IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Banche, controllori controllati: dalla caduta del governo Giolitti al conto Primavera

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Banca d'Italia

di Elena Tempestini

Le notizie degli ennesimi scandali politico finanziari del paese Italia, iniziano a darci l’assuefazione a non indignarci più di tanto, la malattia cronica che ci attanaglia, prende il nome di “corruzione”. L’anno 2015 appena trascorso, è stato testimone delle tangenti all’interno di Expo, “mafia capitale” e degli scandali bancari, da MPS fino alla recente Banca Etruria. Ancora una volta l’inefficienza degli organi di vigilanza è sotto l’accusa di negligenza, creando scontri e diatribe all’interno degli organi stessi, come nel caso delle nuove norme contro la corruzione volute da Renzi , ma aspramente criticate dall’ Associazione nazionale magistrati e dal procuratore antimafia Franco Roberti.

Da sempre abbiamo visto che le crisi dell’alta finanza seguono quelle dei governi e delle loro politiche, davanti alle nefaste notizie di fallimenti bancari, emergono dietrologie e complotti, forti scontri di correnti di potere ma anche incompetenze e miserabili aiuti dati scelleratamente agli amici degli amici. Purtroppo ciò che è emerso dal fallimento del Comune di Roma è quantomeno imbarazzante, la mafia e il braccio armato della delinquenza sono al servizio degli intrecci finanziari e politici, intrecci che hanno trasformato aziende pubbliche come l’ATAC  (azienda comunale romana di trasporto pubblico)  in una zecca di Stato, creando  un meccanismo di falsificazione dei biglietti con doppia emissione per ogni numero di serie creata, un danno patrimoniale per la cassa societaria di ben 72 milioni di euro all’anno. Ancora non si sa da quanti anni andava avanti questo autentico ladrocinio della falsificazione dei biglietti dall’interno dell’azienda, però sappiamo che lo stile della truffaldina idea era già stata usata alla fine dell’ottocento.

Dopo il “crollo” del sistema che era ai vertici del Monte dei paschi, siamo nuovamente davanti a un nuovo scandalo, con “l’affaire” della banca Etruria, si è iniziato forse a comprendere che qualcosa non funziona all’interno del meccanismo bancario. Gli intrecci si sono formati storicamente nei decenni addietro, e proprio per banca Etruria dobbiamo tornare indietro a quando il venerabile maestro Licio Gelli aprì, presso la banca aretina, il conto “Primavera” (scoperto dalla Commissione Anselmi) sul quale venivano versate le quote degli iscritti alla sua loggia.

Ancora una volta possiamo solo fare un salto temporale nel nostro passato del Nuovo Regno D’Italia, un passato non poi così lontano nel quale il paragone di oggi con il grande scandalo della banca Romana e la fine della “sinistra storica” con la caduta del governo Giolitti, è quasi inevitabile. Se nel 1862, si era costituita la Società italiana per le strade ferrate meridionali, grazie all’intervento dei capitali dei banchieri livornesi, e producendo il primo grave scandalo di tangenti politiche, pochi anni dopo le speculazioni edilizie e la mancanza di liquidità del paese diedero il terreno fertile a un nuovo scandalo, la Regìa Cointeressata Tabacchi, portando il Regno d’Italia e il suo sistema bancario a un pesante scontro.

La preoccupazione della Destra governativa era di riportare la finanza pubblica dentro il pareggio di bilancio, ma con il ritorno alla convertibilità aurea nel 1883, e il governo Crispi  del (1887-1896) si era avviata una pericolosa crisi fiscale dello Stato. Si dovettero prendere seri provvedimenti per regolamentare un sistema di politica bancaria che stava divenendo scellerato, gli equilibri tra governo e banche venivano a mancare, se mai erano stati creati. Davanti a una mancanza di denaro pubblico, alle imprudenti e vistose irregolarità, seguite da vere e proprie falsificazioni, il sistema bancario subì un vero e proprio collasso. Il Parlamento e la monarchia non erano in grado di assicurare una crescita del paese,  il tenore di vita della massa popolare stava peggiorando ed eravamo in una nazione appena fondata. Nel 1888 il Credito Mobiliare e la Banca Generale fallirono. Francesco Crispi, statista ormai anziano in un colloquio con il Re Umberto I disse:

“Maestà, l’Italia è in condizioni tragiche, il paese ha perduto la coscienza di sé. Si è tolto il coraggio, si è avvilito parlando di miserie che non esistono, si è illuso dandogli a credere che solo facendo economie si poteva pareggiare il bilancio, bisogna provvedere subito se non lo facciamo andremo incontro ad un disastro.”

Francesco Crispi (Fonte: wikipedia)

La situazione era molto più complessa di quanto sembrava poter apparire a prima vista. Giovanni Giolitti, proveniva dalla piccola borghesia, credeva nella libertà individuale, negli ideali sociali non aveva la piaggeria romantica del buonismo, e non era attratto dal potere come forma di coercizione individuale. Conosceva molto bene il sistema burocratico del nuovo regno, aveva iniziato giovanissimo a scontrarsi con i meccanismi politici, e come meglio di lui nessuno, aveva individuato il nodo economico da sciogliere, doveva essere attuata una riforma della finanza e del sistema bancario.

Giovanni Giolitti (Fonte: Wikipedia)

Nella visione della politica ottocentesca il concetto di banca centrale non esisteva, nessuna sorveglianza sul credito era mai stata attuata. L’Italia era giunta all’unificazione politica ed economica del nuovo regno, in condizioni di arretratezza rispetto agli altri paesi europei. Con la crisi della società agricola e lo sviluppo del sistema industriale c’era la necessità di erogare prestiti e finanziamenti, senza questo concetto economico il sistema bancario non aveva alcuna possibilità di crescere e consolidarsi.

Per ogni riforma attuata che farà nascere un nuovo sistema, ci deve essere la morte del vecchio, ed ecco che nel 1893 avvenne lo scandalo criminale-politico- finanziario della Banca Romana.

L’indagine evidenziò che la banca aveva emesso banconote per 113 milioni di lire, a fronte di riserve auree di soli 60 milioni, falsificando banconote per 40 milioni stampandole due volte con gli stessi numeri di serie.

Il ministro Miceli si trovò alle prese con un problema di dimensioni bibliche, alla convocazione, il direttore generale della banca, Bernardo Tanlongo, di fronte all’evidenza dei fatti, fu costretto ad ammettere la verità. Le banconote in eccesso erano state stampate a Londra dalla H. C. Sanders & Co. Con i numeri di serie di quelle che erano state destinate alla distruzione per usura. Le firme erano state fatte con speciali timbri, lontano da occhi indiscreti, ad opera dello stesso Tanlongo, di suo figlio Cesare e del capo cassiere rag. Lazzaroni. La motivazione, fu quella di compensare il forte ammanco di cassa dovuto alle ardite operazioni d’investimento nel settore edilizio, molte delle quali erano prive di un concreto riscontro, a causa della crisi del mercato immobiliare ormai avviata. Il governatore Tanlongo riuscì a dire al ministro Miceli che gli ammanchi sarebbero stati  immediatamente ripianati, avendo già contrattato un prestito di 10 000 000 di lire con la Banca Nazionale del Regno d’Italia, gli ulteriori 9 000 000 di lire reperiti per tre milioni attraverso un secondo prestito, e gli altri sei creando una serie di conti correnti fittizi.  

(Fonte: Wikipedia)

Il direttore generale Tanlongo fu arrestato e confessò agli inquirenti che ben 22 deputati erano coinvolti nella ruberia che proiettava ombre pesanti sul comportamento dei primi ministri Giolitti e Crispi, per arrivare persino al re Umberto I, fortemente indebitato con la Banca stessa.

A nulla valsero le proteste e la richiesta di una Commissione parlamentare d’inchiesta e gli inviti davanti alla Magistratura di fare chiarezza. In nome di un presunto superiore interesse nazionale, il sistema fece scomparire le carte, le prove documentali dell’accusa e tutto fu insabbiato. Il processo portò sul banco degli imputati quasi tutti i nomi più importanti del governo, della politica e della finanza, ma tutto si concluse con l’assurda generale assoluzione di tutti gli imputati, l’archiviazione delle loro posizioni, e i giornali intitolarono i loro articoli con una frase che ancora oggi può solo far rabbrividire: “ tutti colpevoli nessun colpevole”,  ma la coscienza morale insita nell’uomo in qualcuno si fece sentire,  il deputato Rocco de Zerb per la vergogna si suicidò.

Lo scandalo della Banca Romana mise ancora di più in evidenza l’urgenza di creare una banca centrale, attraverso la fusione della Banca Nazionale del Regno d’Italia e le altre maggiori banche pubbliche operanti quali: la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito per le industrie e per il commercio, e proprio la Banca Romana, nacque la Banca d’Italia (continuarono a operare autonomamente il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia ai quali però nel 1926 fu sottratta la potestà di emettere moneta, consentita solo alla Banca d’Italia). Il processo di fusione fu complesso, ma gli artefici dell’operazione ne furono soddisfatti, ancora una volta i nomi dei soci storici della nuova banca erano: Bombrini, Bastogi e Balduino.


Con la legge bancaria del 1936 (ancora oggi in vigore) la Banca d’Italia diventò istituto di diritto pubblico, con il compito di emettere titoli al portatore, ricevere depositi e conti correnti, negoziare strumenti, alienare e comprare beni mobili e immobili, fornire un servizio di cassa, funzionare come tesoreria dello Stato e vigilare sulle banche private italiane. Non fu però ben chiarito se la proprietà dovesse essere solo pubblica, privata o mista.

Banca d’Italia (Fonte: Wikipedia)

Fin dalla sua nascita, la banca d’Italia ha avuto un alone di mistero, di segretezza, quasi volesse celare un filo oscuro e diretto tra politica, industria, assicurazioni e mondo bancario privato, un alone di organo superiore che può comandare a suo piacimento sulla nazione, senza dover dare spiegazioni, e forse il nodo che è a monte di molti crimini impuniti possiamo comprenderlo meglio facendo un minimo di chiarezza.

Nel 1998, in previsione dell’immissione della moneta euro, la Banca d’Italia è entrata a far parte del sistema europeo delle banche centrali, rivelando maggiori notizie sulla reale proprietà della Banca d’Italia, dovendo fare chiarezza su uno dei segreti gelosamente custoditi nel nostro paese da 150 anni. Tutti gli eventi storici danno luogo a un percorso, nel bene e nel male, spesso, purtroppo non abbiamo la memoria di ricordare tutto, e noi italiani scordiamo anche gli scandali che ci fanno tanto inorridire lì per lì, meravigliandoci a ogni nuovo.

Nel 2005 a seguito dello scandalo che aveva costretto alle dimissioni il governatore Fazio (le famose scalate bancarie BNL, Unipol, Antonveneta ecc.), la Banca d’Italia sotto la pressione di una campagna stampa serrata, dovette rendere  disponibile l’elenco dei partecipanti, i destinatari dei dividendi monetari e di potere, ai quali era rivolta l’annuale relazione di politica economica e finanziaria. La distribuzione delle quote era rimasta quasi invariata dal lontano 1948 (gli unici cambiamenti erano stati quelli derivanti dalle privatizzazioni con acquisizioni e fusioni bancarie avvenute nel frattempo) quindi la Banca Intesa San Paolo Spa deteneva la quota di maggioranza del 30,3%, seguita da Unicredit con il 22,1%, Assicurazioni Generali con il 6,3%, L’INPS e l’INAIL con il 5,7%, la BNL con il 2,8%, la Banca del Monte Paschi di Siena con il 2,5% e gran parte delle Casse di Risparmio del territorio italiano per piccole quote.

Quindi, è facilmente comprensibile, che la Banca d’Italia è per il 94,3% in mano privata e per il 5,7% in mano a soggetti pubblici, ed ecco nascere un vero paradosso giuridico: un istituto pubblico di proprietà privata, i cui azionisti (l’elenco dettagliato dei 56 soggetti è sul sito della Banca d’Italia) sono proprietari del loro controllore.

Davanti al presente di oggi, davanti agli innumerevoli scandali e alle “offese” che il cittadino risparmiatore si vede infliggere da parte delle banche, bisognerebbe rileggere lo Statuto dell’istituto e cercare di capire cosa esso sia diventato negli anni di trasformazione, ricordandosi che la Banca d’Italia è così descritta nella sua scrittura:  “ente di diritto pubblico, che opera in “piena autonomia e indipendenza” al pari di tutte le altre banche centrali del sistema europeo (SEBC, 1998), “non può sollecitare o accettare istruzioni da altri soggetti pubblici o privati”. Quindi anche se gestisce la moneta a corso legale che tutti noi utilizziamo, la Banca d’Italia non è obbligata o sottoposta a rendere conto del suo operato a nessuno, nemmeno al Governo democratico della nazione: il suo obbiettivo è assicurare la stabilità monetaria e finanziaria per il corretto sviluppo economico del paese, se spetta alla Banca centrale europea il compito di vigilanza su banche e gruppi bancari italiani rilevanti, la Banca d’Italia, mantiene una competenza piena ed autonoma nella vigilanza di banche nazionali minori, sulla protezione dei consumatori, nel contrasto del riciclaggio e dei finanziamenti al terrorismo, deve assicurare la trasparenza delle condizioni contrattuali e la correttezza nelle relazioni tra intermediari e clienti.

Fermo restando che dovrebbe fare un maggiore sforzo nell’essere più concreta nell’esplicazione del proprio ruolo di vigilante, rendendo credibilità e trasparenza alla sua funzione, senza mai scordarsi nel presente, che la Banca d’Italia è nata proprio per fare in modo che ciò che era successo alla Banca Romana non si ripetesse più.

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