IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Alekos Panagoulis vive vive vive, zei zei zei di Maurizio Nocera

Alekos-un-libro-di-Antonio-fanelli

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Qualche tempo fa, il presidente di APSEC, dr. Pompeo Maritati, mi consegnò un libro: copertina rossa fuoco, titolo Alekos. Poesie (a cura di Antonio Fanelli, Mama Dunia Edizioni, Francavilla Fontana, 2000).

Si tratta delle poesie scritte dal rivoluzionario greco Alexandros Panagulis (Glifada, 1939 – Atene, 1976), attivista per la democrazia e i diritti umani, ancora oggi, e mano male,  considerato un eroe nazionale della Grecia moderna. Lottò, anche con le armi in pugno, contro la dittatura dei colonnelli.

Rammento a me stesso che Pompeo Maritati è autore di un esaustivo libro sulla Grecia. Dalla guerra civile ai colonnelli (2015). Panagulis, nel 1968, a causa del fallito attentato contro il dittatore Giorgio Papadopoulos, fu perseguitato, arrestato, torturato, imprigionato (carcere militare di Boyati, dove la sua cella fu etichettata come la “tomba”) e, nel processo del novembre 1968, condannato a morte e ridotto nell’isola di Egina per essere fucilato- La condanna non venne eseguita in seguito ad una sollevazione mondiale in sua difesa.

Interessante quel che accadde nel 1970, quando egli era ancora confinato in un’assurda cella di isolamento a Boyati, l’intellettuale Jean-Jacques Servan-Schreiber tentò, con un colpo di mano, di farlo liberare, ma al suo posto, fu liberato invece il grande compositore Mikis Theodorakis, anch’egli incarcerato (Mikis compose poi diverse poesie del rivoluzionario democratico). Il gioco della vita è sempre interessante: Mikis al posto di Alekos, il quale fu finalmente liberato nel 1973 grazie ad una mobilitazione internazionale. Nel 1974, dopo un breve periodo di esilio in Italia, fu eletto deputato al parlamento greco per l'”Unione di Centro” ma, due anni dopo (1976), fu ucciso dai servizi segreti greci in un misterioso incidente stradale, mentre indagava sui rapporti segreti intrattenuti da alcuni membri del nuovo governo cosiddetto “democratico” con i militari responsabili del regime dittatoriale.

A loro, ai dittatori militari d’ogni tempo e d’ogni latitudine, dedicherà la poesia Promessa («Le lacrime che dai nostri occhi/ vedrete sgorgare/ non crediate mai/ segni di disperazione/ Promessa sono solamente/ Promessa di lotta» (p. 55). I suoi funerali furono la più grande manifestazione di popolo di tutta la storia greca. Oltre un milione e mezzo di persone vi parteciparono.

Quando egli era ancora segregato nella “tomba” di Boyati, fu pubblicata la sua prima silloge in italiano: Altri seguiranno: poesie e documenti dal carcere di Boyati (S. F. Flaccovio Editore, Palermo, 1972. Premio Viareggio Internazionale) con la presentazione di Ferruccio Parri e l’introduzione di Pier Paolo Pasolini. Nel 1973, dopo la liberazione, fu pubblicata a Milano la sua seconda raccolta poetica (Vi scrivo da un carcere in Grecia, Rizzoli 1974), ancora una volta introdotta da Pier Paolo Pasolini.

(Foto tratta dal sito Angologiro)

Panagulis è il protagonista del libro Un uomo (1979), di Oriana Fallaci, che fu la sua compagna di vita dal 1973 al 1976 e alla quale dedicherà il poemetto Viaggio. Alla mia amata Oriana Fallaci (in questo libro alle pp. 21-25), mentre Panagulis vive, Altri seguiranno e Un uomo sono i film a lui dedicati. Come Mikis Teodorakis, anche il grande compositore Ennio Morricone musicò alcune sue poesie.

Ritorno al libro e mi soffermo sulla Premessa di Fanelli, che scrive:

            «Capitano a volte nella vita alcuni incontri fatali, che cambiano la direzione delle tue scelte, le tingono di una nuova e più intensa energia, proprio per la loro straordinarietà. Più che incontrare Alexandros Panagulis, è stato lui a trovarmi, ad indicarmi il cammino».

Candidamente Fanelli dichiara poi che fu «l’incontenibile vitalità che dalle [sue] poesie esplodeva».

Il curatore conclude la sua premessa con una bella considerazione, che egli, me lo permetterà, faccio anche mia. Questa:

            «I versi di Panagulis sono uno schiaffo al nostro vivere quotidiano, un po’ meschino, un po’ troppo comodo, crogiolato nella finta certezza che intanto, nel nostro piccolo orticello, va tutto bene».

Su questo punto non solo sono d’accordo con Fanelli ma, anche in questo caso, porto nella mia sacca delle citazioni la sua importante affermazione.

Sorprendentemente, dopo la bella premessa del curatore e dopo alcune citazioni di Oriana Fallaci e di Kiplin, leggo il primo testo di Pier Paolo Pasolini, del quale cito:

            «Panagulis è stato trasformato in poeta attraverso la tortura […] La grande poesia di Panagulis è quella che si è espressa attraverso la sua azione, o meglio, attraverso il suo corpo. Col suo corpo come strumento, egli ha scritto poemi non solo perfetti, ma altissimi. […] Si tratta nel caso di Panagulis di una “scrittura” o “parola” atroce. Le sevizie, gli anni di prigionia dentro un cubo di cemento, i polsi stretti giorno e notte dalle manette […] Questo  è il grande poema che ha “scritto” Panagulis col suo corpo. Che egli sia ora anche poeta che scrive con gli strumenti della letteratura retorica e testimoniale, è quasi in più. È una sua nuova vittoria».

Ed è poi lo stesso Pasolini che omaggia il rivoluzionario democratico con un testo poetico bellissimo, emblematicamente intitolato Panagulis, del quale mi permetto di citare la strofa in incipit.

            «Questa volta no. Non deve succedere./ Siamo sopravvissuti ormai tante volte a cose simili./ Ma eravamo ragazzi: il diavolo ci tentava./ Essere dalla parte degli uccisi significava sperare./ Una fucilazione aumentava la vitalità: si cantava./ I martiri erano comodi: il PCI [Partito Comunista Italiano] non era in crisi» (p. 15).

Al poemetto di Pier Paolo, che appena pochi mesi prima era stato atrocemente ucciso a Ostia, Panagulis rispose con una sua poesia. Questa:

            «A Pier Paolo Pasolini// Voce umana/ vestita di bellezza/ era quella che ci davi/ Umana e bella/ anche se duramente accusava/ Amore semplice umano/ la tua vita/ Amore e paura per l’Uomo/ per il progresso fede e lo sviluppo insopportabile per te/ V’erano momenti in cui ascoltando/ le parole scorrere dalle tue labbra/ riudivo i versi di Rimbaud/ “Sono nato troppo presto o troppo tardi?/ Cosa sto fare qui?/ Ah, tutti voi, pregate Iddio per l’infelice”/ No Pier Paolo/ non sei nato né presto né tardi/ ma peccato che tu sia partito/ mentre la verità si combatte/ mentre tanti si scontrano/ senza sapere perché/ senza sapere dove vanno/ Mentre le religioni cambiano faccia/ e le ideologie diventano religioni/ e molti vestono i paraocchi di nuovo/ tu non dovevi andare via» (pp. 89-90).

Alekos Panagulis è stato un grande lottatore per la libertà e la democrazia ma, soprattutto o anche, è stato un poeta che ha saputo trasformare il dolore (quello suo s’intende, v. la poesia Aspetto del dolore, p. 40)) in forza. Nella lirica Il mio indirizzo, scrive:

            «Un fiammifero come penna/ sangue colato sul pavimento come inchiostro/ l’involucro dimenticato di una benda/ come pagina bianca/ Ma cosa scrivo?/ Forse ho solo tempo per il mio indirizzo/ Strano, l’inchiostro si è rappreso/ Vi scrivo da un carcere in Grecia» (p. 29).

È questa una poesia emblematica della vita carceraria del poeta. L’ha scritta nel giugno 1971, nella condizione di isolato totale. È stato da poco torturato e il suo sangue cola sul pavimento. Usa un fiammifero come penna e, come pagina, la carta d’imballaggio di una benda. Ma, al momento, non gli vengono in mente i versi. Intanto il sangue si è rappreso, non ha più tempo: scrive solo di stare in un carcere della Grecia.

Le poesie dell’isolamento sono allo stesso tempo atroci eppure sublimi. In Quartine d’autunno scrive:

            «È diventata dura la vita/ non si riesce a trovare/ neanche un Cristo/ chi crocifiggeremo?/ Sono nato senza che sapessi il perché/ piangendo ho affrontato il mondo/ ora muoio sapendo il perché/ ma senza piangere» (p. 30). E nella lirica Annaffialo:

            «Non piangere per me/ sappi che muoio/ non puoi aiutarmi/ Ma guarda quel fiore/ quello che appassisce, ti dico/ Annaffialo» (p. 31).

Panagulis ebbe un rapporto particolare con la luce. Al tempo del suo isolamento nella “tomba” di Boyati, non c’era luce che lo raggiungesse, per cui nella poesia Verrà il tempo, essa fa spesso ingresso quando silenziosamente quando con forza:

            «Voci soffocate/ occhi torbidi/ pugni chiusi/ Niente luce/ Lampi da qualche parte/ dentro i cuori/ ma di luce non esce/ tuoni singhiozzi/ Fuoco si accenderà/ verrà il tempo/ da carne e sangue/ nasce la luce» (p. 35).

Alekos non aveva molta simpatia per il tipo di progresso che stava crescendo in Occidente dopo la seconda guerra mondiale, tant’è che, sarcasticamente, scrive Il Progresso:

            «C’erano schiavi un tempo/ Oggetti di carne/ Animali con due piedi/ Sì/ c’erano schiavi un tempo/ che in vita/ li teneva la speranza/ della Libertà/ Anni e anni sono passati/ e adesso/ quegli schiavi non esistono più/ Ma è nato/ un nuovo genere di schiavi/ Schiavi pagati/ Schiavi saziati/ Schiavi che ridono/ Schiavi che vogliono/ Rimanere schiavi/ Questo è il progresso» (p. 47).

Bellissimo il poemetto A mio fratello tenente Giorgio Panagulis, dove il poeta racconta la storia del rapporto con il fratello militare. Una strofa, tra le più belle, dove scrive:

            «Noi non ci accorgevamo fratello/ che accanto a noi/ fabbricavano catene/ per questi sogni/ E come potevamo accorgercene?/ Noi seminavamo amore/ Noi vivevamo nella luce/ loro lavoravano nel buio» (p. 65).

Il 28 aprile 1976, appena qualche settimana prima di essere ucciso, ricordando la sua cella (la “tomba”) scrive:

            «Sono trascorsi anni e io/ senza dimenticare il dolore/ ma senza diventare/ ingiusto a rievocarlo/ per le stesse strade vo camminando/ strade che soltanto/ chi ha sofferto conosce/ e la mia cella anelo con nostalgia/ se penso che in quei giorni davo qualcosa/ che tutti capivano/ E quando penso a quello che so/ che accade ora/ ora più di allora/ senza che gli altri riescano a capirlo/ neanche a intuirlo/ dico:/ la mia fine verrà nel modo in cui vogliono/ coloro che hanno il potere» (p. 78).

Oggi in Grecia, tutti sanno come fu ucciso Alessandro Panagulis. Due macchine dei servizi segreti greci lo fecero uscire di strada costringendolo a sbattere contro un edificio. Furono rintracciati i colpevoli ma nessuno di loro pagò nessuna pena.

Ci sono ancora tante bellissime liriche che vorrei commentare, ma chiudo questa mia dolorosa lettura con un’ultime di esse, che racchiude tutto il pensiero poetico panagulisiano: I nostri nemici:  

            «Come trovarmi accanto ai Baschi?/ Come esprimere ai Curdi il mio amore?/ In Sud Africa, in Rodesia come accorrere?/ Ai Negri come dire che sono con loro?/ In Indocina come arrivare?/ Il popolo del Bengala come abbracciare?/ Il mio posto non posso lasciare/ ma sappi che i loro nemici/ noi li combattiamo qui/ Comuni i nostri nemici/ credimi, per loro e per noi» (p. 93).

Permettetemi ora di rivolgere un mio pensiero al grande combattente della libertà, della democrazia e del rispetto dei popoli.

ALEKOS PANAGULIS VIVE VIVE VIVE, «ZEI ZEI ZEI»

Nella “tomba” di Boyati

il battito del cuore

rimbombava come onde oceaniche

– furiose sulla scogliera.

Alekos, lo frenavi

scrivendo versi per la democrazia

contro la tirannide dei dittatori

militari greci.

Il tuo corpo

pur sfracellato dalle bastonate,

resistette fino alla vittoria.

Un giorno,

fuori dalla “tomba”,

vedesti la luce

ma non durò molto.

I servi dei tiranni di tutto

il mondo ti cercarono

e ti ammazzarono

come un cane

in mezzo ad una strada

pur essa greca.

                        Maurizio Nocera

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