IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

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di Mario Pintacuda

Vedendo incidentalmente una scena di una soap di Rai Uno ambientata negli anni Sessanta mi è capitato di sentire una ragazza che, rivolta a suo fratello Federico, gli dice: “Senti, Fede…”.

Impossibile: a quei tempi nessuno avrebbe abbreviato un nome così.

I diminutivi si facevano tagliando la prima e non la seconda parte del nome: un “Federico” avrebbe avuto molte più probabilità di essere chiamato “Rico”. Analogamente, “Valentina” non sarebbe mai stata “Vale” ma semmai “Tina”, “Antonella” sarebbe stata “Nella” e mai “Anto”, “Eleonora” diventava “Nora” ma non “Ele”; e così via.

Non era neanche l’epoca delle abbreviazioni all’americana: una “Rosa” non veniva chiamata “Rosy”, né una “Sofia” sarebbe stata “Sofy”; e una “Francesca” non sarebbe mai stata “Francy” ma semmai “Franca” (al nord) o “Ciccina” (purtroppo, al sud).

Aggiungerei anche che nessun “Salvatore” in Sicilia si chiamava “Salvo”, ma semmai Totò (nella Sicilia occidentale) o Turi (in quella orientale); ho conosciuto il primo “Salvo” negli anni ’80.

Un altro anacronismo che sfugge spesso agli autori di fiction (anche quando si sforzano di calarsi nei periodi in cui ambientano le vicende) è l’uso di espressioni venute in uso in epoche successive. Ad es., negli anni Sessanta non si diceva in continuazione “Okay”; ma – sempre nella suddetta soap – ho sentito addirittura “ah, okay” (con quell’ “ah” che si è inserito solo negli ultimissimi anni).

A questo proposito, ricordo che a me, cresciuto in epoca anteriore all’uso massiccio dell’asseverativo americano e infastidito da questo suo uso inflazionato, era venuto in mente una volta (erano gli anni Novanta) di “de-okayzzare” una mia classe, imponendo ai ragazzi di astenersi dall’uso di “okay” e appendendo davanti alla porta dell’aula un cartello con scritto “CLASSE DE-OKAYZZATA”.

Tanti anni fa non si diceva nemmeno “Assolutamente no”. Si diceva semmai “no, per niente, niente affatto”, ma non si usava questa espressione, che credo sia stata poi mutuata dall’anglosassone “absolutely not”.

Una scena del film “Baaria”

Persino nell’accuratissimo film “Baaria” di Peppuccio Tornatore si nota un palese anacronismo nell’uso indiscriminato di parolacce in epoche che le censuravano e le evitavano pressoché sempre.

Nella scena 39, che si svolge in casa di Sarina durante la guerra, si vedono dei soldati americani ospitati da Sarina e da sua figlia Mannina, che – come si legge nella sceneggiatura – “si muovono rapide tra i tavoli per servirli”.

Un soldato americano chiede a un certo punto: “Do you have onion?”. Ovviamente le donne non lo capiscono (“Manninè, io a chistu ‘un lu capìsciu”). E quando il militare insiste e chiede “Do you understand me?” Sarina perde la pazienza e sbotta: “Ma va runa ‘u cu***”.

Impossibile. Doppiamente impossibile: che una donna usasse una simile espressione colorita era del tutto assurdo.

Ma ancor più assurdo è che al primo turpiloquio ne segua un altro; infatti l’equivoco viene chiarito grazie al fatto che il soldato “mima” l’atto di piangere e Mannina comprende: “’Ah, ‘a cipudda! Mamà, voli ‘a cipùdda!”. Sarina allora non perde occasione di esibire di nuovo la sua finezza lessicale: “Ca figghiu ri but*****, ‘un lu putevi riri prima?”.

Tutto il film è costellato di parolacce in bocca a “màsculi” e “fìmmine”; e se per queste ultime la cosa è ancor più inverosimile (era un’epoca estremamente castigata), per gli uomini basti il seguente aneddoto.

Una sera a Làscari, nell’estate del 1963, alcuni braccianti al termine del lavoro vennero da mio zio, che era il proprietario della campagna, per ricevere la paga e per salutarlo. [Ricordo benissimo, tra l’altro, un surreale equivoco: mio zio volle offrire un bicchiere di vino agli “jurnateri”, ma mia zia per sbaglio prese il bottiglione dell’olio e i malcapitati iniziarono a sputacchiare i primi sorsi incautamente bevuti]. In quell’occasione un contadino, che era molto stanco, disse: “Mi fannu mali i pedi, cù rispettu parlannu”.

Come si vede, quando si nominavano i piedi, si aggiungeva: “Con rispetto parlando”; già il termine “piede” era considerato improprio e sconveniente.

Ovviamente non intendo negare l’esistenza di parolacce e turpiloquio anche in anni lontani (in epoca fascista se ne faceva addirittura a volte un’esibizione “muscolare” come ridicola prova di “virilità”); affermo invece che era molto più raro l’uso di espressioni “pesanti”, perché maggiori erano i freni inibitori e (si può dire?) incomparabilmente superiore era – a tutti i livelli – l’educazione. Forse a causa delle troppe repressioni lessicali, Sgarbi è diventato quello che è (o che vuole apparire)…

Non mancano altri anacronismi ricorrenti in certe fiction o film “d’epoca”. Ad es. non si diceva “sei una persona speciale” (espressione che ha preso il volo nel nuovo millennio), né “ho un piano B” (all’epoca era assai averne uno A), né si usava “Punto” per chiudere una frase in modo categorico (es. “Le regole si devono rispettare. Punto”) né si diceva “mi hai sbloccato un ricordo” per dire “mi hai fatto ricordare una cosa”.

Tanto meno si usava a tappeto come ora la terminologia inglese (è sbagliatissimo sentire parlare di “marketing” in un’azienda del 1961) né erano così diffusi i verbi (anch’essi di origine anglosassone) in “-izzare” (es. “rateizzare”, “minimizzare”, “razionalizzare”, meno che mai “inizializzare”).

Un’ultima osservazione marginale: persino nei gesti di certe fiction si notano anacronismi clamorosi per le persone della mia età. Ad es. mai e poi mai noi ragazzi degli anni ’70 ci saremmo “dati il cinque” (gesto americano importato in seguito).

Probabilmente, nemmeno certi “consulenti” che forniscono indicazioni agli sceneggiatori notano più certi dettagli; oppure, gli autori confidano (e non hanno tutti i torti) che sempre meno persone possano cogliere certi dati “scorretti”.

In effetti occorrerebbe una “macchina del tempo” per vedere come erano davvero i gesti, le conversazioni, persino gli atteggiamenti e le espressioni del viso in altre epoche. Ma siccome non è stata ancora inventata (nemmeno nelle epoche future, se no avremmo già qualche visitatore proveniente dall’anno 3000), possiamo solo rassegnarci.

Fugit irreparabile tempus.

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico “Andrea D’Oria” e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all’Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E’ sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.


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