IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

“Falso movimento” un romanzo a puntate di Gianvito Pipitone (dodicesima puntata)

falso-movimento

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Si arriva alla Gare de Saint Charles dopo aver attraversato quasi per intero due dei quartieri più problematici di Marsiglia, il XIV° e il XV° arrondissement che, insieme al XVI°, hanno fama di essere fra i più poveri e malandati della Francia metropolitana. A dispetto della nordica Parigi, Marsiglia è lì in bocca al Mediterraneo, con il suo formidabile Vecchio Porto difeso via mare da un’invalicabile insenatura e via terra dall’onnipresente Notre Dame de la Garde.

Da Gare de Dijon, il TGV lo aveva sbarcato in poco più di 4 ore nell’altra Francia. Non senza qualche imprevisto. In effetti, il viaggio si era dimostrato a dir poco rocambolesco. Non solo perché dovette affrontarlo in buona parte all’impiedi, visto lo scarso preavviso della sua partenza. Ma soprattutto perché, nei pressi di Chalons sur Saone, subito dopo la coincidenza con il TGV da Parigi, il convoglio dovette rimanere fermo in mezzo alla campagna, bloccato per quasi più di un’ora. Dalle notizie che serpeggiarono, sembrava a causa di una minaccia terroristica. Poi risultata infondata. Addirittura, in un eccesso di protagonismo, Cedric aveva pensato ad un sabotaggio nei suoi confronti. Ma sembrava chiaro che, a parte Yvonne, nessuno quel giovedì pomeriggio potesse sapere della sua improvvisa partenza per il sud del paese.

Le indicazioni della giunonica fanciulla stavolta sembrarono risultare più utili, almeno in confronto a quelle del loro primo incontro. Nonostante lei non avesse fatto niente per nascondere anche stavolta l’ antipatia nei confronti del detective. Tanto che Cedric restò con il dubbio. Se imputare la nuova verve della ragazza all’intenzione di sbarazzarsi in fretta della sua presenza.

– Le è arrivato infine l’incarico, no?

Aveva quasi tossicchiato Yvonne, con quella sua voce sgraziata, rauca e vagamente mascolina, resa ancora più ruvida da decine di sigarette giornaliere, non appena se l’era visto sbucare inaspettatamente sul piazzale del Liceo.

Lui ebbe il tempo di accennare un sorriso; stupito, in certo qual modo, da quella domanda.

– Ho deciso di mandarla in vacanza a Marsiglia … detective.

Continuò lei in maniera beffarda, a suo modo divertita, mentre Cedric provava a districarsi fra una lunga fila di auto e una fiumana di studenti che a quell’ora rendevano lo stretto budello di Avenues des Arches una sorta di antro delle belve.

– Immagino che lei conosca Marsiglia, no?

Rilanciò dopo aver letto un’impressione interdetta nel volto dell’uomo.

– Non molto, arrivò secca la replica, ma non è un problema. E per fare cosa, a Marsiglia…?

– Bene, allora vedi di procurarti una guida ben dettagliata… Replicò Yvonne, passando in maniera disinvolta dal Lei al Tu e abbandonando definitivamente quell’espressione di finta cordialità che pareva avere dipinta sul volto.

– Il mio amico pare che abbia imboccato una brutta strada… Aggiunse subito dopo con una nota teatrale ma malinconica.

Per stare al passo, Cedric dovette quasi inserire la vista panoramica. Con un occhio e un orecchio concentrato a non perdersi nulla di quanto distillasse Yvonne. E con l’altra sua metà attenta e vigile a non finire schiacciato sotto alle ruote di una delle tante auto incrociate che sfilavano a passo d’uomo.

-Cosa devo fare? Che cosa significa tutto questo? Chiese poi rassegnato ma deciso, arrivando a bloccarle in tempo con un ginocchio lo sportello dell’auto sulla quale Yvonne si era improvvisamente imbucata.

In un gesto d’irritazione la ragazza parve cercare qualcosa sul cellulare, poi aprì lo zaino, ne estrasse un blocchetto, ci vergo’ sopra qualcosa con una penna, ne strappò la pagina e gliela consegno’. Con il suo solito sorriso sprezzante lo aveva già congedato. Un istante dopo, dal finestrino che si aprì improvvisamente dall’abitacolo, sbucò la testa canuta dell’avvocato Pirenne dal quale Cedric ricevette un breve cenno d’intesa e solidarietà. Un gesto che conosceva già in quell’uomo.

Cedric aveva vagliato più’ volte la possibilita’ di liberarsi di quella strana storia, andando a spifferare tutto alla polizia. Ma aveva sempre desisitito. In una girandola di impressioni ed emozioni aveva prima incentrato la scomparsa di Eric sul sospetto di un regolamento di conti tutto interno alla famiglia Dutroux. Poi, per ragioni opposte, aveva passato per dare credito alla versione di Dutroux,  immedesimandosi nello shock dei due genitori. Per virare infine in corso d’opera, dopo aver incrociato i dati di Antoine, sulla fuga deliberata del ragazzo. Quali che fossero le sue nuove sensazioni, stavolta aveva deciso di non raccontare piu niente all’architetto. Anzi Cedric aveva osato di più. Da quel momento aveva deciso di fare a meno anche della sua compagnia. Stavolta sul serio, disse fra sé deciso. E nel comunicare a Dutroux la sua decisione, prima di separarsene, aveva letto in quegli occhi piccoli e perduti, tutta la disperazione di un uomo ricco, famoso e incredibilmente solo. Un uomo a cui la condizione di super privilegiato non solo non aveva risolto il problema in astratto della felicità, ma che non pareva memmeno più capace di godersi le piccole gioie della vita quotidiana.

Si ritrovo’ sul piazzale interno di Saint Charles, facendosi largo fra un nugolo di viaggiatori. Ritardatari, penso’ Cedric o pendolari di rientro a casa dopo una lunga giornata di lavoro. Dopo aver respirato dense boccate di catrame e petrolio dai tubi di scappamento di una lunga fila di taxi incolonnati, finalmente arrivò il suo turno.  Destinazione Goulette, come leggeva e rileggeva su quel foglietto vergato a mano da Yvonne. A caccia di un certo Tariq Bousur.

La sua esperienza di discreto viaggiatore gli riporto’ alla memoria una Goulette ben più’ famosa, quella di Tunisi, luogo di villegiatura a due passi da Cartagine dove ricordava con piacere di aver assistito ad un bellissimo concerto di Chab Chaled, qualche anno prima del tormentone di Addidii, che avrebbe visto consegnare la fama del cantante algerino al pubblico di mezzo mondo. Con disappunto scoprì invece che la Goulette di Marsiglia non era quell’ampio e arioso quartiere dall’intenso odor di gelsomini nordafricani. E non era nemmeno un quartiere. Il suo range di possibilita’ aveva contemplato che potesse rivelarsi in un hotel o al limite una pensione. Invece era uno dei Casino’ club fra i più famosi in Francia. Decisamente sfarzoso e upper class. Con una  una splendida posizione di fronte al mare e una della più’ belle vedute di Marsiglia. Cosi’ gli aveva spiegato il conducente del taxi nel suo incerto mix di francese marocchino. Il quale parve, a dire il vero, parecchio stupito dopo aver intuito che Cedric non avesse la benchè minima idea di cosa fosse la Goulette. Fu allora che lo sguardo del tassista, fino ad allora impersonale, fece capolino dallo specchietto retrovisore senza risparmiargli il suo severo giudizio. Comunque nel dubbio l’uomo gli aveva spillato 40 euro per la tariffa notturna. Troppo comodo, pensò Cedric, andare in giro con un tassametro guasto.

La Goulette si presentava bene, seppure ancora in ristrutturazione. Si trattava di un enorme veliero dismesso, adagiato su un braccio di mare di fronte all’isolotto di If e a Les Iles, a tre quattrocento metri dalla Anse de la fausse Monnaie, oltre cui si estendeva il vacanziero quartiere di Endoume. La serata era calda per essere decembrile. Un leggero scirocco proveniente dalla marina pareva aver bruciato tutta la vegetazione intorno, lasciando spazio a distese di cemento armato che avevano finito per inghiottire il lungomare da capo a piedi.

Cedric supero’ un pontile attraversando un portone spalancato. Con circospezione penetro’ in una ampia hall deserta, fiocamente illuminata. Le vetrate a giorno restituivano il profilo della costa, quello che alle luci del giorno doveva essere un panorama mozzafiato. Tutto lì dentro faceva odore di nuovo, a partire dalla moquette da poco installata, immagino’ Cedric. Si trovava nella pancia del veliero. Si avvicinò al desk e suono’ il campanello cercando di attirare l’ attenzione. Cosa che non sembro’ dimostrarsi fruttuosa. Si accostò allora alla tenda e solo dopo aver percorso un paio di gradini si vide costretto a scostarne i drappi. Alla vista gli si aprì un’ampia sala da pranzo, arredata con stile moderno. Per un attimo ebbe come la sensazione di trovarsi in uno di quei ristoranti chic su una lussuosa nave da crociera.

Lo trovo’ seduto all’angolo del bar, dove una lunga serie di poltroncine, di vero cuoio indiano, si diramavano a raggera verso la prua della nave. Era alle prese con un nargilè al gusto di mela, a giudicare dal profumo. Sembro’ non stupirsi della presenza di Cedric che si produsse in un breve ma deciso saluto. Tariq Bousour non alzo’ neppure lo sguardo scorgendolo di sottecchi. L’uomo si limito’ a cazzeggiare con un pennello indugiando sul fornello del narghile’. Sembrava aspettarlo. 

-Lo sai perche’ i nordafricani a Marsiglia non sono ben accetti? disse quando la presenza di Cedric era diventata troppo ingombrante per non essere notata.

-No, non saprei rispose Cedric, decisamente seccato della scarsa accoglienza.

– Sei troppo giovane tu per capire che cosa sono state le guerre di indipendenza… Disse senza ancora aver avuto il piacere o la curiosita’ di dare un volto a quella voce.

-…E si’, che cosa ci si può aspettare da chi ti ha fatto del male, tanto male? Aggiunse poi, decidendo che fosse ora di regalargli uno sguardo.

Cedric rimase in silenzio, assistendo al modo rapace in cui quegli occhi di lince e quel profilo aquilino, dai contorni mediterranei del sud, dal colorito di brunastro, come spesso si trovano sotto il 37 parallelo, lo scrutassero in un veloce e acuto sguardo da capo a piedi. L’uomo gli fece cenno di accomodarsi vicino a lui, con gentilezza studiata.

-Sei siciliano tu?… Lo interrogò dopo una lunga pausa.

La domanda colse Cedric Bovin impreparato. Nessuno a primo acchitto l’aveva mai associato all’isola più grande del Mediterraneo. Per quanto la sua figura in certo qual modo rispondesse ai tratti somatici di un siciliano standard: bruno, una pelle tendente all’olivastro, un leggero giropanza che tradiva il suo essere una buona forchetta, e una particolare espressività degli occhi dovuta alla loro complessa mobilità.

-Sì, sono siciliano da parte di padre. Ammise candidamente Cedric senza nascondere la meraviglia per quella domanda che sembrava buttata lì.

-Scusi, ma lei come fa a saperlo ? Si affrettò a domandare.

L’uomo ricambio’ divertito il suo sguardo parimenti sveglio e vivace.

-A forza di studiare la gente, alla mia età si diventa fisionomisti. Specie in una città come Marsiglia dove di gallico sono rimasti solo i polli.

A Cedric non era sfuggita l’intenzione del vecchio di mostrarsi amico nei suoi confronti.

Tuttavia Cedric si riservò di rimanere guardingo e impermeabile alle emozioni, come da anni ormai studiava (invano) di fare.

-A primo acchitto si capisce che sei siciliano. La luce negli occhi non sbaglia mai. La profondità dello sguardo…

Cedric sembro’ non voler abboccare a questa ondata di benevolenza. Ma il vecchio parve voler sostenere fino in fondo la sua tesi.

-Si capisce anche che sei italiano … da come apri la bocca. Ognuna delle lingue, vedi… ha dei suoni particolari che allenano i diversi muscoli della bocca e delle labbra …

-E un siciliano da cosa differisce da un italiano ? Chiese Cedric che non seppe fare a meno di incuriosirsi di quella stramba teoria.

-Dall’uso del mento, replicò a tempo come se attendesse quella domanda.

-Davvero ? Ripeté un meravigliato Cedric sorprendendosi a fare le prove con il suo mento.

-Un siciliano quando non parla, a riposo, spesso lascia scivolare il mento all’indietro. Non mi dica che non l’ha notato mai ?

Cedric fece fatica a sopprimere uno sbuffo di ilarità, non dopo aver provato e riprovato a tirare il mento all’indietro.

-Ma io comunque non parlo nè italiano nè tanto meno il siciliano. Ribattè divertito Cedric.

I due si scambiarono un leggero sorriso guardandosi negli occhi. Cedric si era nel frattempo accomodato, quando il vecchio tunisino, alzatosi di scatto, come la sua eta’ non sembrava potergli permettere, propose invece di seguirlo sulla tolda. 

**

Si rese conto dell’ora tarda solo dopo essere uscito dalla Goulette. Al tassista non dovette consegnare alcun indirizzo. L’uomo, un nordafricano, aveva  gia’ avuto le consegne. A quell’ora era stato il vecchio Bosour a consigliare a Bovin un tranquillo hotel del centro e a prenotare per lui un taxi. Di certo, rifletté Cedric, non avrebbe potuto contare su quel tassista per ottenere alcun tipo di informazione più approfondita sulla storia della Goulette e del suo stravagante gestore, Tariq Bosour. E il silenzio di sospetto e distanza con cui si tinse il breve tragitto dalla Goulette al centro città, lo spinsero alla convinzione che da lì in avanti non ci sarebbero stati suoi movimenti in città non tracciati.

Superata la vecchia via d’accesso al Vieux Port, il tassista taglio’ con decisione per quella che sembrava una grande via imbandita già con i festoni natalizi. Rispetto al disordinato viavai dei quartieri li attorno quella parte di citta’ gli parve ‘ scarsamente trafficata e di certo più austera e monumentale. L’orologio sul campanile di una enorme chiesa barocca aveva appena spostato le lancette sulle 22,35.

Il taxi lo lascio’ davanti all’albergo, Le Chevalier, un 5 stelle plus, che si presentava con una scalinata imponente attraversata da uno spesso tappeto blu con le orlature dorate. Dal portone girevole vide sbucare un maggiordomo bardato in livrea, anche’essa blu e oro. Un po’ troppo oltre i suoi standard, penso’, ma a quell’ora della notte, dopo una giornata come quella, non avrebbe cambiato hotel per nulla al mondo.

Fu velocemente introdotto nella hall, dove il concierge aveva gia’ predisposto la scheda di registrazione della stanza. Con stupore, sulla fiche già preimpostata lesse il suo nome e cognome e si rese conto che in corrispondenza del campo inferiore compariva esattamente l’indirizzo della sua residenza parigina: Rue de Rosiers 24. Chiese lumi al concierge che rispose con molta professionalità di aver acquisito i dati dal signore al telefono.

A quell’ora della notte Cedric aveva deciso di non stupirsi più’ di nulla. Dopotutto bastava googolare sul web il suo nome che prima o poi sarebbe venuto fuori quell’indirizzo. E dopo pochi altri convenevoli, il maggiordomo propose d’accompagnarlo in camera. Non prima che il portiere gli avesse snocciolato come un rosario gli orari della colazione e avesse raccomandato in un francese da damerino di utilizzare il samovar con una serie di fragranti infusi e di approfittare della selezione dei vini bianchi e rossi provenienti dalle migliori cantine francesi. Ringrazio’ lasciandosi guidare per due piani, calpestando stanchissimo un pesante parquet, ovviamento blu orlato di finissimi fili dorati, intrecciati come in un fine ricamo.

Si trovava ancora sotto la doccia quando uno dei due portatili nella stanza squillo’ con un suono fioco. Viste gli ultimi trascorsi con i telefoni interni in un hotel, ebbe un brivido freddo al pensiero di qualche maleintenzionato. Uscito dalla doccia, mentre era alle prese con le operazioni di asciugatura, studio’ la cornetta che sembrava emettere una luce ad intermittenza in corrispondenza di un’icona della messaggeria. Schiacciò il bottone. Era Alain che, laconicamente, gli faceva sapere: “Siamo nei guai! Chiamami!”.

Ripresosi dall’iniziale sensazione di mancamento,provò a rinsavire. Come diavolo faceva il giornalista a sapere che lui si trovasse a Marsiglia. E chi avrebbe potuto fornirgli il nome dell’hotel, se la destinazione era stata decisa appena mezz’ora prima da Tariq Bousur. Perché invece di vedere la luce con il passare del tempo questo caso si era via via tramutato in un maledetto incubo?

Provò a smanettare sul telefono portatile in modo da accedere alla via telefonica esterna. Non riuscendoci, in preda ad uno scatto d’ira, aveva schiantato la cornetta contro il pavimento. Cosi  ridotta, a brandelli, certo non avrebbe fatto al caso suo. Con il sangue agli occhi, tentò con l’altra cornetta. Ma con enorme disappunto, scoprì che il secondo portatile era disattivato. Avrebbe potuto scendere nella hall, ma non ne ebbe voglia nè forze. Sfinito, quasi devitalizzato, decise allora di spegnere le luci della stanza e di buttarsi sul letto a baldacchino che occupava maestoso il centro di quella camera. Francamente troppo barocca per lui.

Erano passate appena un paio d’ore quando si svegliò di soprassalto, con la strana sensazione della soluzione del rebus che gli pulsava sulle tempie. Così almeno gli sembrava. Qualcosa di terribile stava per succedere in città quella notte. Lo intuiva dai lunghi discorsi apparentemente insensati del vecchio e tenebroso Busour. D’un tratto, come tarantolato, non poté più sopportare di giacere inerte sul letto. Si alzo’, apri’ la finestra e si affaccio’ dal balcone, nudo come un verme. Fumo’ un vecchio sigaro che aveva rubacchiato dalla scorta che Dutroux soleva tenere nel cruscotto dell’auto. Il fumo lo aiutò a frenare il turbinio di pensieri con cui il suo cervello sembrava aver ingaggiato la resa dei conti quella notte.

Da poco era passate le 2 di notte e Marsiglia dormiva e con lei millenni di storia sepolti in questa città misteriosa. Gli vennero in mente le parole del vecchio della Goulette “vedi queste mura possenti, questi bastioni piantati a difesa della città …un tempo i marsigliesi non ne avevano; aperti com’erano al mondo credevano che offrire un piatto di pesce e del pane allo straniero, li avrebbe resi in pace. Poi a poco a poco, distruzione dopo distruzione, le mura s’ingigantirono, nacquero bastioni terrificanti, e ad ogni feritoia furono posizionati i cannoni… La storia di una città, vedi, e’ un po’ come la storia dell’uomo: l’uomo nasce buono e muore quasi sempre vittima della peste”. Nel pronunciare quelle parole sibilline, al centro della tolda, dove aveva preteso che Cedric lo seguisse, Busour parve concedere ancora una volta il fianco ad una certa emotivita’. Cedric non aveva potuto fare a meno di notarlo. 

L’orologio al quarzo segnava le 2,30 quando decise di mettersi i pantaloni, camicia e scarpe e scendere giu’ in strada. Non sapeva ancora bene perche’ e dove andare. Nella hall la sua presenza non passo’ inosservata. Il portiere di notte lo guardo’ di sottecchi mentre lui scivolava attraverso la possente porta girevole. Che fa uno a Marsiglia, penso’ Cedric, durante un soggiorno forzato, senza capire bene cosa cercare, probabilmente braccato da un reticolo di agenti che ne controllano ogni movimento, mentre la persona che doveva illuminarlo sulla sua missione si era rivelata una sorta di filosofo ossessionato dalla storia e inacidito dalla vita?  Esce a prendere una boccata d’aria, nel cuore della notte, si rispose con un pizzico di autoironia.

Il vecchio aveva parlato di tutto, in una sorta di ispirtato monologo: della città e della Francia, della sua storia, della gente e di come si puo’ essere marsigliesi senza sentirsi europei o africani, della vita in città e dei tempi che cambiavano, con il profondo sconquasso della cementificazione che ne aveva ormai inevitabilmente cambiato il volto. Aveva paralto di tutto tranne che di Eric. Non una parola su di lui. E nemmeno il suono del nome Yvonne sembrò procurargli alcun tipo di emotività. Inutile perdere tempo a cercare in Bousour una pista alla ricerca di Eric. Aveva sentenziato un deluso Cedric dopo che, all’ennesimo suo assalto, il vecchio si era profuso nella più candida espressione di sincero rammarico. 

Insomma Bousour non sembrava poter essere il gancio di niente. Né dava impressione di alcun tipo di connessione apparente con il mondo di Eric. Cedric non risparmiò ad Yvonne la coda di un pensiero cattivo. Eppure, in quel momento, nel cuore della notte, Cedric intuiva che il vecchio doveva essere in pericolo. E fu forse per questo che s’incammino’, dapprima passeggiando, poi accelerando il passo, man mano che sentiva agli angoli bui e desolati della strada l’inquieta sensazione di essere spiato. Arrivo’ senza fiato al Vieux Port, dove decise di prendre un taxi. Prima di entrare si guardò attorno con circospezione. Nessuno sembrava seguirlo, a parte il vento che si infrangeva agli angoli delle strade deserte.

Il taxi lo lascio’ davanti al desolato marciapiede di fronte alla Goulette e se ne parti’ quasi sgommando. Cedric resto’ fermo più’ di un istante davanti alla passerella. Il vento sbatteva forte contro le due lanterne, producendo un rumore cadenzato di rugginoso stridore. Si decise ad oltrepassare il pontile che conduceva al portone d’entrata della Goulette. Stavolta lo trovò sprangato. Nella bacheca accanto al vecchio menu, una lucina incassata, come una sorta di lumino nei cimiteri, illuminava un piccolo stemma. Si avvicinò per guardarlo meglio senza sorprendersi di trovare una sorta di bandiera di colore verde scuro su cui era vergata una incomprensibile scritta in arabo.

Tutto un tratto il vento sembro’ placarsi e una calma irreale si sparse nello specchio di mare antistante. Decise di suonare il campanello. Il vecchio Bousour, durante il colloquio gli aveva confidato di rimanere a dormire lì di notte. Riprovo’ a suonare il campanello a distanza di una trentina di secondi. Non sembrava esserci anima viva, o forse la camera del vecchio doveva essere in un piano diverso della Goulette.

E mentre gia stava mestamente per riattraversare il pontile, improvvisamente sentì uno stridore di copertoni provenire dalla strada innanzi. Scorse i fari di un’auto che un pazzo sembro’ lanciare in curva e, dopo averne perso il controllo, la udì terminare rovinosamente la folla corsa contro un albero di palma. L’impatto fu cosi’ violento che 10 secondi dopo, dai palazzi circostanti cominciarono all’unisono a schiudersi le imposte.

Cedric fu il primo ad accorrere e il primo ad arrivare  sul luogo dell’incidente. Trovò lo sportello del lato passeggero aperto senza traccia di anima viva attorno. Il conducente, da solo o insieme ad altri, dopo l’impatto sembrava essersela svignata. E mentre Cedric cercava di spiegare agli astanti accorsi che la macchina dell’incidentato era vuota, si sentì un enorme boato squarciare l’aria e una potente deflagrazione spostare una gran massa d’aria. Cedric fece istintivamente per buttarsi a terra, mentre attorno la deflagrazione stava spargendo sbarre di legno, vetri, infissi in lamiera e chiodi, tanti chiodi. Non si ha idea di cosa puo’ produrre l’innesco di una bomba, malgrado il cinema ne abbia mostrato con precisione quasi reale gli effetti di devastazione totale. Una delle prime sensazioni è quella di un forte dolore alle orecchie, che sembrano quasi sanguinare, poi una diffusa paralisi sembra impossessarsi del corpo e infine sopraggiunge quasi una sensazione di impermeabilita’ al dolore. Come una sorta di anestesia. Prima del dolore quello vero, della carne e delle ossa.

La tredicesima puntata sarà online il prossimo 7 febbraio.

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