IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Guerra o pace

di Vincenzo Fiaschitello

Non so se sia fiducia mal riposta pensare che con un numero crescente di donne al potere, come oggi si sta verificando, si possa sperare in un mondo con meno conflitti. Forse perché le donne meglio degli uomini sanno discernere il bene dal male? Forse perché per natura sono meno orientate alla violenza, alla lotta, alla guerra?

Se restiamo impigliati nella rete della dualità maschio-femmina, della presunta superiorità del cervello ora del maschio, ora di quello della femmina, non mi pare che si possano fare passi avanti circa la possibilità di comprendere il terribile fenomeno della guerra che tanto turba la nostra coscienza.

Occorre invece necessariamente analizzare il problema della conflittualità tra i popoli, della guerra, sotto ben altri profili (storico, etico, culturale, economico, ecc.), che non quello legato semplicisticamente al genere.

Siamo al centro di un momento storico particolarmente difficile se non tragico. E la tragedia è tanto più dura, quanto più si fa di tutto per ignorarla.

In molte parti del pianeta tuonano le armi, le città sono rase al suolo, i cadaveri dei civili (bambini, donne, giovani, vecchi) e dei militari, ogni giorno sono orribilmente allineati, ricoperti con improvvisati teli per una affrettata sepoltura. Eppure molti non prendono sul serio il monito del pontefice romano che la guerra è sempre una sconfitta e che la terza guerra mondiale è già fra noi, guerra frammentata ma ugualmente terribile: lo stato di Israele contro lo stato-non stato dei palestinesi, lo stato della Russia contro lo stato dell’Ucraina. E alle spalle di Stati apertamente belligeranti, altri Stati sostenitori dell’una o dell’altra parte combattono, soffrono e si dissanguano con perdite ingenti di vite umane e di risorse economiche.

Pur riconoscendo generalmente che la guerra sia un male assoluto, non mancano coloro che sin dalla antichità la giustificano.

Eraclito, per esempio, il filosofo del divenire e della mutevolezza, riteneva la guerra come principio stesso del pensiero e del linguaggio; Hegel, che considerava lo Spirito Universale come unico giudice e arbitro della storia, giustificava la guerra come momento strutturale, necessario e ineluttabile e per di più di alto valore morale, perché essa contribuiva a tenere viva e creativa la società che altrimenti sarebbe imputridita come acqua stagnante.

Un pensiero orientato alla guerra, tanto che sia il fascismo, sia il nazismo, se ne servirono largamente (si pensi a quel “vivere pericolosamente” così esaltato da Mussolini), fu quello di Nietzsche. Questi, come è noto, pose le fondamenta del nichilismo, di cui noi oggi soffriamo le conseguenze. Gettare alle ortiche l’etica, le regole morali, per pensare a un uomo al di là del bene e del male, significa sopprimere ogni restrizione, ogni limite, e quindi aprire la strada, in nome della forza e della volontà di potenza, ad ogni possibile sopraffazione sugli altri, sovvertire le relazioni umane pacifiche e sostenere la logica della guerra.

Dissentire e porci in una opposta prospettiva mi sembra improcrastinabile in un tempo in cui è in gioco la stessa sopravvivenza dell’umanità. Dissentire anche quando si continua a evidenziare che in realtà l’uomo ha sempre avuto a che fare con la guerra.

Aprite i libri di storia e vedrete che non c’è pagina o quasi in cui non si parli di guerra, di invasioni e di appropriazioni di territori, ecc.

Nella stessa Bibbia si parla di un Dio che incita il suo popolo a schiacciare il nemico, a odiarlo e a punirlo.

Cose simili, purtroppo, troviamo nella storia della Chiesa. Considerate, per esempio il terribile vescovo Cirillo, dichiarato santo, che indusse le terribili orde di monaci parabolani a fare a pezzi Ipazia di Alessandria, filosofa astronoma e matematica greca o il papa Pio V Ghisleri, anch’egli innalzato agli onori dell’altare, che fece uccidere qualche migliaio di valdesi che rifiutavano di convertirsi al cattolicesimo; il papa Giulio II  Della Rovere, che a cavallo guida le sue truppe per riprendersi Bologna e punire Giovanni Bentivoglio, alleato degli Sforza del ducato di Milano.

Nel linguaggio comune il termine “lotta” ha assunto una valenza positiva al punto che lo usiamo anche quando ci riferiamo al bene: la lotta per la pace, la lotta per la giustizia, la lotta per difendere i più deboli, la lotta contro il peccato, ecc.

Una più attenta riflessione su questa direzione ci porta a prendere posizione intorno alla cruciale questione della dialettica Bene-Male.

C’è una lotta giusta e una lotta ingiusta? C’è una violenza positiva e c’è una violenza negativa? C’è, in ultima analisi, una guerra giusta o santa e una guerra ingiusta?

La prima cosa che un testimone imparziale si chiederebbe a seguito di una azione violenta potrebbe essere questa: qual è la causa che ha provocato la lotta fra due o più contendenti. Sicuramente non è sempre facile individuarla, nemmeno per una semplice lite fra due ragazzi. Se poi vogliamo riferirci a fatti di una gravità massima quali sono quelli di una guerra, è come chiedersi: “Chi ha sparato il primo colpo?”

Per la prima guerra mondiale, spesso in maniera del tutto superficiale, il pensiero corre a Sarajevo, all’attentatore che uccise l’arciduca Ferdinando erede al trono d’Austria e la moglie. Quando invece si approfondisce la questione e ci si pone nella prospettiva dello storico, comprendiamo benissimo che in realtà in una guerra, in qualsiasi guerra, non ha senso quell’interrogativo del “primo colpo”, perché la causa non è mai una sola; sono molteplici i fattori che la accendono e magari provenienti da un tempo più o meno lontano. E comunque i “fatti”, anche se sembrano chiari, oggettivi, vanno sempre interpretati.

Hans-Georg Gadamer giustamente ha fatto dell’ermeneutica un polo essenziale del suo pensiero; il fisico Werner Heisenberg ha parlato di “principio di indeterminazione”, nel senso che lo scienziato che fa ricerca non può affermare nulla di assolutamente certo rispetto all’oggetto osservato, perché tutto dipende dallo “strumento” di cui si serve (si pensi alla meccanica quantistica). Per semplificare al massimo, è come se dinanzi al fatto osservato si usasse ora un certo tipo di occhiali, ora un altro, per cui la nostra conoscenza potrebbe variare.

Tuttavia questo aspetto di relativismo non può consegnarci del tutto allo scetticismo, alla soggettività sganciata completamente dall’etica.

Come fare per tenersi lontano da quello che Nietzsche chiamava “l’ospite più inquietante”, il nichilismo?

E’ la dimensione etica che di volta in volta nella concreta situazione ci aiuterà a discernere il bene anche per le scelte più difficili. Pure nella circostanza più drammatica, quale appunto è la guerra, si è in dovere di prendere posizione. Se a priori la coscienza morale ci induce a respingere il male assoluto della guerra perché apportatrice di morte e di distruzione, subito dopo, il passo successivo sarà quello di non accettare la tesi del “pacifismo”, che in nome di un astratto concetto di non violenza esclude tassativamente il ricorso alle armi. E’ il caso di eclatanti esempi di guerre di invasione come accade oggi per l’Ucraina.

Non sono poche purtroppo nel presente e nel passato le situazioni in cui l’intervento della forza delle armi (guerra di difesa) si è rivelato irrinunciabile per fermare la violenza. Si pensi al caso del singolo innocente che viene assalito da un folle o a quello ancora più grave di una comunità pacifica che rischia di perdere la libertà o a tutti quei movimenti insurrezionali finalizzati a liberarsi da un potere ingiusto e dispotico.

Si comprende perfettamente che in circostanze simili, la coscienza  morale ha di mira il fine buono che si intende raggiungere e salvaguardare. Kant, che nel saggio Per la pace perpetua avversa con forza le decisioni degli Stati di ricorrere alla guerra per risolvere le questioni politiche, non nega però la possibilità della guerra difensiva perché è compito dello stato salvare la vita dei propri cittadini, anche facendo ricorso alle armi.

Con la nascita degli Stati nazionali che sulla base della forza e del prestigio più che su pacifici accordi si spartiscono a loro piacimento la terra e le sue risorse, schiacciando i più deboli e relegandoli nella condizione di miseria e di mancanza di libertà, si moltiplicano in maniera  esponenziale le occasioni di guerra, magari mascherata da motivi religiosi o ideologici.

E’ noto che già Aristotele aveva insegnato che gli uomini per natura sono sospinti alla socialità: è innato il bisogno di aggregarsi. Hobbes dirà che lo stato nasce proprio perché gli uomini ricercano protezione e sicurezza, anche se debbono limitare i loro diritti naturali.

Le riflessioni politiche non riguardano aspetti esclusivamente realistici dello stato, come per esempio possiamo leggere nel Principe di Machiavelli, ma anche descrizioni di stati ideali, come fanno Tommaso Moro e Tommaso Campanella. L’isola di Utopia del primo e la Città del sole del secondo sono fuori della realtà. E tuttavia mantengono tutta la loro rilevanza politica perché gli ordinamenti e le leggi che auspicano sono fondati sulla ragione, sulla giustizia e sulla uguaglianza, le sole forze che possono davvero tenere lontana la guerra e garantire la pace.

L’insegnamento di coloro che hanno parlato di utopia non è affatto trascurabile. L’utopia è come la luce della luna che nella oscurità della notte illumina il sentiero del viandante, è un’idea regolativa anche se distante dalla realtà, è una meta sia pure irraggiungibile.

Ma la pace non è una condizione sicura e duratura, non esiste già pronta come strada asfaltata tranquillamente percorribile, sia pure con molti segnali di avvertimenti per curve pericolose e altro, è un sentiero che tracciamo giorno dopo giorno, un sentiero di montagna che si inerpica, che spesso dobbiamo liberare da sassi e erbacce che impediscono i nostri passi e talora ci costringono anche a fermarci ad ascoltare con attenzione le richieste degli altri e ancora più a condividere empaticamente i loro bisogni e le loro preoccupazioni.

Quando Hitler giunse al potere e già si avvertivano i primi inequivocabili segnali di guerra, Einstein il 30 luglio 1932 inviò a Freud una lettera, nella quale domandava: “C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?”

Einstein auspicava la creazione di una Autorità legislativa e giudiziaria col mandato di comporre tutti i conflitti. Ogni stato avrebbe dovuto assumere l’obbligo di rispettare i decreti di questa Autorità e accettarne senza riserve il giudizio. Ma l’insuccesso cui era andato incontro la Società delle Nazioni, fondata nel 1919 subito dopo la fine della prima guerra mondiale, lo gettava nello sconforto perché riconosceva che la rinuncia alla sovranità da parte di ciascuno stato, era una pia illusione e riconosceva che esistono forti fattori che paralizzano gli sforzi: c’è soprattutto la sete di potere della classe dominante che vede nella guerra solo una occasione per promuovere gli interessi personali. E concludendo, domandava a Freud: “l’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere… vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alla psicosi dell’odio e della distruzione?”

La risposta di Freud non si fa attendere ed è anch’essa intrisa di pessimismo. Sebbene l’unione dei più deboli nasca allo scopo di bilanciare lo strapotere del più forte, già al suo interno si fa strada il criterio della violenza, al punto, egli dice, che non c’è speranza di sopprimere le tendenze aggressive degli uomini. Le pulsioni dell’amore e dell’odio non possono separarsi e alla fine sia all’interno della comunità, sia all’esterno, fanno propendere alla guerra e alle azioni distruttive.

Quando Umberto Galimberti auspica l’abolizione degli Stati, è evidente che fa una proposta nella dimensione utopistica ma, come detto sopra, va tenuta nella massima considerazione come obiettivo per l’umanità futura. Si dovrà ideare una sorta di diritto cosmopolitico entro il cui orizzonte far rientrare tutti quei doveri che possono essere condivisi da tutti i gruppi umani, in modo da poter esprimere un governo multipolare degli affari planetari.

Certo non sarà facile per l’umanità del futuro l’immane lavoro di ricostruzione dalle fondamenta del diritto e dell’etica, dopo il collasso dell’uno e dell’altra registrato soprattutto in questi ultimi decenni.

In definitiva potremmo accorgerci che il pensiero di Nietzsche è costruttivo e profetico. Che cosa dice, infatti? Vorrei un uomo nuovo, un uomo che è al di là di questo tempo presente che non ha più un Dio dal quale far discendere i comandamenti. Un uomo del futuro ha bisogno di una filosofia del futuro che indichi come evitare la strada dell’obbedienza passiva, che per discernere il bene non basta la ragione, ma è necessaria anche la via del cuore, che non bisogna scandalizzarsi se non c’è una netta separazione tra bene e male, se l’ordine convive anche con il caos e che quest’ultimo ha anche un ruolo positivo: amore e odio, concordia e discordia. E dunque Guerra e Pace e non Guerra o Pace.

Aveva visto bene Leone Tolstoi nel dare al suo immortale capolavoro il titolo di “Guerra e pace”.

Ciò che importa è il riconoscimento del valore della nostra casa interiore, dove rifugiarsi ogni volta che sia necessario esprimere un giudizio sui “fatti” che accadono attorno a noi e sulle relazioni con gli altri. Kant ne è convinto quando chiude la sua “Critica della ragion pratica” con la frase: Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me.

Vincenzo Fiaschitello

Nato a Scicli nel1940. Laurea in Materie Letterarie presso l’Università di Roma (1966) e Abilitazione all’insegnamento di Filosofia e Storia nei licei classici e scientifici; pedagogia, filosofia e psicologia negli istituti magistrali (1966). Docente di ruolo di Filosofia e Storia nei licei statali e Incaricato alle esercitazioni presso la cattedra di Storia della Scuola alla Facoltà di Magistero Università di Roma. Direttore didattico dal 1974, preside e dirigente scolastico fino al 2006. Docente nei Corsi Biennali post-universitari. Membro di commissioni in concorsi indetti dal Ministero P.I.

E’ autore di vari saggi sulla scuola, di opere di poesia e di narrativa.

E’ presente nell’Antologia R. Pasanisi (a cura di) “Le mattine sono ancorate come barche in rada”. La poesia italiana contemporanea, Edizioni dell’Istituto di cultura di Napoli, 2023

Attualmente è redattore della Rivista culturale telematica “Il Pensiero Mediterraneo” (Redazione di Roma).

Vincitore della XXXIX edizione (2023) del Premio dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli e della rivista internazionale “Nuove Lettere” per la raccolta edita di racconti “Ginevra, racconti storici e non”, Avola, Libreria Editrice Urso, 2021.

Il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, lo ha insignito della onorificenza di Commendatore ordine al merito della Repubblica Italiana (2 giugno 1997).


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