IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

VIOLENZA DI GENERE – Le donne commentano le parole degli uomini (parte seconda)

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Foto dii Dorothea Lange

di Enrico Conte

La prima parte di questa conversazione-intervista è stata riservata ad un gruppo di uomini ( pubblicata su Il Pensiero Mediterraneo del 31 gennaio 2024).

Questa seconda parte è dedicata al commento che, un gruppo di donne, ha sviluppato partendo dalle parole usate da quegli uomini. Preparata per l’8 marzo,Festa della donna.

Partecipano

Maria Dolores Ferrara,Prof.ssa Diritto del lavoro,Università degli studi di Trieste,

Veronica Osta, liquidatrice assicurativa, Belluno,

Giuliana Parotto,Prof. ssa Filosofia politica, Università degli studi di Trieste,

Valeria Sant’Elia, Psicoterapeuta,Napoli.

Vorrei iniziare questa conversazione riprendendo cosa è accaduto,  in Italia, dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin: un’inedita attenzione mediatica suscitata dalle parole severe della sorella, Elena Cecchettin, che invitava a non lasciarsi prendere dall’odio e, soprattutto, a riflettere sulle cause profonde della violenza di genere per aumentare la consapevolezza collettiva sul fenomeno.

Dopo quel femminicidio le chiamate al numero verde 1522 che, fino ad allora, erano 150 al giorno, sono diventate 400.

Tuttavia, a parte il profilo degli strumenti dei quali dotarsi per prevenire e fronteggiare il fenomeno (codice rosso, misure di diritto penale) in tutte le sue molteplici sfumature,dall’odio sessista manifestato su di un Social ai gesti violenti,  vorrei che si ragionasse su di un terreno di natura culturale.

Quelle chiamate al 1522 svelano un sommerso,un qualcosa che viene a galla nella sua dimensione violenta, ma che lascia sullo sfondo i tratti di una vera e propria arretratezza culturale, anche una tragedia, nel senso etimologico e storico della parola, una vicenda che nasconde  una molteplicità di conflitti: quelli che sfociano in un gesto materiale, quelli che  palesano concezioni del mondo e dei rapporti umani nei quali il  ruolo delle donne risulta privo di considerazione e dignità.

Quelli  che raccontano che la dignità della donna è, contemporaneamente, in due teste, in quella degli uomini non meno che in quella delle donne.

Un mondo sommerso sul quale non sembra avere det tutto inciso la stagione dei diritti e del femminismo, complice un modo di affrontare i problemi separando le sfere, piuttosto che vederle e affrontarle in una dimensione integrata.

Maria Dolores Ferrara.

Che “genere” di violenza è mai questa? Sono trascorsi appena due mesi dall’inizio del 2024 e il triste conteggio dei femminicidi accaduti in Italia continua a far registrare tristi primati, il tutto a pochi giorni dall’8 marzo in cui si dovrebbe “celebrare” la giornata internazionale della donna.

Nonostante crescano sia la sensibilità verso la gravità del fenomeno sia la mobilitazione per contrastare ogni forma di violenza contro le donne, il numero di aggressioni e femminicidi in Italia continua ad aumentare. Quando parliamo di questi fenomeni non stiamo semplicemente indicando che è morta o è stata aggredita una donna, ma che la violenza è avvenuta per mano di un uomo in un ambiente che permette e spesso avalla la violenza degli uomini contro le donne. Occorre prevenire e proteggere, allo stesso tempo, intervenire sul contesto sociale in cui si consumano queste condotte.

Il nostro ordinamento giuridico è stato, del resto, permeato a lungo di assenze e di un immaginario resistente al riconoscimento paritario dei diritti in favore delle donne.

Dopo l’entrata in vigore della nostra Costituzione, che solennemente  proclama i principi di parità ed eguaglianza, solo nel 1981, ad esempio, non avrebbe trovato più spazio nel nostro ordinamento l’istituto del “matrimonio riparatore” (art. 544 c.p.), che stabiliva l’estinzione del reato di violenza carnale nel caso in cui lo stupratore di una minorenne accondiscendesse a sposarla, salvando l’onore della famiglia e solo nel 1996, dopo circa vent’anni di iter legislativo, sarebbe stata approvata la legge n. 66 che, nel dettare nuove “Norme sulla violenza sessuale”, trasferiva questo reato dal titolo IX del codice penale sui delitti contro la moralità pubblica e il buon costume al titolo XII sui delitti contro la persona. Ritardi che sono espressione evidente delle resistenze e della difficoltà di estirpare le radici delle asimmetrie tra i sessi e, di conseguenza, della violenza di genere.

Del resto, in Italia (e non solo), alla condizione di vittima si aggiungono i rischi collegati alla “vittimizzazione secondaria”, consistente nelle ulteriori conseguenze pregiudizievoli nei confronti delle donne che hanno subito violenza nel momento in cui esse entrano in contatto con le istituzioni che dovrebbero tutelarle e che di loro dovrebbero farsi carico, ossia forze dell’ordine, magistrati, avvocati, consulenti psicologi, operatori socio-sanitari. Che si tratti di un pericolo tutt’altro che remoto lo desume dalle parole di condanna del nostro Paese nella sentenza Talpis c. Italia del 2 marzo 2017, n. 41237/14, con la quale la Corte europea dei diritti dell’uomo per la prima volta ha condannato l’Italia per non avere protetto le vittime di violenza domestica e di genere con particolare riferimento alle ipotesi della c.d. “vittimizzazione secondaria”. La pronuncia ha dimostrato le fragilità del nostro sistema, che non è stato in grado di mettere in sicurezza le vittime e di far cessare le violenze: ciò non per l’assenza di strumenti giuridici e di presidi penali in materia, che sono presenti nel nostro ordinamento, come riconosce la stessa CEDU (ndr Carta Europea Diritti dell’Uomo), ma per la cattiva gestione di questo armamentario che ha reso inefficace il sistema.

I fatti, così allarmanti, testimoniano purtroppo e ancora una volta l’urgenza di porre al centro del dibattito pubblico queste tematiche da diverse prospettive, con diversi linguaggi (quello politico, accademico, scientifico, giuridico, dei media e così via dicendo) e in modo strutturato: ognuno è tenuto a fare la sua parte. 

Giuliana Parotto.

La prima cosa che mi viene da dire è che la lettura della intervista – discussione mi ha a tratti davvero emozionato, non solo per la tensione morale, personale, emotiva che si percepisce in tutti gli interventi ma soprattutto per le esperienze personali che affiorano qua e là e da cui si lasciano intuire figure femminili raccontate con delicatezza, rispetto e amore.

Racconti teneri di nonne e cugine nel “felice matriarcato” con un patriarca gentile innamorato delle donne, oppure della complicità dentro un rapporto che nasce tra la sapienza femminile e la timidezza di uomo; l’incontro con una studentessa che fa emozionare al punto da far sentire un ragazzo “come un bambino” dando inizio a una “bellissima storia d’amore” che fa scoprire dimensioni più profonde di quelle condivise con gli amici maschi. Tutto questo è molto bello e “tiene insieme il mondo”, anche perché è sempre esistito ed esisterà ancora quel luogo magico e straordinario dove uomini e donne sono capaci di incontrarsi davvero. Nessuno degli intervistati direbbe che ha imparato tutto questo a scuola, dove oggi lo si vorrebbe insegnare.

Poi c’è un patriarcato “poco gentile”. E questo è anche un fatto. Ha radici culturali antiche, si è sedimento nella cultura borghese, è stato alla base dell’educazione dei bambini e delle bambine, della produzione legislativa che riconosce diritti e doveri, della comunicazione pubblica, della divisione dei ruoli all’interno della famiglia. In questo quadro anche la violenza sulle donne trovava una collocazione: il reato di violenza carnale era cancellato se seguiva il matrimonio – chi non ricorda la ribellione di Franca Viola? Chi ha dimenticato il famoso “processo per stupro” dove sul banco degli imputati finisce per essere messa la vittima, di cui si setaccia la vita alla ricerca di rintracciare elementi di colpevolezza? Soltanto negli anni Novanta diventa reato contro la persona: violentare una donna era recare offesa alla morale.

Per smantellare questo sistema c’è voluto il movimento femminista che ha portato avanti la lotta per emancipare la donna dalla sua condizione di inferiorità e combattere la discriminazione. Abbiamo ancora molto lavoro su questo fronte: siamo lontani dalla parità salariale tra uomini e donne, per gli uomini la carriera è ancora più facile, le donne non vengono fatte crescere e sono tenute un passo indietro. Una donna deve lavorare molto di più per trovare il riconoscimento che gli uomini raggiungono con facilità: la sua voce è comunque meno autorevole. Nemmeno è sicuro che nei Tribunali si abbia la garanzia che le cose siano definitivamente cambiate. Sul fronte educativo non sembra andare meglio: nell’ultimo rapporto PISA è emerso come in Italia la differenza di prestazione tra ragazze e ragazzi nel campo della matematica sia molto accentuata rispetto agli altri paesi europei. Affiora qui ancora la grande differenza nel modo in cui maschi e femmine percepiscono se stessi e le proprie capacità. Del resto anche i ragazzi hanno il difficile compito di “diventare uomini”. Malgrado i cambiamenti avvenuti, che hanno permesso ai maschi di poter anche essere fragili, sentimentali ed emotivi, resta sempre prevalente il modello secondo cui il maschio deve essere forte, impermeabile ai sentimenti, razionale, versato per la tecnica e per la scienza, che richiedono freddezza e oggettività. Non si può negare che sia in opera un condizionamento che cancella le parti più creative e ricche degli uomini.

Sono questi residui del patriarcato “poco gentile” destinati ad essere superati oppure sono nuovamente presenti e attivi sotto mutate spoglie?

Qui gli intervistati non sono d’accordo. Per trovare una risposta occorre, a mio parere, prendere in considerazione il tema dell’emancipazione in maniera più sostanziale. L’emancipazione si configura oggi come una liberazione dai condizionamenti non solo della cultura e della tradizione ma anche della natura stessa, ovvero da quanto la “lotteria naturale” ci ha personalmente assegnato. La vecchiaia deve essere eliminata e nascosta: quello che conta sono i progetti che ognuno ha. Il corpo può essere manipolato, cambiato, trasformato come avviene con la chirurgia plastica, o con le varie liposuzioni e interventi estetici. Possiamo cambiare sesso, sottoporci ad operazioni chirurgiche per assomigliare all’attrice o all’attore preferito. Tutto è a disposizione del soggetto emancipato. Invece qui la libertà e l’emancipazione si trasformano nel loro contrario. Il soggetto, liberato da ogni condizionamento e dunque libero di decidere di se stesso, diventa schiavo perché è preda di modelli imposti dall’esterno, veicolati dalla televisione o dalla rete, diffusi dai vari influencer che provvedono a farli dilagare nella sfera della comunicazione.  Le potenzialità commerciali di tutto questo non hanno bisogno di essere chiarite: i nuovi orizzonti che si aprono al mercato sono immensi. Una cosa è importante sottolineare: la manipolazione del soggetto è violenta. Tanto più potente quanto più il soggetto è fragile, immaturo e la pressione è inavvertita e subdola. I modelli sono imposti con un meccanismo di interiorizzazione che lascia l’illusione di aver operato una scelta libera. Si tratta in realtà, di alienazione, ovvero estraniamento da se stessi e dalla propria intima natura. Questa non è già da subito nota, quanto più quando si è giovani: va cercata, scoperta, vissuta e compresa, sempre in rapporto agli altri, genitori, amici, maestri, compagne, colleghe, innamorate, avversari ed avversarie. Il tema della comunicazione si inserisce in questo quadro.

Tra i modelli imposti dall’esterno, che sono plurali per appagare tutte le esigenze, vi sono anche modelli riconducibili al cosiddetto “patriarcato”. Quelli che riguardano le donne sono stati ben descritti nel famoso libro di Lorella Zanardo, “Il  corpo delle donne”. Un’analisi dei corpi femminili presentati dalla televisione. Il quadro è noto: corpi iper – sessualizzati, corpi esposti e ridotti a pura esistenza fisica, labbra gonfiate come canotti, scene che esprimono sadismo, una tecnica della sessualità che fa emergere “la nuda vita” spogliata di significato. Quanto possiamo definire senza dubbio pornografia, anche in assenza di un atto sessuale. Il guaio è che queste immagini di donne sono interiorizzate dalle donne stesse, oltre che dagli uomini.

Parlare di “patriarcato” a questo proposito è quasi un eufemismo. La comunicazione virtuale non rompe ma rafforza il meccanismo dell’interiorizzazione violenta. L’individuo è al centro della rete: i messaggi sono personalizzati, le informazioni pre-selezionate in rapporto ai desideri espressi on line; con lo smartphone tutto viene incontro per soddisfare ogni capriccio. Per questo è stato definito “scettro di vetro”: conferisce i poteri capaci di rendere ognuno sovrano della sua propria vita in modo illimitato. Il ripiegamento su se stessi, la celebrazione – esposizione di sé, il senso di onnipotenza accompagnato dalla frustrazione determinata dal parimenti forte senso di inadeguatezza, il corollario della interiorizzazione violenta, sono il cocktail micidiale con cui l’individuo oggi spegne la sete di comunicare. La solitudine malinconica degli spettatori dei film porno – che conserva tuttavia una natura sociale, essendo la sala cinematografica comunque un luogo pubblico – è sostituita da una solitudine priva di malinconia e di consapevolezza, irriducibilmente arida e prosciugata, vissuta con senso di malessere e di vuota libertà nella prigione della propria stanza.

Come tutti i protagonisti dell’intervista hanno unanimemente rilevato, la comunicazione vera è andata distrutta insieme al linguaggio. Proprio dalla ricostruzione del linguaggio e della comunicazione autentica occorre quindiprendere le mosse, in tutti i luoghi dove ci si incontra, fosse anche al bar dei “quattro amici”. 

Foto di Dorothea Lange

Veronica Osta

 “Era il vostro bravo ragazzo”.

Questo è uno degli slogan che è nato dalla vicenda di Giulia Cecchettin. E credo che riassuma bene lo stereotipo della società attuale in cui viviamo. Se ad uccidere è un uomo già di per sé violento non c’è nulla di cui meravigliarsi. E’ un apice fisiologico, a cui siamo fin troppo abituati negli ultimi anni, tanto da considerarlo quasi normale. Purtroppo. Oramai viviamo in una società che spettacolarizza il crimine, trasmettendo 24h la vicenda più cruenta del momento.

Se invece ad uccidere è il ragazzo insospettabile, il bravo ragazzo di famiglia, è inaccettabile per una società come la nostra il fatto stesso che questi commetta un crimine.

Cambia in primis mediaticamente, con tutta una serie di appellativi tendenti allo sminuire la vittima ed a scriminare il carnefice. Qui però la spettacolarizzazione cambia, aumenta, si tende a ricercare anche il minimo particolare da raccontare, rendendo la situazione insostenibile in primis per i familiari che lo vivono. Si scatena la corsa al dettaglio, in modo da cavalcare tutti l’onda dell’ultim’ora migliore.

Se poi capita un caso di stupro la narrazione addirittura peggiora, rendendo la vittima nuovamente vittima, costretta a rivivere di nuovo l’evento per chissà quante volte; rischiando addirittura di sentirsi dire “te la sei cercata”.

In filosofia la contingenza è quella caratteristica che rende l’esistenza di un qualcosa non necessaria, ma allo stesso tempo non impossibile, la sua realtà non può essere dimostrata una volta per tutte, ma neppure negata definitivamente.

Questo assunto, a mio avviso, calza a pennello con il discorso che stiamo trattando.

Il femminicidio in sé non è una fattispecie di reato necessaria, se vogliamo il codice penale già prevede il reato di omicidio. Tuttavia si è reso necessario inserirla come aggravante, visti i numeri crescenti degli ultimi anni, lo stesso è successo per lo stalking, anche se quella è un’autonoma fattispecie di reato.

Non era necessario quindi inserirla, ma il fine non impossibile è quello di cercare di far venire meno tutta questa violenza, un giorno, forse.

Questo può certamente essere considerato un punto di partenza nella realtà, ma di sicuro non si può pensare di cambiare le cose solo così.

Non è tanto questione di desideri da cui partire, ma dalla realtà basilare a cui bisogna fare ritorno. Se veramente si vuole sradicare un fenomeno del genere bisogna lavorare ad ogni livello, ad ogni età, ma soprattutto dobbiamo sentirci tutti responsabili in questo processo.

Non basta inneggiare a qualche slogan, se poi torniamo a casa e disprezziamo tutto ciò che ci circonda. Bisogna cominciare a cambiare gli schemi di base con cui si vedono le cose. Già il distinguere l’uomo dalla donna è un problema in partenza: ovviamente è una distinzione fondata, ma in termini di violenza sarebbe bene ricordare che questa è universale, non conosce età, non conosce sesso, non conosce lingua o razza.

Le tensioni che nascono nei rapporti non si possono riconoscere, non esiste un manuale che guidi alla relazione perfetta, amorosa, familiare o di amicizia che sia.

Ci piace sempre pensare a posteriori che in quella determinata situazione ci si sarebbe dovuti accorgere della tossicità di una relazione, perché qualche spiraglio c’è sempre. Ma è veramente così?

L’uomo agisce d’istinto per natura, quindi le sue azioni sono di natura imprevedibili. Questo schema mentale forse rimanda più ad un senso di colpa postumo nei confronti di questi episodi, forse perché alla base c’è un senso di colpa collettivo per l’esasperazione della violenza a cui siamo arrivati.

Tengo a precisare una cosa. La violenza non ha sesso, che si parli di violenza contro una donna o contro un uomo per me non fa distinzione, sempre di pari gravità è. Tuttavia i numeri parlano da soli ed ecco perché già la statistica è sbilanciata verso il mondo femminile. Ma anche qui abbiamo un problema, si parla sempre solo di violenza femminile, come se un uomo non potesse essere vittima di violenza.

Detto questo il fine ultimo a cui dovremmo arrivare tutti insieme è il rispetto. Il rispetto per i nostri familiari, amici, compagni o compagne, mogli, mariti ecc.

Il rispetto e la comprensione dell’altro sono necessari NON per solo per prevenire, un giorno, anche solo uno di questi episodi, ma sono anche la benzina necessaria per poter stare vicini a chi è stato vittima di violenza. Discutere pubblicamente insieme di tutto ciò significa ammettere che la società ha un problema. In Italia siamo veramente pronti a questo? Ad ammettere che la violenza esiste ovunque? In tv, in strada e soprattutto dentro casa nostra?

I servizi sono fondamentali per questo, perché è il passo obbligato da cui partire. Ma anche qui deve avvenire su più livelli.

In primis bisognerebbe cominciare a non chiudere i consultori, supporto necessario per chi ha bisogno di aiuto e discrezione. Bisognerebbe cominciare a vietare l’obiezione di coscienza: può veramente un medico negare l’aborto ad una donna solo perché lui non è d’accordo? E se quella gravidanza fosse il frutto di una violenza?

Mediaticamente anche le cose andrebbero riviste, quantomeno in un’ottica garantista della vittima e non di spettacolarizzazione del fatto in sé.

Bisognerebbe cominciare a rendersi conto che non basta un dibattito pubblico per risolvere la questione una volta per sempre, ma capire che il rispetto dell’altro in generale è necessario per una società che possa dirsi veramente civile a tutti gli effetti.

La donna la sua dignità ce l’ha da sempre, storicamente.

Una donna che interrompe la propria carriera per avere un figlio e per poi ritornare al lavoro è una donna da ammirare, in una società che si lamenta di avere poca natalità ma che non fa nulla per incentivarla. La donna rispetto all’uomo si ritrova sicuramente svantaggiata sotto a questo aspetto, ma anche qui gli strumenti ci sarebbero se vogliamo.

Potremmo parlarne per ore, data la vastità del tema. Già il fatto di essere qui a parlarne è qualcosa.

Per concludere, un buon punto di partenza sarebbe sicuramente una doccia collettiva d’umiltà, che ci porti a considerare la violenza come qualcosa che esiste, ma che si può scongiurare praticando la gentilezza ed il reciproco rispetto. La società stessa dovrebbe rivedersi, soprattutto nei valori che decide di perseguire.

Fino a che non arriverà quel giorno però sarà necessario parlarne piuttosto che rimanere in religioso silenzio, abbattere i tabù: perciò fino ad allora “FATE CASINO”, come avrebbe detto Michela Murgia.

Valeria Sant’Elia

Non è facile trovare l’incipit adatto a trattare questo argomento, per una come me, che ha sempre avuto timore del giudizio altrui e che si accosta timidamente ai social, senza esporsi mai più del dovuto. Ecco, questo è l’esempio di tante persone che restano in disparte per non essere messe alla gogna, per non essere travolte da innumerevoli commenti. Ecco, questo lo vive sia l’uomo che la donna; non c’è differenza di genere, siamo tutti esposti al giudizio negativo del pubblico, che rappresenta esso stesso una forma di violenza. Ecco, la violenza, qualcosa che trovi fuori, ma che trovi anche dentro, in casa, ma che si normalizza perchè “quella” è la tua realtà. L’origine di questa realtà ha una infinità di radici che si diramano nel corso dei secoli, che si sono modificate nel tempo, ma che trovano origine sempre nello stesso posto. Siamo nati diversi l’uno dall’altro, ma più di tutto, diverso l’uomo dalla donna: per stuttura, forma, forza, apparati, capacità. Questa diversità ha dato luogo alla definizione di “raccoglitrici” e “cacciatori“: i ruoli sono sempre stati distinti e separati, ma con rispetto. Attualmente, ma già da tempo, si vive una realtà in cui questi ruoli si sono modificati, perchè qualcuno ha deciso di cambiare questi schemi reiterati. Non tutti accettano il cambiamento e si creano conflitti: mancano i compromessi, c’è a chi non va di adattarsi al nuovo e qui sorge il conflitto. Dal conflitto si arriva alla violenza in tutte le sue forme.

Ma perchè tutto questo? Perchè siamo in quel peiodo storico in cui “tutti vogliono tutto“, “tutti vogliono essere tutto“. Per riuscire ad arrivare a questo, si è egocentrati: siamo troppo presi a guardare la nostra immagine riflessa su quello schermo. Così facendo, si perde l’altro, si perde la possibilità di guardarlo e di riconoscerlo come facente parte della stessa specie, della stessa realtà, dello stesso mondo. Bisogna imparare a guardare l’altro, a porsi nei suo panni, capire quel volto cosa sta esprimendo, essere empatici ed altruisti. Se si comprende questo, se ci si riconosce, si potrebbe pensare di non compiere quell’atto violento. Si parla di educazione ai sentimenti, ma penso sia un qualcosa di molto difficile da applicare, ma non impossibile. Si tratta di qualcosa che nasce dal singolo e si diffonde, ma c’è molto da fare. Probabilmente questo ultimo passaggio sarà considerato “retorica“, ma la maggior parte delle volte, la risposta è stata già detta, senza sortire nessuna reazione. Ma forse è proprio questo il problema: “se gli altri non re-agiscono, perchè devo farlo io?!“

Ecco un monito ad agire, anche se si è soli; ci sono tante solitudini nel mondo che agiscono: queste piccole gocce nell’oceano, ad un certo punto si incontreranno e genereranno il cambiamento, confido in questo.

Conclusioni

Seguirà altra parte, aperta a commenti di donne e, possibilmente, un confronto pubblico, un incontro dove poter ascoltare, insieme, uomini e donne.

Enrico Conte

Redazione di Trieste 

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Foti di Dorothea Lange

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