IL PENSIERO MEDITERRANEO

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25 aprile 2020 Festa della Liberazione e lotta al coronavirus

Maurizio Nocera. Oggi, 25 Aprile 2020, ricorre il 75° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

Qualcuno crede che basti rivedere e cambiare qualche titolo ad un libro di storia oppure introdurre una bugia in più nel tanto chiassoso, fastidioso, retorico e continuo apparire in pubblico, per stravolgere il significato di un evento storico di così grandi e così alti sentimenti nella coscienza civile degli italiani. Quel qualcuno si sbaglia, perché la lotta di Liberazione e la Resistenza partigiana sono incancellabile dalla memoria storica degli italiani. Entrambi gli eventi furono condotti con spirito di abnegazione da centinaia di migliaia di uomini e donne in ogni parte d’Italia, a volte fino all’olocausto della propria vita.

Anche il Salento partecipò sia alla Guerra di Liberazione sia alla lotta partigiana. Più di qualche decennio fa, su inziativa dell’Anpi di Lecce, fu eretta in Piazza dei Partigiani una Scheggia marmorea, che sta lì a testimoniare il sacrificio di alcune centinaia di salentini che, nella lotta contro il nazifasismo, diedero la vita per la libertà e la democrazione. Quella Scheggia e lì per dire alle nuove generazioni che la libertà da una dittatura non viene da un regalo di chicchessia, ma è la si conquista a prezzo di una dura lotta e con lo spargimento di tanto sangue. L’obiettivo dell’erezione di quel monumento fu il frutto di un impegno durato alcuni decenni, portato avanti da due presidenti dell’Anpi di Lecce: il presidente Enzo Sozzo e il partigiano Salvatore Sicuro, succeduto a Sozzo e, a sua volta, presidente dell’Anpi.

Su quella Scheggia sono incise due epigrafi, scritte dal deputato Francesco Rausa. C’è scritto:

            «Con Amore perenne/ da questa pietra/ duri come essa irriducibili/ ancora Resistenti/ all’odio all’arbitrio alla dissoluzione/ diciamo con umili nomi/ con fede calda e infinita/ l’invito ad opporsi ancora/ e sempre/ al pensiero superbo alla violenza/ amando vivendo testimoniando/ invitta ed eterna/ la Libertà».

Il testo della seconda epigrafe dice:

            «Nel 40° della Costituzione Repubblicana/ Amministrazione Provinciale/ Comune e Anpi di Lecce/ dedicano/ ai Martiri salentini/ che offrirono energie/ ideali e vita/ alla lotta contro il nazifascismo/ per la Democrazia. / 27 marzo 1998».

Oggi, 25 Aprile 2020, in un momento drammatico per l’Italia, stretta nella morsa del Covid-19, è il giorno in cui anche il Salento, come d’altronde accade nel resto del Paese, si celebra una data che ricorda l’olocausto di tanti figlie e figlie salentini immolatisi sui campi di battaglia, sulle montagne e nelle pianure d’Italia e d’Europa per porre fine ad un regime – quello fascista e quello repubblichino -, che con l’inganno e la violenza, per venti lunghissimi anni, portò il popolo italiano al disastro e allo sfacelo.

Chi conosce l’antica terra d’Otranto, gli oltre cento Comuni e Frazioni della nostra provincia, sa che in questi luoghi citati, almeno fino al 1994, non esisteva una lapide, un marmo, un cippo, una storia, un libro dedicato a un fascista o ad un repubblichino. Purtroppo però è accaduto che in questi due decenni e mezzo, dopo che il neofascismo ha rialzato la testa grazie a non poche connivenze, anche nei nostri Comuni, irresponsabili amministratori, non certo democratici, hanno intitolato strade, piazze e perfino alcune scuole a squallidi personaggi che, durante il fascismo, si macchiarono di ogni sorta di atti repressivi e di angherie nei confronti della popolazione.

Il Salento ha dato un contributo importante alla lotta di Liberazione. Basti pensare che il primo Caduto dell’intera Resistenza italiana  un salentino di Cursi, la Medaglia d’Argento alla memoria Patrizi Lodovico il quale, all’indomani dell’8 settembre 1943, cioè il 9 di quello stesso mese, «durante un servizio di vigilanza lungo un’importante linea ferroviaria, accortosi che alcuni militari [nazisti] avevano aggredito ed ucciso un soldato italiano in servizio di sentinella, perché si era rifiutato di consegnare le armi, apriva audacemente il fuoco contro di essi uccidendone due e ferendone gravemente un terzo. Avvistato successivamente da pattuglia [nazista] sopraggiunta per effettuare il rastrellamento della zona, attendeva impavido l’avvicinarsi dell’avversario contro il quale sparava numerosi colpi del suo moschetto finché, colpito mortalmente da una scheggia di bomba a mano, cadeva eroicamente per la causa della libertà, Pontedecimo (Genova), 9 settembre 1943». Oggi quel ponte si chiama «Ponte Ludovico Patrizi, primo martire della Resistenza italiana.

Ma dei salentini che parteciparono alla Resistenza abbiamo alcune cifre, tra l’altro pubblicati recentemente da due libri del prof. Luce Pati, dal quale sappiamo che furono 1226 i combattenti della Libertà (860 partigiani, 157 patrioti, il resto individuati in altre attività antinazifasciste), di cui 159 Caduti e 65 feriti; 465 antifascisti, di cui 11 uccisi da mano fascista; 1030 deportati nei lager nazisti, di cui 218 deceduti e 24 dispersi in mare.

Tutto questo per dire dell’alto contributo che i salentini hanno dato alla lotta per Libertà e la Democrazia sui differenti fronti di guerra sia in Italia sia all’estero.

Purtroppo oggi ci trovanimo in un’Italia che è sotto l’attacco di una pandemia da coronovirus che ha già creato uno sfacelo economico-sociale. Milioni di famiglie non ce la fanno più ad arrivare alla fine del mese. Questa gravissima situazione colpisce sempre più l’occupazione, le condizioni di vita e di lavoro e le prospettive dei giovani. Cresce la disoccupazione in modo allarmante e molte famiglie sono state già ridotte al livello di nuova povertà. Ma l’Italia non è la prima volta che si trova davanti a emergenze di questo genere.

Il 25 aprile 1945, all’indomani della fine della seconda guerra mondiale e alla fine della lotta resistenziale, per colpa del fascismo, si ritrovò sul lastrico, in un mare di macerie. Andava ricostruito tutto il Paese. Ancora una volta però gli italiani non disperarono e seppero impegnarsi in una ciclopica ricostruzione. L’Italia che ci siamo trovati dopo i decenni dalla Liberazione è stata un’Italia tutto sommato del benessere, e questo grazie a quell’impegno della ricostruzione e della rinascita.

Ecco perché dobbiamo essere tutti convinti dell’importanza del 25 Aprile e della Resistenza antinazifascista, convinzione che non ci proviene solo dalla lettura di questo o quell’altro memoriale di un antifascista o di un partigiano combattente, che potrebbe essere interpretata come dichiarazione di parte, ma ci proviene da una personalità politica insospettabile. Mi riferisco ad Aldo Moro il quale, in un suo discorso pronunciato il 21 dicembre 1975 nel Teatro Petruzzelli di Bari in occasione del Trentennale della Resistenza, ebbe a dire: «La Resistenza fu un memorabile momento. Ad essa dunque, ancora oggi, facciamo riferimento. Ad essa ci rivolgiamo come al luminoso passato, sul quale è fondato il nostro presente ed il nostro avvenire./ La Resistenza fu lo scatto ribelle di un popolo oppresso, teso alla conquista della sua libertà. Ma essa non fu solo un moto patriottico-militare contro l’occupante tedesco, destinato, perciò, ad esaurirsi con la fine del conflitto mondiale./ La Resistenza viene da lontano e va lontano. Affonda le sue radici nella storia del nostro Stato risorgimentale. È destinata a caratterizzare l’epoca della rinnovata democrazia italiana. Un dato storico è da mettere in rilievo: alla Resistenza parteciparono, spontaneamente, larghe forze popolari, e non solo urbane, ma della campagna e della montagna. Furono coinvolti ad un tempo il proletariato di fabbrica, che difendeva gli strumenti essenziali del suo lavoro, e la realtà contadina.

Alle azioni gloriose delle formazioni partigiane e del nostro corpo di liberazione, schierati in battaglia, si accompagnò un’infinità di episodi spontanei, il più delle volte oscuri o poco noti, che rappresentarono l’immediata risposta delle popolazioni alle sopraffazioni delle brigate nere o dell’esercito nazista, una risposta data anche fuori dai centri urbani, nei più sperduti paesi rurali, nelle zone collinari e pedemontane. Questa Resistenza più ramificata e diffusa, che non è stata classificata tra le operazioni delle divisioni partigiane direttamente impegnate nello scontro armato, si è collegata molto spesso al ricordo delle lotte lunghe e tenaci che le leghe contadine avevano condotto in tante regioni: dal Veneto alla Toscana, all’Emilia, alle Puglie, contro lo squadrismo agrario e le violenze nazionalistiche o fascistiche degli anni Venti e anche oltre. Ma non era mero ricordo, bensì un dato vitale, una sorta di impegno civile, che ha immesso nella Resistenza fattori sociali connessi con la storia delle grandi masse popolari, a lungo escluse dalla partecipazione alla vita dello Stato unitario. La Resistenza supera così il limite di una guerra patriottico-militare, di un semplice movimento di restaurazione prefascista, come pure da talune parti si sarebbe allora desiderato. Diventa un fatto sociale di rilevante importanza».

Questa lunga citazione per mostrare quale fosse il pensiero di un’alta personalità politica quale fu Aldo Moro il quale, in quella stessa occasione di Bari, disse che dovevamo andare a guardare negli archivi delle Anpi meridionali per vedere quanto alto era stato il contributo dato dai nostri conterranei alla Resistenza, aggiungendo: «Il Sud ha dato con profonda convinzione il suo apporto alla guerra di Liberazione e ai primi atti dei governi della coalizione antifascista; ha contribuito al crollo degli eserciti nazifascisti, facilitando l’avanzata di quelli alleati; ha visto la nascita e l’affermarsi delle prime libere manifestazioni politiche dei partiti antifascisti; ha scritto con l’insurrezione napoletana una tra le pagine più belle della Resistenza. […] Trent’anni fa, uomini di diversa età ed anche giovanissimi, di diversa origine ideologica, culturale, politica, sociale; provenienti sovente dall’esilio, dalla prigione, dall’isolamento; ciascuno portando il patrimonio della propria esperienza, hanno combattuto per restituire all’Italia l’indipendenza nazionale e la libertà./ Questo è stato il nostro grande esodo dal deserto del fascismo; questa è stata la nostra lunga marcia verso la democrazia».

Parole giuste quelle di Aldo Moro, per di più ribadite in un contesto che vedeva la storia della guerra di Liberazione e della Resistenza, ancora lette da una visione tutta nordistica, quasi che la Resistenza fosse stata di una sola parte del Paese, il Nord. È vero sì che effettivamente i territori sui quali si combatterono molte delle tante aspre battaglie tra nazifascisti da una parte e partigiani dall’altra furono quelli dell’Italia del Centro-Nord, ma occorre pure dire – e di questo gli storici hanno cominciato ad accorgersene – che su quei campi di battaglia a combattere non c’erano solo uomini e donne del Nord, perché i dati statistici ci dicono che un terzo e passa delle intere formazioni del Corpo Volontari della Libertà, delle Brigate Verdi e di quelle Garibaldine erano composte da siciliani, campani, abruzzesi, molisani, lucani, sardi, calabresi, pugliesi.

Per questo motivo, noi del Sud continuiamo a ribadire che la Guerra di Liberazione e la Resistenza furono grandi movimenti di massa che coinvolsero l’intera penisola, con la specificità di vedere agire nel Meridione le forse alleate e nel Settentrione i combattenti partigiani. Tra le centinaia di migliaia di combattenti, migliaia e migliaia furono le donne e gli uomini del Sud che combatterono il nazifascismo, e fra di loro migliaia furono i pugliesi e i salentini.

La lotta per liberare il Paese dalle bande fasciste e dagli occupanti nazisti non fu né facile né indolore. Per conquistare la libertà, la democrazia e la sovranità nazionale il popolo italiano dovette subire non poche sofferenze, molti furono i morti, infinite le atrocità. La lotta fu aspra e coinvolse popolazioni civili e quasi tutti i corpi d’armata italiani, formati al tempo del fascismo. Dopo l’8 settembre 1943, ad armistizio già firmato, ci fu il totale sbandamento delle Forze armate italiane; vennero catturati e disarmati dai tedeschi oltre un milione di soldati, che si trovavano in patria o all’estero, tra Iugoslavia, Francia, Albania, Grecia e isole dell’Egeo. Di questi più di 600 mila finirono nei lager di prigionia tedeschi: 13 lager per gli ufficiali e 57 lager per i sottufficiali e soldati. I nazisti non considerarono mai i nostri militari catturati come prigionieri di guerra, ma li classificarono come Internati militari italiani (in sigla Imi).

Come tali furono obbligati al lavoro forzato e sottratti alla possibilità di controllo della Croce Rossa Internazionale e alla tutela della Convenzione di Ginevra del 1929, sottoscritta dallo stesso regime nazista, e che prescriveva un trattamento umanitario, cosa che non fu. Durante l’internamento nei campi di lavoro e di sterminio, i militari italiani furono incessantemente invitati, in cambio della loro liberazione, ad arruolarsi nelle forze armate naziste e soprattutto nelle forze armate della Repubblica sociale italiana. Sappiamo, ed oggi la storia ce ne dà conferma, che la stragrande maggioranza degli italiani internati si rifiutò, opponendosi a qualsiasi collaborazione, rassegnandosi alla prigionia nei lager, in tragiche condizioni di vita. La resistenza dei militari italiani nei lager è costata, come risulta dagli stessi registri dei decessi compilati dai nazisti in ogni campo di prigionia, il sacrificio di 78.216 italiani caduti. Pati Luceri, nel suo libro ci dà la cifra dei salentini morti nei campi di sterminio: 218 a fronte di 1030 deportati.

Grandi perdite subì la stessa popolazione civile e molti furono i partigiani combattenti uccisi sui fronti di guerra: più di 70 mila. Terribili furono le stragi compiute dai nazifascisti. Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Rionero in Vulture, Matera e, per citare solo quanto accaduto in Puglia, basta ricordare la strage del 28 luglio a Bari dove, appena due giorni dopo la caduta del fascismo, miliziani fascisti, posti a difesa dell’edificio della Federazione del Partito fascista, spararono su un corteo di 200 manifestanti, scesi in piazza per la liberazione dei filosofi Guido De Ruggiero, Guido Calogero, Tommaso Fiore e il giudice Michele Cifarelli. Sul selciato di via Niccolò dall’Arca, rimasero uccisi venti giovani, fra di essi due ragazzi di 13 anni. Fra gli uccisi ci fu anche il sedicenne Graziano Fiore, figlio di Tommaso. Altra tremenda strage nazista fu quella perpetratasi, sempre all’indomani dell’armistizio, il 12 settembre 1943, a Barletta, dove furono passati per le armi 12 vigili urbani e 2 operai comunali, responsabili solo di indossare la loro divisa d’ordinanza. Successivamente a questo eccidio, la popolazione di Barletta dovette subire altre atrocità che alla fine delle guerra contò 34 vittime civili, 37 vittime militari e più di cento feriti.

Oggi, la Resistenza e la Lotta di Liberazione conservano vivo un alto valore patriottico unitario del popolo italiano, perché rappresentano l’unità delle donne e degli uomini che si opposero al nazifascismo in nome di una nuova società assolutamente libera e democratica: le partigiane e i partigiani e la popolazione antifascista che li sostenne, i patrioti, i gruppi di combattimento, i militari in Italia e all’estero, i deportati nei campi di lavoro e di sterminio fascisti e nazisti, gli internati e, infine, anche la popolazione civile fecero una lotta contro il fascismo, il nazismo e il repubblichinismo di Salò non in nome di una sola parte del Paese, ma in nome dell’Italia intera.

Certo, dal 1945 ad oggi, il percorso della storia italiana non è stato sempre rettilineo e indolore. A momenti positivi della costruzione della struttura democratica del Paese e alla crescita del benessere del popolo si sono alternati (continuano ancora ad esserci) tentativi di ritorno all’indietro, tentativi di negazione del sacrificio umano compiuto negli anni bui della dittatura mussoliniana. È questo dato storico che dobbiamo tenere presente oggi più che mai che ci troviamo con un’altra inedita crisi emergenziale – quella del coronavirus – se vogliamo affrontare e tentare di risolverla in maniera positiva. In una crisi sanitaria di così vasta portata come quella che stiamo vivendo, doppiamo impegnarci tutti insieme a mettere in salvo il mondo del lavoro e soprattutto non una ma tutte le generazioni dei viventi.Non ci dovranno essere egoismi ha detto il papa Francesco.

Dobbiamo avere pazienza e speranza, e, ancora una volta, continuare a essere impegnati per sconfiggere questo nuovo nemico che sta uccidendo migliaia e migliaia di persone in ogni parte del mondo. Ecco, celebrare il 25 Aprile 2020 significa questo: impegno a non  dimenticare la storia e impegno a sconfiggere il coronavirus.