IL PENSIERO MEDITERRANEO

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La giustizia sociale crea benessere e pace ma intacca i privilegi

Giustizia sociale

Giustizia sociale

di Giuseppe Spedicato

Brano tratto da “La Maledizione della violenza – Se vogliamo la pace dobbiamo osteggiare le condizioni che la impediscono” di Giuseppe Spedicato, Youcanprint, 2002

La costruzione di un modello economico non è molto complicata a farsi se stabiliamo in anteprima in base a quali ipotesi lo costruiamo e se semplifichiamo il problema. In buona sostanza se non lo mettiamo in relazione con la realtà. Noi occidentali, a partire dagli antichi greci, abbiamo cercato sempre di racchiudere e spiegare la realtà costruendo modelli. Il problema è che se il modello adottato fallisce, non sappiamo che fare. Sappiamo muoverci e ragionare solo in quel modello e costruirne un altro non è cosa facile perché dobbiamo, tra le altre cose, cambiare punto di vista e soprattutto mettere in discussione interessi e privilegi consolidati, considerati acquisiti per sempre.

L’economista Keynes, riuscì a cambiare i modelli economici di riferimento del suo tempo e inaugurò una nuova era. Fu grazie alla crisi economica del 1929 e soprattutto alla seconda guerra mondiale, che si diffusero le sue idee, ovvero quando fu possibile mettere in discussione i modelli economici di riferimento. Questi dimostrò cosa è possibile realizzare, in campo economico, grazie all’intervento dello Stato.

“Marte, il dio della guerra, nel suo corso ineluttabile e imprevedibile, aveva fornito a favore di Keynes una dimostrazione superiore a ciò che si sarebbe potuto – o dovuto – chiedere”

(Galbraith, 1988 pag. 276)

Negli Stati Uniti, negli anni dal 1939 al 1944, il prodotto nazionale lordo in dollari costanti (1972) aumentò da 320 a 569 miliardi di dollari, ossia quasi raddoppiò. Le spese per il consumo personale in dollari similmente costanti non diminuirono, aumentando anzi da 220 a 255 miliardi. La disoccupazione nel 1939 fu stimata pari al 17,2% della forza lavoro civile, mentre nel 1944 era scesa al valore irrilevante dell’1,2%. Il tenore di vita degli americani divenne il più alto di quanto non lo fosse mai stato in passato. La guerra aveva quindi creato ricchezza grazie a una crescente pubblica domanda sull’economia: gli acquisti da parte del governo federale di beni e servizi in questi anni passarono dai 22,8 miliardi di dollari del 1939 ai 269,7 miliardi del 1944.

Keynes non rispettò uno dei più importanti “comandamenti” dell’economia classica: il non intervento dello Stato nell’economia. Lo Stato intervenne[1] e il risultato ottenuto fu eccellente. Con il tempo però le teorie keynesiane furono accantonate.

La leva fiscale fu fondamentale per la buona riuscita della politica keynesiana. Nel 1939 il gettito fiscale era stato di poco inferiore ai 5 miliardi di dollari, nel 1945 esso superava i 44 miliardi di dollari correnti. Nel 1929 la massima aliquota marginale dell’imposta sui redditi delle persone fisiche era stata del 24%, essa aumentò durante gli anni del New Deal e nel 1945 era del 94%.

Con la guerra, e a giustificazione di queste tasse, era venuta la nozione che il sacrificio dovesse essere ripartito in misura più o meno equa: i poveri pagavano con la vita o in qualche modo con il loro servizio militare o la loro fatica; i ricchi, specialmente quelli che non facevano il servizio militare, avrebbero pagato con le tasse” (Galbraith, 1988 pag. 277).

Nacque dunque il principio di una tassazione fortemente progressiva, finalizzata a realizzare una redistribuzione effettiva del reddito. In quegli anni il divario tra ricchi e poveri si ridusse in modo rilevante. Per uscire dalla crisi fu incentivato enormemente il ruolo dello Stato e furono soprattutto i ricchi a pagare il risanamento dell’economia. Il risultato, come è stato già detto, fu eccellente.

Si può aggiungere che ciò si poté fare anche perché le classi dirigenti dell’epoca temevano che il socialismo potesse attecchire tra le masse. Preferirono pagare, rinunciare a parte considerevole delle loro ricchezze, pur di scongiurare tale possibilità. Successivamente si sono ripresi abbondantemente quanto sborsato e sono diventate enormemente più ricche.

L’esperienza keynesiana dimostra che un sistema economico per operare al meglio, ossia per il benessere dell’intera comunità, necessita di un ruolo rilevante dello Stato nell’economia, ma anche di una giusta distribuzione della ricchezza. L’ineguaglianza rende il sistema non solo ingiusto ma anche inefficiente. Malauguratamente tali principi, anche se dimostrati validi, sono considerati delle eresie nel mondo attuale. Per i ricchi la prosperità degli altri è desiderabile solo se questa non intacca i loro privilegi, ma ciò avviene nella maggioranza dei casi: creare prosperità per i poveri significa avere difficoltà a ricattarli e a dominarli. Tale prosperità modifica gli equilibri di potere nei territori perciò deve essere impedita. Anche in questo modo si crea ricchezza per pochi, esercitando violenza contro i molti.


[1] Come abbiamo già detto, poté farlo perché l’economia degli USA era allo sfascio e i tutori dell’ortodossia economica classica non avendo soluzioni praticabili da proporre, caddero in disgrazia.

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