IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Caino è Abele, di Tyna Maria

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Tyna Maria Casalini e Lidia Caputo

di Lidia Caputo

Il titolo della silloge poetica di Tyna Maria appare a prima vista,  provocatorio, stravagante, paradossale.

Si tratta solo di un geniale ossimoro dell’eclettica artista e filosofa che non smette mai di stupirci per le sue originali performance, nonché per le  brillanti direzioni di laboratori universitari e accademie internazionali a cui si dedica con gioia, passione e altruismo impareggiabili?

Oppure grazie al capovolgimento semantico del titolo, Tyna Maria desidera infrangere  i nostri schemi mentali, mettere in discussione  certezze e  opinioni cristallizzate e fare appello alla nostra riflessione?

Con questa raccolta di liriche ritengo che la poetessa  desideri farci prendere coscienza della necessità di valicare i limiti del nostro Dasein, di “esseri gettati nel mondo”, secondo la definizione del filosofo esistenzialista Martin Heidegger al fine di liberaci dal nichilismo, dal determinismo biologico, nonché dell’incomunicabilità con gli altri esseri e con le altre culture. Per esplorare la ricchezza dei punti di vista degli altri popoli, non possiamo ricorrere ad un sapere scientifico e razionale, bensì affidarci alla poesia e alle narrazioni di eventi fondativi della nostra civiltà. Occorre attingere sia alla tradizione biblica, sia alla rielaborazione originale dei miti classici ad opera di autori moderni e contemporanei per una condivisione aperta ai molteplici significati degli eventi storici ed etico-religiosi.   

A tal proposito desidero raccontarvi brevemente la storia di Caino e Abele, secondo la versione dello scrittore portoghese e premio Nobel per la letteratura nel 1998, Josè Saramago.

Nel suo romanzo Caino, scritto nel 2009, l’autore portoghese narra che “Sin dalla più tenera infanzia Caino e Abele erano stati i migliori amici, al punto tale da non sembrare neanche fratelli, dove andava uno, andava pure l’altro, e tutto facevano di comune accordo”[1]. Il loro reciproco affetto suscitava persino la gelosia delle altre madri d’Israele finché un giorno la loro ammirevole intesa si infranse. “Abele aveva il suo bestiame, Caino il suo agro e, come dettavano la tradizione ed il dovere religioso, offrirono al signore le primizie del proprio lavoro[2]. “Senza alcuna spiegazione il Signore accettò il sacrificio di Abele e se ne compiacque, mentre rifiutò le primizie coltivate con tanto amore da Caino. Caino rimase contrariato e umiliato dal rifiuto del Signore, ma Abele, invece di consolare il fratello, lo schernì, si mise a decantare la propria persona, proclamandosi come un favorito del Signore: il suo prediletto.  Caino cercava di sopportare sia i ripetuti rifiuti da parte del Signore, sia il disprezzo e lo scherno del fratello, ma la loro reciproca ostilità sfociò nel sangue. Secondo l’etimologia del nome ebraico, la radice del nome Caino  significa acquisire, prendere possesso, mentre il termine ebraico “Hawel” significa vuoto, soffio, spesso tradotto con vano, vanità, nel senso dell’Ecclesiaste 1,2.

Immagine di quarta di copertina

Questa coppia di fratelli che si amano e poi si odiano è l’archetipo dei familiari che ancora oggi entrano in conflitto per banali incomprensioni e rivalità all’interno delle pareti domestiche. Abele non comprende le sofferenze e le umiliazioni del fratello, dimostrando di avere un’indole superficiale ed egocentrica, ma questo non giustifica affatto il suo assassinio. Caino che in un primo momento amava  Abele, tanto da identificarsi con lui, in seguito lo sopprime con quella violenza inaudita che  caratterizza con frequenza i rapporti parentali, oltre che le guerre fratricide che insanguinano la terra. Caino è Abele poiché  al contempo è carnefice e vittima, dopo essere vissuto all’unisono con il fratello.  

In un recente studio, proposto dal collegio rabbinico italiano, lo studioso Gabriel Levi, sulla rivista “Idee”(19/12/2019) ritiene che occorre evitare sia la “santificazione” di Abele, sia la “demonizzazione” di Caino, poiché entrambi sono responsabili per non aver saputo risolvere con il dialogo e la comprensione i loro conflitti di carattere familiare e religioso. Come Caino è Abele, così anche Abele, in un rapporto di reciprocità, è Caino poiché ha chiuso il proprio cuore al fratello. 

Tematica ricorrente anche nella scrittura di Tyna è la  sconfitta dell’amore, sia sul piano universale che personale: “ Ci sarebbe da sventrarla l’Umanità/ per quanto della sua natura disonora. ( Lettera al figlio,  p.26) . “Parole incomprese/ non volevano parlarsi./In pasto ai tuoi impulsi/quel mio sguardo lacrimante/ mai di condanna” (Memorie di Novembre, p.37).                                                          

Tyna Maria e Lidia Caputo (foto di Serena Rossi)

La poetessa, tuttavia, ci comunica non solo spleen e angoscia, ma anche la bellezza  della sua anima che  attinge alla dimensione dell’amore incondizionato. (Vita senza fiato, p.44): “Fa’ che la tua vita si lasci incantare/ da quanto amore sei capace di amare/[…]. Fa’ che a scavarti sia l’Amare/ per quanto mondo ancora c’è da fare”. Ed ancora ella proclama con fermezza: “Non ci disperda questo tempo/non ci ha dispersi questo tempo” (Anelito, p.19).                                             

Nei versi di Tyna riecheggia il canto di un amore sorgivo che disseta la carne e lo spirito dell’amato, senza chiedere nulla in cambio:  “Il senso della Vita è nel suo fine/ e di quell’unico giorno vivo l’attesa/ in cui finalmente crederai/ che esiste un amore libero/ fottutamente libero di vivere senza ricevere”. (Fottutamente libero, p.49).                                                                                               

La dimensione sensuale dell’amore esplode in un canto limpido e vibrante di odori, suoni, sguardi silenzi, come in un pentagramma: “È un pentagramma dei Sensi/il suono di te./ Profumo terroso sei/ melodia che articola versi in voli della mente”. (Pentagramma dei sensi, p.16). Memoria e nostalgia  incantano i sogni in cui la fanciulla era la luna nell’immaginazione dell’uomo amato. (Donna di miele p. 54).

Straziante e vivo è anche l’affetto che aleggia nel rievocare quell’Eden che Tyna ha condiviso con l’amatissimo fratello Galileo: “Gesti accudenti ci hanno cullato/ e infanti della vita siamo nati nuovamente,/ mondi sommersi rievocano a pelo d’acqua/ricordi di un tempo andato”. (Infinità di vita p. 31). Parimenti nella sublime lirica che l’artista dedica al padre, un arcano silenzio sembra prendere il posto delle parole in quell’ultimo respiro “come carezza che lieve giunge al cuore”. (Ancora un respiro, p. 18).                                                                                                                               

Anche nelle altre liriche che compongono la silloge, la poetessa  rivela una pluralità di prospettive, di timbri, di sonorità e dissonanze che eccedono non solo le tradizionali correnti letterarie, ma anche la cultura stereotipata e omologante dell’età digitale .                                                 

La silloge articolata in differenti movenze e ritmi  rivela a noi lettori il senso della complessità della vita, anche mediante l’approfondimento di due altre due tematiche ricorrenti della silloge: il Tempo e  la Morte.

Nella lirica “Vita senza fiato” il tempo si eterna nell’amore (p. 44) , oppure è il tempo ancestrale della nascita che diviene fondamento della vita: “Una tribuna di sogni antichi/ ti attendevano nell’utero del mondo/facendo di soave attesa ogni respiro./Il tempo era riverso all’oltre/ nulla ad adombrarlo, se non l’istante.” (Istante, p. 34).

Il tempo segna inoltre gli argini terreni dell’esistenza “che vulnerabili siamo chiamati/ nel sonno inermi e nella mente indifesi”, (Argini I, p. 12). Eppure il tempo nulla può dinanzi all’amore se non ubriacarsi, dimenticando il suo avanzare. (Ama tanto da non farti capire p. 11).

Legata alla tematica del tempo è la riflessione sulla morte, che nella nostra autrice raggiunge vette sublimi di trascendenza. Con accenti francescani, la poetessa la chiama “sora morte” p. 14 e le parla con impavido coraggio, in seguito la definisce “soglia che morde” (p. 41) o ancora “ il fremito dell’istante/che invoca di ogni eterno/ i suoi fulgidi abissi” . (Qui sei, vanendo via, p. 51).  

La sublimazione e l’idealizzazione della morte nei versi di Tyna Maria si può ricollegare  con la concezione heideggeriana dell’uomo “come essere per la morte” in quanto quest’ultima costituisce il raggiungimento della pienezza umana nel rapporto con l’Essere, che è verità e mistero: essa permette di andare oltre i limiti terreni, fino all’Ursprung, ossia all’origine divina dell’umanità [3].

Indubitabile è anche l’influenza di Blaise Pascal che  considera la morte come il passaggio alla vita vera e  alla conoscenza della Verità [4].                                                                                

Nell’ambito poetico è inconfutabile l’influenza sulla  nostra autrice della silloge pavesiana Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi, racchiusa nei versi: “Oh cara speranza,/quel giorno sapremo anche noi/ che sei la vita  e sei il nulla”[5].

Parimenti sentiamo vibrare l’anelito alla trascendenza di Miguel de Unamuno e San Juan de la Cruz, i grandi mistici, quando Tyna eleva al cielo il suo inno di esultanza: “È il buio di ogni istante/che si fa sorgente d’Uomo/, sinchè persino la morte/ è lo sbocciar di un battito d’ali/ che nel desiderar l’altrove,/ brama la Vita”. (Fertile elisione, p. 46). 

Nell’ambito musicale, le composizioni della poetessa mi sembra riecheggino Johan Sebastian Bach che nelle sue celeberrime fughe capta e propaga, in una serie ininterrotta,  germinali aggregazioni di suoni e ritmi, Anche Tyna è in grado di cogliere e trasmettere nell’armonia dei suoi versi la realtà nelle sue innumerevoli manifestazioni, andando oltre il puro accadimento. Nelle sue inesauribili spinte di  espansione, la poesia illumina le cose dal loro intimo, le fa vibrare ed entrare in sintonia con tutte le creature. 

La potenza evocativa e generativa della poesia di Tyna possiede una carica endogena capace  di assumere su di sé tutte le antitesi e le angosce della vita, per riscriverle in un pentagramma di luce, donandoci sonorità sospese nel silenzio ambrato della notte, germogli che resistono al gelo e fioriscono nell’amore (Germoglio, p. 50). E dell’amore Tyna ci comunica non solo il pathos, ma anche la  tenebra che s’illumina nell’incompiutezza e nel mistero, l’iridescenza della sua anima che si distacca dall’abisso del nulla per attingere alla dimensione iperurania del Divino.

Tyna Maria
i (foto di Serena Rossi)

[1] Martin Heidegger, Sein und Zeit,1927, a cura di F.W. Von Herrmann, Klostermann, Frankfurt a. M., p. 91

[2] Blaise Pascal, Sulla morte, pp. 244-245 in Pensieri, Ed. La Scuola, Brescia, 1986.

[3] Cesare Pavese, Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi, Einaudi, Torino, 1951.

[4] Josè Saramago, Caino, Editorial Camino, S.A., Lisboa, 2009.  Ed. italiana a cura di Giangiacomo Feltrinelli Editore, 2010, p. 29.

[5] Ibidem

Separatore di testo

                                                                                                                    

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