17 Gennaio 2021

IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista Culturale online

Il Cristo velato della Cappella del Principe di San Severo a Napoli

Pompeo Maritati

Qualche giorno giorno fa un mio carissimo amico di Napoli, conoscendo la mia grande ammirazione per l’opera marmorea del Cristo Velato, mi ha mandato una foto sferica della Cappella del Principe di San Severo che mi ha veramente lasciato sbalordito per come oggi la tecnologia stia facendo enormi passi avanti verso la realtà.

Cliccando sulla descrizione qui di seguito riportata si aprirà l’immagine:

Foto Sferica della Cappella del Principe di San Severo in Napoli

Oltre quarant’anni fa, per motivi di lavoro mi recai a Napoli dove ci ritornai molto spesso in seguito. Feci allora, casualmente, passeggiando tra i vicoli, nei pressi della nota via di San Gregorio Armeno, nota per gli innumerevoli negozi di artigianato natalizio. Probabilmente in quella strada si trovano si trovano i Pupi per il Presepe più belli d’Italia. E poi quando di mezzo c’è la fantasia e la maestria degli artigiani napoletani, non può essere differente.

Passai così davanti all’ingresso della Cappella del Principe di San Severo e non avendo alcuna fretta ma solo tanta curiosità, ci entrai.

Rimasi stupefatto davanti al Cristo Velato. L’emozione fu grande come altrettanto immenso fu lo stupore nel constatare la grande e straordinaria maestria del suo autore Giuseppe Sammartino nell’aver conferito quella sensazione di trasparenza al velo che ricopre il corpo di Cristo.

Fu per me una scoperta felicissima, per cui successivamente, ogni qual volta sono ritornato a Napoli, ho sempre fatto tappa alla Cappella.

Rivedere l’interno della cappella in questa foto sferica tridimensionale, mi ha fatto rivivere quelle emozioni anzi descritte.

Secondo la leggenda il velo di marmo che si può osservare sul corpo di Cristo, è costituito da un velo di reale tessuto che ha subito una trasformazione in roccia (marmorizzazione) grazie all’applicazione di una sostanza creata dal Principe di San Severo, famoso alchimista.

Una scultura così incredibilmente reale e bella al punto che Antonio Canova dichiarò di voler rinunciare a ben 10 anni di vita per averlo tutto per sé.

La cappella ospita capolavori come il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, conosciuto in tutto il mondo per il suo velo marmoreo che quasi si adagia sul Cristo morto, la Pudicizia di Antonio Corradini e il Disinganno di Francesco Queirolo, ed è nel suo insieme un complesso singolare e carico di significati. Essa ospita anche numerose altre opere di pregiata fattura o inusuali.  come le macchine anatomiche, due corpi totalmente scarnificati dove è possibile osservare, in modo molto dettagliato, l’intero sistema circolatorio. Interessanti e misterioso l’alone di mistero anche su alcune opere dall’aspetto un po’ macabro nascoste in locali segreti che ora si possono osservare nella Cappella San Severo: le macchine anatomiche. Tali ritrovamenti hanno aumentato la natura misteriosa del Principe e del Cristo velato.

Storie e origini della Cappella del Principe di San Severo
(Fonte museosansevero.it)

Le origini della Cappella Sansevero sono legate a un episodio leggendario. Narra, infatti, Cesare d’Engenio Caracciolo nella Napoli Sacra del 1623 che, intorno al 1590, un uomo innocente, trascinato in catene per essere condotto in carcere, passando dinanzi al giardino del palazzo dei di Sangro in piazza San Domenico Maggiore, vide crollare una parte del muro di cinta di detto giardino e apparire un’immagine della Madonna. Egli promise alla Vergine di donarle una lampada d’argento e un’iscrizione, qualora fosse stata riconosciuta la propria innocenza: scarcerato, l’uomo tenne fede al voto. L’immagine sacra divenne allora meta di pellegrinaggio, dispensando molte altre grazie.

Poco dopo, anche il duca di Torremaggiore Giovan Francesco di Sangro, gravemente ammalato, si rivolse a questa Madonna per ottenere la guarigione: miracolato, per gratitudine fece innalzare, lì dove era apparsa per la prima volta la venerabile effigie (oggi visibile in alto sull’Altare maggiore), una “picciola cappella” denominata Santa Maria della Pietà o Pietatella. Fu però il figlio di Giovan Francesco, Alessandro di Sangro patriarca di Alessandria, che intraprese nei primi anni del ’600 grandi lavori di trasformazione e ampliamento, modificando l’originario sacello in un vero e proprio tempio votivo destinato a ospitare le sepolture degli antenati e dei futuri membri della famiglia.

Della fase seicentesca della Cappella Sansevero sono rimaste pressoché inalterate solo le dimensioni perimetrali e la snella architettura dell’insieme, nonché la decorazione policroma dell’abside; sono ancora visibili, inoltre, quattro mausolei nelle cappellette laterali, mentre altri di cui si ha notizia sono stati rimossi. L’attuale assetto della Cappella e la quasi totalità delle opere in essa contenute, infatti, sono frutto della volontà di Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, che a partire dagli anni ’40 del ’700 riorganizzò la Cappella secondo criteri del tutto nuovi e personali.

Benché molti particolari dell’aspetto seicentesco del tempio gentilizio ci sfuggano, è certo che già allora esso dovette essere uno scrigno d’arte: lo testimonia, tra gli altri, la Guida di Napoli di Pompeo Sarnelli (1685), che definì la cappella dei di Sangro “grandemente abbellita con lavori di finissimi marmi, intorno alla quale sono le statue di molti degni personaggi di essa famiglia co’ loro elogi”. Quel che è sopravvissuto delle opere seicentesche conferma sostanzialmente tale impressione, anche se la magnificenza dei lavori settecenteschi mette in ombra quanto eseguito prima dell’attività mecenatesca di Raimondo di Sangro.

Sin dalle origini, dunque, la Cappella è circonfusa di un alone leggendario: il racconto di d’Engenio Caracciolo è certamente intessuto con particolari fantasiosi, ma la suggestione resta. Il ruolo avuto da Alessandro di Sangro nelle vicende edificatorie della Cappella Sansevero, peraltro, è confermato – oltre che da diverse testimonianze d’archivio – dall’iscrizione posta sulla porta principale del complesso monumentale, che recita: “Alessandro di Sangro patriarca di Alessandria destinò questo tempio, innalzato dalle fondamenta alla Beata Vergine, a sepolcro per sé e per i suoi nell’anno del Signore 1613”.