IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Luigi Maestri e il Salento: “Gli affreschi di Galatina” in Santa Caterina Ante Litteram

Galatina, Santa Caterina da Alessandria. Locandina

Galatina, Santa Caterina da Alessandria. Locandina

di Maurizio Nocera

In quella che noi oggi sappiamo essere l’Italia, dopo l’Unità del 1861, la stampa tipografica è stata una delle prime straordinarie forme di arte e lavoro. Qui, nella penisola, si sono avvicendati tipografi come Aldo Manuzio (Bassiano, tra 1449 e 1452 – Venezia, 1515); Giambattista Bodoni (Saluzzo, 1740 – Parma, 1813); Alberto Tallone (Bergamo, 1898 – Alpignano, 1968); Giovanni e Martino Mardersteig (Weimar, 1892 – Verona, 1977); Franco Riva (Verona 1922-1981), A questi certamente va aggiunto Luigi Maestri (1919-ca 2000), una sorta di aristocratico del torchio.

D lui il grafico Attilio Rossi (Milano, 1909-1994) scrive che:

            «Se dovessimo tentare un ritratto analogico di Maestri e della sua opera di raffinato tipografo, di sibarita del bianco e nero, prenderemmo, come punto di partenza per meglio definire i tratti essenziali, una lettera del carattere Garamond, anzi una lettera maiuscola dove i canoni costruttivi sono più evidenti. […] Ebbene in questa scelta quasi esclusiva del carattere Garamond, in queste sue proporzioni, in questa sua euritmia ed eleganza l’osservatore attento potrà scoprire e gustare il segreto dei moduli spaziali con cui Maestri costruisce la sua bella e leggibile pagina, e quei suoi armoniosi frontespizi che suggeriscono, a riprova della loro perfezione, i punti essenziali con cui idealmente si costruisce il profilo perfetto di un’anfora./ Se poi con modulata pazienza continuerete ad osservare l’ottima stampa, la spaziatura meticolosamente e pazientemente perfezionata e la scelta oculata delle carte, forse riuscirete ad intravvedere quel tratto analogico di Luigi Maestri che promettevamo di tracciare all’inizio di queste righe» (v. Mostra di Luigi Maestri Tipografo. Opere stampate dal 1957 al 1967, Centro di Studi Grafici e Biblioteca Comunale di Milano – Palazzo Sormani, 1967, pp. 5-6).

Sempre lo stesso Attilio Rossi, nella sua introduzione Luigi Maestri Tipografo al catalogo della Mostra Mezzo secolo di Arte Tipografica (Biblioteca Trivulziana, Milano 1992) scrive:

            «Conosco Maestri da mezzo secolo, osservo il suo lavoro con trepidazione, stupore e qualche timore, nel vederlo perseguire la sua ideale vocazione in un generoso disordine che lo porta a collaborare spesso con poeti e artisti, illustri bibliofili, inquieti e spericolati editori, in imprese bellissime ma al limite del disastro economico. […] A settant’anni [gli anni di Maestri], nelle stanze del suo Atelier del Libro, situato nel delizioso chiostro della Basilica del Carmine, fra pile di pagine di piombo, mentre termina di stampare sul suo torchio, Stanhope (1807), in cento esemplari l’edizione del Compendio delle stregonerie di Frate Francesco Maria Guaccio, Maestri si appresta, a distanza di quasi un trentennio dalla mostra del 1967 promossa dal Centro di Studi Grafici alla Civica Biblioteca Sormani, ad esporre i suoi lavori nella splendida Sala del tesoro della Biblioteca Trivulziana, con il patrocinio del Comune di Milano» (v. pp. 11 e 13).

In realtà, il catalogo della Mostra del 1992 altro non è che la replica della stessa che si era tenuta nel 1967-68, dove è pubblicato uno scritto del critico d’arte Guido Ballo (Adrano, 1914 – Milano, 2010), il quale sostiene che:

            «quando si guarda – e si tocca, per la consistenza della carta – un’edizione di Bertieri, di Preda, di Mardersteig, di Tallone, o di Maestri, si prova una gioia particolare: non si ha più la sensazione di essere fuori dalla cultura innovativa e di subire la tradizione. […] La formazione di Maestri, a parte la familiarità, fin dagli inizi, con la tipografia paterna, avviene del resto attraverso l’insegnamento di Giulio Preda [Pavia, 1911 – Gerba, 1972], il quale lo avvia a una pulizia grafica, a un ordine, che nascono da una chiara, coerente concezione morale più che estetica» (v. pp. 8-9).

Lo stesso Ballo, intervenendo, con una seconda introduzione – La “pagina” di Luigi Maestri – sul catalogo della mostra 1992, scrive:

            «L’umiltà, che gli fa calibrare la pagina e il libro come prodotto di rigoroso artigianato, ha permesso del resto a Maestri di sviluppare un costume tipografico più personale, anche se in apparenza mai invadente o clamoroso. I risultati suscitano alla fine meraviglia» (v. pp. 15 e 16).  

Personalmente conosco molte opere stampate da Luigi Maestri, che sono in elenco in quei due cataloghi, ed in esse non ho scorto un solo libro salentino; si cita solo un libro pugliese, quello di Alfredo Giovine, Proverbi pugliesi, edito da Aldo Martello Editore ma «impaginato da Luigi Maestri, composto e stampato dalle Arti Grafiche Italo-Svizzere-Artis, Milano, MCMLXX».

Del celebre torcoliere milanese, il bibliofilo Armando Torno ha scritto:

            «Maestri è nato in tipografia, è cresciuto in tipografia (anche se ha studiato a Brera e in Bocconi), la sua vita si riassume con l’arte della tipografia. E in tipografia ha ricevuto il mondo. Da lui si aggirava sempre Piero Chiara con qualche proposta. Dino Buzzati si appoggiava con i pugni sotto il mento sulla scrivania, Ungaretti voleva occhieggiare l’effetto di una certa pagina, Quasimodo giungeva accompagnato da… È inutile tentare l’elenco. Perché è troppo lungo. Anche tra gli artisti i nomi non mancano. Si va da Minguzzi a Giò e Arnaldo Pomodoro, da Domenico Cantatore a Guido Somaré» (v. «Il Sole 24 Ore», 14 maggio 1989, p.21).

Ma poi è proprio Luigi Maestri che, in un’intervista di Vittoria Palazzo, alla domanda «Come sei giunto a fare il tipografo?» racconta:

            «È una scelta d’amore, non di lucro. Mio padre aveva un’azienda tipografica, che poi dirigeva in fondo mia madre perché era sempre in giro per lavoro. Mia madre credo sia stata nel 1920 la prima femminista… Io studiavo al liceo scientifico avviato alla scienze naturali e alla medicina. Le scienze sono state e sono tuttora la mia passione. Però un giorno d’estate – allora si aveva un altro senso dell’educazione, disse: “non ammetto che adesso il signorino stia tre mesi a casa senza fare niente. Per piacere vieni là e mi dai una mano in tipografia!”. Mi mise a fare il garzone e poi a tirare il torchio. Ci presi subito gusto, mi innamorai di quell’odore d’inchiostro e di carta. Del resto, io ho sempre desiderato di fare dei libri, perché a me piaceva non solo scriverli, stamparli, vederli nascere, ma soprattutto desideravo fare il bel libro. Così a poco a poco ho cominciato ad appassionarmi di tipografia e a lavorare con papà per mio divertimento. Era comodo per me perché frequentavo la Bocconi: uscivo dall’ufficio in via Solferino e andavo in Largo Treves. Per un paio d’anni sono stato anche assistente del professor Borroni! Arriviamo al ’39-40 [ha 19-20 anni]: militar soldato, guerra, mi sono fatto tutta la guerra prima in Sicilia poi in Jugoslavia, ho combattuto i tedeschi, ho fatto il partigiano, sono stato preso dalle SS, che avevano ripulito tutta la tipografia e fatto prigioniero a San Vittore. Quando la guerra è finita, ho dovuto tirarmi su le maniche e ricominciare tutto d’accapo. […] Senza una lira ho aperto una mia tipografia cominciando con una vecchia macchina, poi due, tre, quattro, cinque, e sono andato avanti per vent’anni stampando monografie, libri d’arte, di poesia, saggi, cartelle d’incisioni, litografie, cercando di realizzare ogni volta il miglior libro possibile» (v. «il Subbio», mensile di arte, letterature e sf, Rho-Milano, marzo 1975, p. 4).

E ancora più in là, nell’intervista, la giornalista gli chiede: «Che nome hai dato alla nuova stamperia?».

            «l'”Atelier del libro”, in Largo Treves. Ci lavoriamo in sette, oltre me. È sufficiente. Sono tutti miei vecchi operai da venti, venticinque anni. O miei allievi, ormai uomini, che sono venuti con me da ragazzini e mi vogliono un bene matto. Lavoriamo con amore. Comunque, questo è un mestiere che va morendo, il lavoro di tipografia lo sta soppiantando l’automatizzazione. Anche se c’è differenza tra un libro in serie e un libro artigiano, noto però una cosa: quelli che mi commissionano un libro bello, chi sono? Uomini della mia età, vecchi amici che ancora operano in questi grandi complessi tipo Pirelli, uomini che ancora amano queste storie e ne serbano il gusto. Però il giovane manager non le capisce. Non capita spesso che mi chiedano litografie al torchio. Il libro che faccio, lo apprezzi tu, lo apprezza Guido Ballo, Roberto Sanesi, che avere una mentalità d’arte e di cultura. Ma non tutti. Il mercato vuole altro. Il piacere della carta uso mano, della scelta dei caratteri, del frontespizio, della composizione, dell’impaginazione, questa che hanno chiamato l’architettura del libro, finisce con noi».

E, un’ultima domanda: «Cosa hai in programma?». Risponde:

            «Un libro in omaggio a Michele Cascella. Poche copie numerate con la novella di D’Annunzio Il cerusico di mare e sei litografie di Cascella. Quindi Gli dei Scapestrati, poesie inedite di Raffaele Carrieri e cinque acqueforti a colori di Domenico Cantatore; Decamerone, curato da Vittore Branca e Piero Chiara con undici acqueforti a colori di Gentilini e infine Sulle onde del lago Maggiore, di Piero Chiara con sette acqueforti-acquetinte del piettore biellese Carlo Rapp»

Torno ai cataloghi. In essi non è citato il libro sugli affreschi di Santa Caterina di Galatina di Antonio Antonaci. Apparentemente ciò sembra inspiegabile*. Soprattutto al sottoscritto, impegnato letterariamente a Milano per quasi 50 anni. Nonostante il mio impegno nel mondo del libro nella capitale delle librerie, delle tipografie, dei grafici, dei torcolieri, e quant’altro, è strano che non sia riuscito a scoprire che il grande tipografo milanese avesse stampato un libro di un nostro conterraneo. Mi appariva grande la distanza tra la Milano tipografica degli anni ’60 e il Salento degli scrittori di quell’epoca. Mi sbagliavo. Perché, un giorno, contattato da Salvatore Coluccia e Giuseppe Serra, rispettivamente presidente e vicepresidente del Club Unesco di Galatina, mi fu chiesto un consiglio tecnico su un libro di Antonio Antonaci. Il volume è Gli affreschi di Galatina. Saggio di storia e Filosofia dell’arte.

Dato che Galatina – tra Otto-Novecento – è la patria delle tipografie salentine, ho chiesto loro chi fosse lo stampatore-editore, aspettandomi di avere come risposta o l’Editrice Salentina, o Panico, o l’editore Mario Congedo. Mi risposero: «Luigi Maestri di Milano». Là per là mi venne spontaneo un sorrisetto. Quindi, chiesi di vederlo. Ma non solo i due responsabili del Club Unesco mi fecero vedere il volume ma, addirittura, il vicepresidente Giuseppe Serra, me ne donò un esemplare. Con il libro tra le mani, non credevo ai miei occhi. Effettivamente la firma e il marchio sono di Luigi Maestri, il cui colophon recita:

           «finito di stampare dalla Maestri Arti Grafiche nel mese di dicembre MCMLXVI».

Francamente la sorpresa fu grande, per cui mi convinsi che un nostro autore galatinese – mons. Antonio Antonaci – era riuscito a farsi stampare un libro da uno dei più grandi stampatori su torchio del Novecento.

Con lo stupendo volume Gli affreschi di Galatina, cartonato, formato mezzo folio (25 x 32), in copertina, in un riquadro inciso è incollata un’immagine a colori degli affreschi. Il volume è stampato su carta speciale priva di ossidanti, con un inchiostro nitidissimo e caratteri corsivi e normali Garamond, un frontespizio che respira classicità; l’impostazione della pagina segue i canoni pacioliani della misura aurea, mentre i testi dell’autore si alternano a stupende immagini storiche quando in bianco e nero quando a colori. Si tratta, vista l’epoca della stampa, di un unicum eccezionale, che dà oggi ampiamente l’idea di come erano gli affreschi a quel tempo e come sono oggi dopo il restauro.

Nell’incipit c’è una dedica di Antonaci al

            «principe Alessandro Comneno d’Otranto, nella cui anima vibra la millenaria grandezza dei suoi Avi, e al cui mecenatismo si deve la presente pubblicazione; [all’]arcivescovo di Otranto, S. E. monsignor Gaetano Pollio, il quale affettuosamente mi ha incoraggiato e sostenuto nel “dubbioso calle” che ha portato alla realizzazione di un’opera che mi è tanto costata./ La mia riconoscente attenzione va anche al prof. Giacomo C. Bascapè, dell’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano, e al bravo editore, dott. Luigi Maestri». Dunque, non ci sono dubbi sullo stampatore, perché l’autore lo cita nella dedica, per cui l’ha conosciuto di persona.

A presentare il prezioso volume è lo storico, paleografo e sigillografo Giacomo Carlo Bascapè (Redavalle, 1902 – Scopello, 1993) che scrive:

            «L’Antonaci esamina tali pitture ed istituisce un’attenta comparazione tipologica con altri affreschi del Salento; ne ricava constatazioni stilistiche ed apprezzamenti utili, che recano un contributo serio non solamente allo studio dell’argomento, ma in generale alla valutazione della pittura quattrocentesca pugliese. Egli vede nel fiorire della civiltà artistica di Galatina – che si manifesta in modo eccezionale nei dipinti citati – una singolare, viva ed efficace testimonianza dello svilupparsi del gusto, della cultura, della spiritualità del popolo salentino, dotato di una spiccata sensibilità che si potrebbe definire autoctona, nata in una zona felice del mondo classico, ove l’arte ed il pensiero greco si sono incontrati e fusi con quelli romani; il periodo bizantino ha tenuta viva la fiamma – mentre in altre aree d’Italia le invasioni barbariche cancellavano ogni luce – e gli ultimi splendori del Medio Evo e l’inizio del Rinascimento hanno trovato qui un terreno fertile e un ambiente preparato./ Devo infine notare che l’Autore, oltre ad esaminare le pitture in sé, sotto l’aspetto formale, stilistico, compositivo, ha tentato di delineare il fervore spirituale, il clima culturale ed artistico in cui quelle opere sono nate e l’ambiente che le ha godute ed apprezzate, come monumenti di fede e di bellezza; insomma egli ha delineato un profilo di filosofia dell’arte della sua terra./ E questa è una novità, degna di plauso».

Infine, della sua opera, «che gli è tanto costata», Antonio Antonaci scrive:

            «studiando l’iter architettonico e specialmente pittorico (noi ci fermeremo sul secondo) della chiesa cateriniana di Galatina, si può avere una guida ampia e maestra per seguire gli sviluppi della storia e della civiltà salentina: poiché l’Arte – e come! – costituisce un materiale fecondo per stabilire le determinazioni sociali d’un popolo e quindi formulare una sociologia della conoscenza. Ecco perché Cosimo De Giorgi, ne La Provincia di Lecce, II, 1884, scriveva: “tutta la storia dell’arte e della civiltà di Galatina si potrebbe dire che si compendia nel tempio di S. Caterina”» (v. p. 4).

(*) P. s. L’inspiegabilità si spiega col fatto che Luigi Maestri non poteva esporre tutto il suo lavoro di decenni di stampa di gran pregio. L’intervistatrice Vittoria Palazzo lo conferma: «Alla fine del 1967 fu allestita una mostra di Luigi Maestri in Palazzo Sormani, a cura della Biblioteca Comunale di Milano e del Centro di Studi Grafici. Venivano esposte le opere più significative degli ultimi dieci anni di attività tipografica, opere concepite e realizzate esclusivamente come un oamggio all’architettura e all’armonia della pagina stampata. Nella presentazione all’eccezionale catalogo (esso stesso di perfetta fattura grafica) guido Ballo scrive che la “pulizia grafica e l'”ordine” di Luigi Maestri “nascono da una chiara, coerente concezione morale più che estetica”. In effetti questo insolito personaggio è l’immagine della coerenza, dell’armonia fra l’io, il lavoro e la vita, della fusione fra senso estetico e valore etico, fra forma e contenuto, dolce “ma non eccessivamente”, severo “ma non troppo”. Dal “Borg di sciagulatt” all’estrema periferia milanese dove nacqua nel 1919 in una via Canonica ingombra di ortolani e cassette di cipolle, al nobile palazzo di Via Brera dove oggi vive, è passata per Luigi Maestri oltre mezzo secolo: egli vi ha lasciato la sua impronta senza clamore ma preziosa nel tempo» (v. «il Subbio», mensile di arte, letterature e sf, Rho-Milano, marzo 1975, p. 4).

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