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Peppino Impastato è il ragazzo con il palloncino un romanzo di Antonio Fanelli

Peppino-Impastato

Peppino-Impastato

di Maurizio Nocera

Il 31 marzo 2023, nella sala della storica Società Operaia di Mutuo Soccorso di Francavilla Fontana, è stato presentato il libro di Antonio Fanelli, Il ragazzo col palloncino. Peppino Impastato. Auto, Documenti, Diari, Testimonianze. Prefazione di Giovanni Impastato. Postfazione di Maurizio Nocera. Patrocini: Associazione IMperiali di Puglia, Città di Francavilla Fontana, Casa Memoria “Felicia e Peppino Impastato”, Mama Dunia Edizioni. Hanno preso la parola: il Sindaco Antonello Denuzzo, il quale non solo ha portato il saluto ma ha delineato la storia della sua città attraverso alcuni personaggi illustri; quindi ha portato il suo saluto l’assessore alla cultura Maria Angelotti; il prof. Mimmo Tardio, amico dell’autore, è intervenuto approfondendo le tematiche inerenti il libro, mentre Ritanna Attanasi, con la sua splendida voce ha letto alcuni passi dello stesso libro. Lo stesso autore, Antonio Fanelli, ha motivato il perché ha scritto questa meravigliosa pubblicazione. A moderare il dibattito Savino D’Andrea. Qui di seguito la postfazione di Nocera.  

PEPPINO IMPASTATO È IL RAGAZZO COL PALLONCINO. ROMANZO DI ANTONIO FANELLI

Antonio Fanelli è «regista, attore, cantante, musicista, poeta, scrittore (suo il romanzo La Ferita senza sangue, Cuneo, 2015), editore pure. Egli, però, è soprattutto l’autore di questo libro, per il quale non poteva trovare di meglio che il titolo de Il ragazzo col palloncino. Perché? Perché effettivamente, chi conosceva Peppino Impastato, sia per la sua vivacità politica sia per la sua intelligenza, non poteva che essere appunto così, arioso e volatile, come un palloncino o, se meglio ci garba, come un aquilone, un aquilone siciliano rivoluzionario.

Va detto subito che il libro di Fanelli è bello. Forse tale aggettivo non gli si adatta molto. E tuttavia, oltre che essere bello è anche importante, perché è una testimonianza ancora calda che l’autore introduce nel dibattito di oggi su quello che è stato un periodo che ha caratterizzato la vita politica italiana. Peppino Impastato seppe stare a testa alta davanti a mafiosi, fascisti e ai potentati politici di quegli anni, primi fra tutti gli uomini della DC e i suoi manutengoli, il partito neofascista MSI in testa.  

Antonio Fanelli ha composto il suo libro con interviste, documenti, diari, stralci di sentenze, relazioni di Commissioni, fotografie, poesie e manifesti. Poi il tutto è stato affidato alla Mama Dunia, Casa editrice di Francavilla Fontana (Brindisi).

Il libro si apre con una poesia, a firma del Visionario, che poi è lo stesso Antonio Fanelli, ma che fa parte di uno spettacolo teatrale, pensato e diretto dallo stesso regista. La poesia dice:  

            «Ma cosa pensavate che ero tutto/ impegno politico e antimafia?/ Ma cosa pensavate che non ce/ li avessi 20 anni anche io?//“Nubi di fiato rappreso/s’addensano sugli/ occhi in uno/ strano scorrere/ di ombre e di ricordi:/ una festa,/ un frusciare di gonne,/ uno sguardo,/ due occhi di/rugiada,/ un sorriso,/ un nome di donna:/ Amore Non Ne Avremo.// Sapete cos’è questa?  Lo sapete?/ No… non lo sapete!/ Volete saperlo cos’è?/ …eh… volete saperlo?/ no… non ve lo dico…/ sono cazzi miei».

Perché questo libro?. Lo scrive l’autore:

            «Scrivere un libro su Peppino Impastato nel marasma di libri, film, documentari, spettacoli, canzoni a cosa può servire? A chi giova?».

Giova, giova, caro Fanelli, perché la storia non finisce mai. Essa cammina in parallelo col percorso dell’umanità, e finché il pianeta nel quale viviamo esisterà, anche la storia di Peppino Impastato vivrà, soprattutto perché, nel tuo lavoro, sei stato attento a far trasparire

            «un grande dolore per quello che è stato, per quello che poteva essere e non è stato. Un dolore che [ti] appartiene e che [hai] sentito per la prima volta sulla [tua] pelle una mattina di novembre di tanti anni fa. Un dolore che si rinnova quando, all’interno di una caserma della Polizia di Stato, [hai sentito] parole come “Chi è Peppino Impastato? …ah sì, il cantante”, un dolore che ancora non si affievolisce e che anzi cresce ogni volta che qualcuno [ti] dice “No, non so chi sia Peppino Impastato”».

Peppino Impastato

Caro Antonio, fosse solo per quel tuo dolore, che è tanto, il libro serve. Ah!, se serve. In particolare a persone come il sottoscritto che, in quegli stessi anni di lotta di Peppino, anch’io lottavo in quella Sicilia occupata dalle truppe golpiste della DC, spalleggiata dagli sciacalli dell’MSI. Mentre Impastato lottava a Cinisi, io ero a Partanna, nella Capanna “Martin Luther King” di Lorenzo Barbera, al seguito di Danilo Dolci. Ti confesso che non si trattò di una passeggiata. Attraversare Corleone, in un’estate infuocata, e sentirsi addosso il fiato della mafia, non è stato sopportabile.  

La tua storia parte dal 1977-78, quand’avevi appena 15 anni e ascoltavi Peppino Impastato che trasmetteva Radio Aut[onoma] sui 98,800 Mhz a Terrasini in provincia di Palermo. Anche tu in Salento trasmettevi con una tua Radio Autonoma. All’epoca leggevi già «Umanità Nova», la rivista anarchica fondata da Errico Malatesta nel 1920 e su di essa ti accorgesti dell’esistenza della Radio siciliana. Pochi mesi di ascolto e, dopo l’assassinio (maggio 1978) del martire del nuovo antifascismo italiano, Aldo Moro, da parte della P2, dei Servizi segreti di mezzo mondo (in primo piano la CIA statunitense) e degli pseudo rivoluzionari mascherati sotto la sigla BR, non ti eri accorto che anche Impastato era stato assassinato in quello stesso tempo. Scrivi che negli anni di università (a Parma) cominciasti a interessarti di lui, soprattutto di sua madre, la signora Felicia Bartolotta che tu, in un passaggio del libro, descrivi come:

            «la moglie di un mafioso che, ad un certo punto della sua vita, si è ritrovata ago della bilancia fra un marito mafioso e un figlio militante antimafia, con tutte le lacerazioni che può creare una situazione del genere e in questa lacerazione lei decide di stare dalla parte del figlio e di perseguire la giustizia e non la vendetta, sostiene che la mafia si combatte con i libri e non con la pistola».

Impastato militava nelle organizzazioni della sinistra extra parlamentare, quando tu, Antonio Fanelli, decidesti di partire da Parma e andare in Sicilia, nella fattispecie a Cinisi. Era il 19 novembre 1983.

Felicia Bartolotta ti accolse come solo una madre che ha perduto un figlio sa accogliere. Le chiedesti di Peppino e lei, sotto una cascata di lacrime, in quei 45 minuti (per te preziosissimi ed eterni), ti raccontò di come l’avevano fatto saltare in aria.

Il fratello di Peppino e tuo caro amico Giovanni, più le tue collaboratrici Patrizia Zodiago e Valentino Pierro ti sono stati vicini in tutti questi decenni passati dalla morte di Peppino mentre, per ragioni e passioni d’arte, divenivi il Visionario teatrale con spettacoli su

            «Pino Pinelli, Franca Rame, Sacco e Vanzetti, Alekos Panagulis e altri personaggi della storia italiana e internazionale che a vario titolo avevano subito violenze dovute al loro impegno politico».

Ovviamente eri arrivato già a Peppino Impastato, alla sua tragica fine e al ragazzo di 20 anni che era stato e che era quello che più ti interessava. In ciò molto vicino ti è stato pure suo fratello Giovanni. Nacque così il tuo spettacolo Il visionario, presentato a Cinisi il 5 maggio 2019, nel salone del “maficipio di mafiopoli”. Preparasti attori e attrici, poi andasti in scena. E fu un successo. Da quel momento in poi il tuo Visionario viaggia tra regioni e città, anche in Puglia, dove è stato rappresentato più volte.

Per te dialogare con l’amico storico di Peppino, cioè con Pino Manzella, con Impastato fondatore nel 1975 del Circolo “Musica e Cultura” di Cinisi, ha significato approfondire quella che era la militanza politica di Peppino. Ed è stato da Manzella che hai saputo dell’attività di controinformazione, del sapere marxista-leninista [Peppino era entrato a far parte del Partito comunista d’Italia (m-l) di Fosco Dinucci] e, successivamente, in Democrazia Proletaria. Da Manzella hai saputo del ruolo emancipatore delle donne del Circolo come pure dei limiti del film I 100 passi, che tutto sommato traccia un profilo alquanto basso del rivoluzionario cinisino. La lotta contro la mafia per l’amico storico di Impastato inizia con un articolo, La mafia è una valanga di merda. Da Manzella hai saputo che per lui la lotta alla mafia inizia con l’organizzazione dei manovali cinesini contro il lavoro nero, che prima costò a Peppino qualche lettera di minaccia, poi l’attenzione del mafioso Tano Badalamenti. Hai saputo anche di suo padre affiliato a Cosa Nostra. E hai saputo anche della nascita di Radio Aut. Manzella ti ha raccontato del momento in cui sei venuto a sapere della morte di Peppino, saltato in aria per lo scoppio di una bomba sui binari della ferrovia Cinisi-Terrasini. Scrivi quanto ti ha raccontato Manzella:

            «Arrivo alla ferrovia e trovo tutto diverso da quello che mi aspettavo. Mi aspettavo che la zona fosse interdetta e invece c’era tanta gente, c’era la macchina di Peppino, gente che apriva e chiudeva lo sportello, entrava e usciva dalla macchina, la ferrovia già rimessa in servizio… erano circa le 8 del mattino e tutto era tornato alla normalità… mi colpì il fatto che per le autorità era già tutto risolto. Nel frattempo incontro gli altri compagni, i carabinieri ci vedono e ci dicono che lì non potevamo stare e che dovevamo andare in caserma per essere interrogati. Andammo in caserma e passammo praticamente tutta la giornata lì dove ci interrogarono uno dopo l’altro. Qualcuno non fu neanche interrogato ma fu comunque costretto a restare lì».

Quanti depistaggi, quanti imbrogli, compiuti anche dalle istituzioni e da chi doveva indagare in un senso e invece fece di tutto per ingannare e disprezzare. Come abbiamo saputo dopo, non si trattò di Servizi segreti deviati, ma di una ben studiata manovra degli stessi istituzionali, manovrati dalla P2 e dalla famigerata organizzazione segreta fascista “Gladio”, di cui uno dei comandanti era il democristiano Francesco Cossiga, ministro dell’Interno durante il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro, poi presidente della Repubblica, costretto a dimettersi per tutta una serie di nefandezze. 

Importante è pure l’intervista a Felicia Vitale Impastato, moglie di Giovanni, tra le fondatrici del Collettivo femminista interno al Circolo “Musica e Cultura”. Gli hai chiesto come aveva conosciuto Peppino e lei ti ha risposto così:

            «Peppino mi colpiva perché oltre a essere il più piccolo del gruppo [di amici], era un ragazzo intelligente, vivace e ironico, era proprio questa ironia che coinvolgeva anche il gruppo. A Peppino piaceva inventarsi dei soprannomi anche per i suoi compagni. […] Amava il mare, soprattutto andare a pescare. […] Nel ’65 Peppino assieme ad un gruppo di compagni vicini al PSIUP a soli 17 anni fonda il giornalino “L’Idea Socialista”, […] Il ’68, l’anno della contestazione giovanile e delle rivolte studentesche, vede Peppino impegnato politicamente nell’organizzazione del Circolo “Che Guevara”, in onore del rivoluzionario cubano ucciso nell’ottobre del ’67. Milita nel Pcd’I(m-l) e si dedica alle lotte contadine e operaie (edili). Sul piano nazionale appoggia tutte le manifestazioni in difesa di Pietro Valpreda, ingiustamente accusato di aver messo una bomba alla Banca dell’Agricoltura a Milano. [La lotta alla mafia di Peppino avrà una svolta dopo la morte di suo padre mafioso. Inizia a fare] comizi, le sue denunce, fatte con nomi e cognomi contro la mafia, contro la distruzione del territorio, contro la speculazione edilizia con la complicità delle autorità comunali […] Si candita alle elezioni amministrative sotto il simbolo di Democrazia Proletaria».

Ma egli non potrà più fare nulla né vedere nulla. Nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978, la mafia siciliana fa saltare in aria Peppino con una bomba sui binari della ferrovia di Cinisi, e questo proprio negli stessi momenti in cui la P2, i Servizi segreti italiani (mascherati da BR) più la CIA statunitense stanno uccidendo lo statista Aldo Moro.

Importante è anche quanto ti ha rilasciato in intervista Giovanni Russo Spena, leader storico di DP e Presidente e Relatore sul “Caso Impastato” della “Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul fenomeno della Mafia e delle altre Associazioni Criminali Similari”. A Russo Spena hai chiesto come nacque la Commissione. Ti ha risposto:

            «I familiari di Peppino, il Centro Siciliano di Documentazione, animato da Anna Puglisi e Umberto Santino, i compagni di Radio Aut, i compagni di Democrazia Proletaria e, poi, di Rifondazione Comunista fin dal giorno dei funerali, nel 1978, hanno, per anni, chiesto giustizia e denunciato il depistaggio. […] La relazione della Commissione bicamerale parlamentare su Peppino Impastato fu approvata il 6 dicembre 2000. Essa, dopo 22 anni dall’uccisione di Peppino, dopo un ampio ed aspro lavoro di inchiesta, ricostruisce il delitto e ne individua le responsabilità politico-mafiose. Ma ricostruisce anche la infame storia di un depistaggio, cioè della fitta trama di connivenze e superficialità volta alla copertura dei responsabili./ Una vera vergogna di Stato. […] Peppino non denunziò un piccolo boss di paese, ma intuì che nasceva uno dei più grandi business criminali del ventesimo secolo, una vera e propria “economia politica della mafia”, assoggettamento del territorio, controllo della speculazione edilizia parassitaria e ingenti traffici di droga ed armi che gravitavano anche intorno alla costruzione della seconda pista dell’aeroporto di Punta Raisi […] Occorre considerare che, ancora 20 anni dopo la sua uccisione, Peppino, dal Ministro dall’Interno veniva catalogato ufficialmente come un “terrorista” dilaniato dalla bomba che stava depositando sui binari della ferrovia Cinisi-Terrasini. […] Dopo l’omicidio, infatti, mentre settori della magistratura e forze militari tentano di “insabbiare” il ‘caso’ come “atto di terrorismo”, i compagni di Peppino ispezionano subito il casolare e […coinvolgendo il medico legale] Ideale del Carpio, fecero una coraggiosa controinchiesta medica e politica rispetto alla verità “ufficiale”. La relazione finale, di riconosciuto spessore giuridico e scientifico, corredata da amplissima documentazione, fu approvata all’unanimità; per lo meno ufficialmente e formalmente. Questa unanimità certamente nascose tante ipocrisie».

Caro Antonio, il tuo libro continua intervistando Evelin Costa, la responsabile ancora oggi della Casa “Memoria Felicia e Peppino Impastato”, che tiene in vita la storia di Peppino Impastato. Seguono le poesie, tue e di Peppino, che danno un senso di musicalità alla storia del rivoluzionario siciliano combattente per la democrazia, contro la mafia e contro quello che in quel momento non era altro che uno Stato canaglia.

La lettura della lunga e appropriata Cronologia, come anche quella parte dei Documenti fa giustizia di tutta la tragica storia che ha visto assassinato un giovane coraggioso e convinto combattente per la libertà. Peppino Impastato meritava questo tuo libro, perché la Memoria non si può cancellare. 

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