile eccezionale ti porterò!”

La mattina seguente, Persichetti andò a casa del suo amico. Gli aprì il cancelletto del giardino la moglie che se ne stava lì a togliere le erbacce dall’aiuola. Romilda, la cagnetta, gironzolava attorno un po’ smarrita e quando vide il nuovo arrivato diede segni di gioia, avvicinandosi e saltellando tra le sue gambe.

-Come sta, oggi?

-Purtroppo sempre peggio. Questa notte si è svegliato continuamente e mi ha fatto tanti discorsi strani: “Sento che sto per morire, ma non ho paura della morte. E tu ne hai? Mi dispiace lasciarti sola, dopo quasi cinquant’anni di vita in comune. Non sarebbe bello morire insieme?” Lo interrompevo, mentre parlava così e gli dicevo: “Vedi, è la febbre che ti fa dire queste cose, cerca di non pensare e chiudi gli occhi”. E gli asciugavo la fronte bagnata di sudore. Ma lui: “Non mancherà il tempo, per tenere chiusi gli occhi c’è l’eternità. Adesso li voglio tenere aperti, anche se non ci vedo, e pensare!” La notte è andata avanti così e sembrava non finire mai. Poi verso il primo chiarore si è assopito e io mi sono alzata, ma mi sento frastornata, nonostante abbia già bevuto due caffè!

Ma venga Persichetti, le preparo un buon caffè e vado sopra per vedere se Giorgio è sveglio e può riceverla.

Dopo qualche minuto la donna scese: “Sì, Giorgio la sta aspettando!”

Persichetti entrò nella stanza quasi in punta di piedi. Si guardò attorno e nella penombra vide Giorgio che stava sul letto col capo poggiato su due cuscini. A vederlo in quelle condizioni, Persichetti ebbe una stretta al cuore, ma subito si riprese e volle mostrarsi ottimista, dicendogli che dopo la guarigione sarebbero nuovamente andati insieme a caccia, come un tempo. Cominciò a rievocare le battute tra i boschi e la sua infallibile mira. Ma Giorgio sembrava quasi non ascoltare. Alzò gli occhi, accennò a un sorriso triste: “No, Persichetti! E’ finito per sempre quel tempo, non si torna indietro”.

Persichetti restò in silenzio per un momento, poi facendosi coraggio disse: “Senti Giorgio, mi dispiace per il male che hai, ma, se me lo consenti, voglio farti una proposta. Io ho un buon amico che ha tanta voglia di diventare cacciatore, ma non ha ancora né fucile né cane. Tu saresti disposto a cederglieli per un prezzo ragionevole? Ti assicuro che andrebbero in mani sicure, me ne faccio garante!”

Persichetti disse tutto d’un fiato quel che più gli premeva e che in fondo era il motivo principale della visita. Non si aspettava di avere successo, perché ricordava quanto Giorgio fosse stato sempre geloso delle sue cose personali, specie del fucile, per cui quando col capo accennò di sì, dopo una breve riflessione, Persichetti rimase stupito e volle subito concludere l’affare.

Uscì dalla casa di Giorgio con il fucile a tracolla, seguito dalla cagnetta, felice di riassaporare un po’ di libertà dopo lungo tempo.

Gerardo accettò, ammirato, il fucile senza discutere sul prezzo e quanto a Romilda, dopo un primo tentativo di accarezzarla andato a vuoto, se la ingraziò con un pezzo di dolce che la moglie aveva appena preparato.

Entrambi soddisfatti, presero accordi per la settimana successiva, fissata per l’apertura della caccia.

Furono giorni piacevolissimi. Gerardo imparava velocemente tutti i piccoli segreti del cacciatore: come nascondersi tra le siepi in attesa della preda, come imitare il verso della quaglia, come incitare il cane a scovare gli animali. Per la mira poi, già dai primi giorni si era fatto ammirare dal suo amico.

Una mattina i due amici si incontrarono con altri due cacciatori sconosciuti. Certamente venivano da un’altra città. Avevano con loro due grossi cani che fecero subito festa alla cagnetta, odorandola e circondandola continuamente. Ma Romilda non si fece impressionare dall’aspetto piuttosto altezzoso e minaccioso di quei due. Dopo un po’ si allontanò verso il boschetto, sempre fiutando il terreno.  I due cani, invece, richiamati dai padroni, presero un’altra direzione. E lo stesso fece Persichetti con il suo cane che pareva aver fiutato una pista. Gerardo rimase nella radura ad aspettare. Dopo qualche minuto sentì Romilda che abbaiava furiosamente, correndo dietro a una lepre.

Un paio di volte la lepre gli passò davanti inseguita dalla cagnetta, ma l’emozione gli impedì di sparare. Al terzo passaggio, però, sparò e non fallì il colpo. Ed ecco la lepre, colpita a morte, insanguinata, fu subito in bocca a Romilda. Gerardo si affrettò a togliergliela e si ricordò della ricompensa che doveva al suo cane.

In quel momento tornò di corsa Persichetti che aveva udito il colpo di fucile e vedendo Gerardo che stava aprendo il ventre della lepre per dare le interiora al cane, si complimentò con lui per come aveva messo in pratica i suoi consigli.

Tornando dalla caccia, i due amici facevano sempre una sosta nell’ampio parcheggio di un piccolo bar, all’incrocio della provinciale con la statale. Mangiavano un panino, bevevano una bibita e raccontavano episodi della loro vita passata.

Persichetti parlava spesso della moglie. Riconosceva che la colpa ricadeva tutta su di lui, perché l’aveva tradita con diverse amanti. L’ultima gli era stata fatale, proprio per la sua grave imprudenza. L’aveva, infatti, scelta nello stesso paese a poca distanza dalla sua casa. Dopo la scoperta della tresca, sua moglie se ne era andata e l’amante aveva dovuto lasciare il paese. “Quella donna abitava nell’ultima casa del paese che vedi sempre chiusa”, disse Persichetti.

Un altro giorno fu Gerardo a parlare della sua vita. Ma poiché Persichetti sapeva del lavoro modesto di impiegato comunale di Gerardo, pensava che non avesse da raccontare nulla di interessante. Di lì a poco, si dovette ricredere.

-Dopo essere stato assunto in ruolo, cominciò Gerardo, fui assegnato al servizio anagrafe. Registravo nascite, morti, consegnavo documenti, timbravo, firmavo. Dapprima lo trovai interessante, poi cominciai ad annoiarmi. Approfittai allora delle lunghe pause per recarmi nella stanza dell’archivio, dove erano ordinati i registri del passato. Mi misi a sfogliarli e a leggere con curiosità e malinconia, pensando alle centinaia e centinaia di persone, cui appartenevano quelle date e quei nomi, a quanti avevano solcato la terra, lasciando forse soltanto labili tracce. Un giorno la mia attenzione fu attratta da un nome su un rigo grossolanamente corretto con inchiostro di colore diverso. Inoltre la correzione non aveva alcun timbro o firma di convalida del responsabile. La cosa mi sembrò alquanto strana. Si trattava di una pagina che risaliva a trent’anni prima e riguardava il nome di una bambina. I nomi dei genitori erano stati anneriti e riscritti sopra. Ma col tempo l’inchiostro si era lievemente schiarito e io, dopo attenta osservazione alla luce del sole, ebbi la sensazione di leggere un cognome che mi era molto familiare. Appena fugai ogni dubbio, presi la mia decisione. Chiesi al signor sindaco di ricevermi. E quando quell’uomo, burbero e scostante con gli impiegati, ebbe la compiacenza di ricevermi, gli mostrai quella pagina del registro che portava, cancellato, il suo cognome. Non mi ero sbagliato: c’era qualcosa di illegale, perché dopo averlo guardato con attenzione, vidi che fu preso da un tremito. Le sua mani tormentarono a lungo i capelli bianchi, il suo viso era diventato paonazzo. Un grande imbarazzo non lo lasciava star fermo sulla sedia. D’un tratto si alzò in piedi, inforcò gli occhiali e si mise a passeggiare per la stanza. Ogni tanto si fermava, scostava la pesante tenda verde, guardava fuori dalla finestra e poi tornava a passeggiare, tenendosi il mento con la mano destra. Finalmente si arrestò dinanzi alla mia sedia, mi scrutò ben bene e io mi alzai. Il suo sguardo non era più quello solito, severo e indagatore, ma tranquillo, rassicurante. Mi mise una mano sulla spalla, mi chiamò per nome, dicendomi: “Vedi, caro Gerardo, tu sei un ottimo impiegato e meriti un premio. A me piace aiutare i giovani come te che lavorano con serietà e sanno tenere la lingua a posto. Tu non hai fatto vedere a nessuno questa pagina, se non al tuo sindaco? E’ vero?

-Oh, sì certo, signor sindaco. Ho pensato bene di parlarne solo a lei!”

-Bravo, non mi ero sbagliato sul tuo conto. purtroppo quando si è giovani e io a quel tempo lo ero( e fece una pausa, ricordando con malcelata indulgenza un avvenimento che ora lo metteva in grande imbarazzo), si commettono tanti errori. Ma, dopotutto a pensarci bene gli errori esistono affinché noi uomini li possiamo commettere! Non sei d’accordo?

-Balbettai, feci in tempo a fare un cenno col capo e lui continuò.

-Ma ora basta. Ascoltami bene, Gerardo. Ora tu mi lasci questo registro e io lo conservo in questo mio armadio sotto chiave dove nessuno può mettere le mani. In archivio fai in modo di riempire lo spazio vuoto con una cartellina simile o qualcos’altro che non dia nell’occhio. Per te, come dicevo prima, c’è un premio: ho pensato di concederti una licenza di vendita di dolciumi. Puoi cominciare, per esempio, con un negozietto di “ciambelleria”. So che le ciambelle sono molto richieste, così potrai arrotondare lo stipendio di impiegato e far lavorare tua moglie”.

Persichetti che aveva ascoltato la storia con interesse, disse sorridendo: “Verrò a gustare le vostre ciambelle!”

-E presto anche la torta al cioccolato! E’ questo il sogno di mia moglie: trasformare la ciambelleria in una vera pasticceria. Sta mettendo a punto alcune ricette che sicuramente avranno un grande successo.

-Mi fa piacere e vi auguro che questo vostro progetto possa realizzarsi al più presto. Giacché siamo ormai in confidenza, voglio rivelarti il mio progetto. Ho intenzione di trasferirmi in Portogallo, possibilmente a Lisbona o nelle vicinanze. Mi comprerò un piccolo appartamento, prenderò la residenza e chiederò il trasferimento della mia pensione. Fatti i calcoli, avrò al netto quasi il doppio di quanto incasso qui mensilmente, perché in Portogallo le trattenute sono di gran lunga inferiori rispetto a quelle dell’Italia e anche il costo della vita è più basso del nostro. Sto aspettando di avere un piccolo colpo di fortuna per raggranellare un modesto gruzzolo per l’acquisto dell’appartamento. Ho già pensato a tutto. Nel paese di N. vive

un anziano signore , che mi dicono ama giocare a carte e perde forti somme di denaro. Ho programmato un incontro con questo signore la prossima settimana. Sono sicuro di poterlo battere, perché gli amici del paese mi riferiscono che è piuttosto distratto e che, anche quando perde, non si lamenta e va via scherzando. Mi sembra che sia il pollo giusto da spennare per poter realizzare il mio progetto. Mi farebbe piacere che tu venissi ad assistere alla mia sicura vincita e festeggiare con me.

Gerardo glielo promise.

Sulla via del ritorno nella sua testa mulinarono tanti pensieri:

“ E se provassi anch’io a togliere un po’ di soldi a quel tonto? Mi servirebbero per aprire un gran bel negozio di pasticceria, così come desidera mia moglie. Forse, però, è meglio che non ne parli con lei, perché altrimenti potrebbe entrare in ansia e distogliermi dal progetto. Sì, farò in modo di tenere il segreto e, dopo la vittoria, le farò la felice sorpresa”.

Gerardo si era talmente affezionato all’idea, che non vedeva l’ora che arrivasse il giorno dell’incontro. Contava i giorni, finché giunse la domenica sera stabilita per andare a N. in casa dell’anziano giocatore.

Persichetti e Gerardo furono accolti da un giovane magro, allampanato, con spessi occhiali da vista. Li fece accomodare in una saletta dove c’erano il padrone di casa e altre quattro o cinque persone, sedute in un angolo che bevevano e fumavano.

Il giocatore da affrontare non era poi tanto anziano, né tanto grasso e distratto come glielo avevano descritto. Aveva sopracciglia folte e cappelli grigi, un viso rotondo, ma non cadente e due occhi furbi e indagatori.

Dopo un paio di partite di “riscaldamento”, nel corso delle quali i giocatori si studiarono, Persichetti e Gerardo fecero piccole puntate e vinsero facilmente. Il padrone di casa si fece portare un mazzo nuovo di carte e mentre mescolava li invitò a fare puntate più consistenti.

Persichetti perse due partite di seguito, ma ne vinse una terza, riprendendo un po’ di più di quanto aveva lasciato prima. Gerardo, invece, perse tutto il contante che aveva con sé e, sconfortato, si limitò ad osservare il gioco dell’amico. Ma in poco più di un’ora, Persichetti, stravolto e nervoso, si trovò senza più una lira. Chiese al vecchio giocatore una pausa e, chiamato Gerardo, si avvicinò alla finestra, l’aprì per respirare un po’ di aria fresca della notte.

-Senti, Gerardo, non possiamo darla vinta a questo bastardo di un vecchio. Sono sicuro di poterlo battere, se hai ancora del denaro ti prego di prestarmelo, non mancherò di restituirtelo.

Gerardo gli fece cenno di no. Ma, poiché l’amico insisteva gli disse: “Ho soltanto una carta da centomila lire che tengo sempre nascosta nel portafogli per eventuali emergenze. Ma mia moglie lo sa e non posso spenderla senza darle spiegazioni”.

-Non preoccuparti, vedrai che l’avrai indietro questa sera stessa e con gli interessi!”

Gerardo tirò fuori la carta come fosse una reliquia e la consegnò a Persichetti, il quale si affrettò a raggiungere al tavolo il padrone di casa. Fu sufficiente una mezz’ora perché dalle mani di Persichetti sparissero la carta da centomila, un orologio e una catenina d’oro. A quel punto Persichetti si sentì perduto, si alzò e, tirando da parte Gerardo, gli disse che c’era un’ultima speranza. Tutto dipendeva dalla sua disponibilità e lo pregava di non abbandonarlo. Con un filo di voce aggiunse: “Consentimi di offrire a quel maledetto la licenza della ciambelleria per un prestito. Posso ancora rifarmi”.

Gerardo, immobile, restò senza parole. Persichetti ne approfittò per rivolgersi all’astuto giocatore per riferirgli la sua intenzione. E quello, senza perdere tempo, chiamò il giovane occhialuto, dicendogli di portare carta e penna.

Con mano tremante Gerardo firmò la sua dichiarazione di cessione della ciambelleria in cambio di un prestito di trecentomila lire.

Poco prima della mezzanotte, la tragedia si era conclusa.

Mentre i quattro amici che nelle ultime partite si erano avvicinati al tavolo da gioco si congratulavano con il padrone di casa brindando allegramente, Persichetti  e Gerardo uscirono da quella casa. Nessuno dei due aveva voglia di parlare. In silenzio tornarono al paese e in silenzio si separarono, salutandosi con un gesto della mano.

Gerardo diede uno sguardo alla porta a vetri, protetta dall’inferriata, del suo piccolo laboratorio di ciambelleria e gli vennero le lacrime agli occhi, poi come un ubriaco salì le scale, appoggiandosi alla parete.

La notte non dormì. Per non allarmare la moglie, si alzò alla stessa ora di sempre, fece tutto secondo le sue abitudini e, salutata la moglie, si diresse verso il municipio, dove svolgeva il suo lavoro di impiegato. I compagni non notarono nulla di diverso dal solito. All’ora della pausa, Gerardo con fare disinvolto, rispose al saluto del portiere e, attraversata la piazza, si diresse con decisione verso il lungo muro di recinzione che si affacciava nell’ampia e profonda vallata. Come spinto da una forza irresistibile si issò sul muro e cominciò a gridare:

“Voglio morire, voglio morire!”.

Gridava con le braccia allargate come le ali di un gabbiano, manifestando la volontà di saltare giù. Il vento gonfiava le maniche della camicia e sembrava proprio un uccello sul punto di volare. I passanti si fermarono sgomenti, uscirono dal municipio tutti gli impiegati. Ogni tanto Gerardo girava la testa all’indietro per vedere se qualcuno si avvicinava.

Oscillava pericolosamente: si vedeva bene alla distanza in cui tutti si erano fermati e nessuno osava avanzare di un passo per timore di indurlo a saltare. In pochi minuti giunsero sul posto anche le guardie, il parroco, la moglie e tutti cercavano di convincerlo a desistere dall’insano gesto.

D’un tratto sbucò latrando Romilda. E quella, non avendo alcun pensiero di prudenza, si slanciò verso il padrone, lo raggiunse in quella posizione così precaria e istintivamente addentò i pantaloni e cominciò a tirare. E tira tira, finì con lo strapparglieli, pantaloni e mutande. Apparve così alla vista di tutti la carne tondeggiante e bianca di un sedere.

Non poterono trattenere le risa. La moglie fu pronta ad avvicinarsi e a porgergli il suo grembiule di lavoro con cui in fretta si era precipitata fin là: “Copriti, copriti, ché il sole può farti male alla pelle!”

E quello, rimasto come imbambolato, mentre il cane  continuava a tirare, mogio mogio cominciò a scendere, coprendosi alla meglio.

Romilda ora lo precedeva e saltava di gioia. La gente, sorridendo, applaudiva: “Bravo, bravo, coraggio! Vedrai che tutto si appianerà!”

Vincenzo Fiaschitello

Nato a Scicli nel1940. Laurea in Materie Letterarie presso l’Università di Roma (1966) e Abilitazione all’insegnamento di Filosofia e Storia nei licei classici e scientifici; pedagogia, filosofia e psicologia negli istituti magistrali (1966). Docente di ruolo di Filosofia e Storia nei licei statali e Incaricato alle esercitazioni presso la cattedra di Storia della Scuola alla Facoltà di Magistero Università di Roma. Direttore didattico dal 1974, preside e dirigente scolastico fino al 2006. Docente nei Corsi Biennali post-universitari. Membro di commissioni in concorsi indetti dal Ministero P.I.

E’ autore di vari saggi sulla scuola, di opere di poesia e di narrativa.

E’ presente nel sito Poesie Report On Line e nell’Antologia R. Pasanisi (a cura di) “Le mattine sono ancorate come barche in rada”. La poesia italiana contemporanea, Edizioni dell’Istituto di cultura di Napoli, 2023

Attualmente è redattore della Rivista culturale telematica “Il Pensiero Mediterraneo” (Redazione di Roma).

Vincitore della XXXIX edizione (2023) del Premio dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli e della rivista internazionale “Nuove Lettere” per la raccolta edita di racconti “Ginevra, racconti storici e non”, Avola, Libreria Editrice Urso, 2021.

Il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, lo ha insignito della onorificenza di Commendatore ordine al merito della Repubblica Italiana (2 giugno 1997).


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